Exogenesis Part III

Must Try

Iaia
Grazia Giulia Guardo, ma iaia è più semplice, è nata il 12 12 alle 12. Il suo nome e cognome è formato da 12 lettere ed è la dodicesima nipote. Per quanto incredibile possa sembrare è proprio così. Sicula -di Catania- vive guardando l’Etna fumante e le onde del mare. Per passione disegna, scrive, fotografa, cucina e crea mondi sorseggiando il tè. Per lavoro invece fa l’imprenditrice. Digitale? No. Vende luce, costruisce e distrugge. Ha scritto un libro per Mondadori, articoli per riviste e testate e delira pure su Runlovers, la comunità di Running più famosa d’Italia; perché quando riesce nel tempo libero ama fare pure 12 chilometri. Ha una sua rivista di Cucina, Mag-azine, che è diventato un free press online. È mamma di Koi e Kiki, un labrador color sole e uno color buio, mangia veg da vent’anni, appassionata di cinema orientale e horror trascorre la sua giornata rincorrendo il tempo e moltiplicandolo.

Delle dita si muovono sui tasti e danno vita a exogenesis. Mi piacciono i Muse, penso.
Se escludiamo a quattordici anni quella imbarazzante perversione per Morrison non mi era mai successo di venerare qualcuno che fa musica. Anche La Roux per carità, ma.
Io che la musica l’ho sempre odiata per quasi quindici anni.

Sono dentro una stanza. C’è un gatto che mi fa paura, una signorina con dei capelli vaporosi e ricci che sembra grande. Avrà  venti anni ma io ne ho cinque.
E’ grande, eccome.
Il metronomo nero ticchetta ed io spero solo che quelle due ore finiscano in fretta perchè poi mangerò  delle cipster con nonna sul divano guardando Leonela. Sperando che Pedro Louis esca dal carcere perchè non è stato mica lui.
Fuori c’è un giardino bellissimo e tanti animali. Non voglio uscire lì e giocare tra l’erba.
Voglio un foglio di carta e disegnare l’erba. E voglio stare da sola. Ma l’erba deve essere rossa. Il verde mi fa paura.
Non voglio battere quattro quarti ma inventare storie, dare un nome ai tasti e saltare gridando pampulu pimpulu palim pampum; ma con qualche variante.
La signorina grande sale su per parlare al telefono, fisso il gatto e spero mi parli come Posi e Mega.
Silenzio.
Maghetta.
Io sono una Maghetta.

Parlo con i gatti e so il segreto della musica. Shhh avvicinati.I tasti suonano perchè sono innamorati delle dita e quel suono è il rumore dei loro baci.
Ed io li faccio baciare quando sono sola.
Le mie dita li baceranno solo con me che fa da testimone.
Ed è il motivo per cui non suono davanti a nessuno.
Cosa?
Al teatro Metropolitan?sì.
Ma erano baci forzati. L’ho fatto per mamma. Costretta. In effetti sarebbe meglio scrivere: costretta da mamma.

Gira la testa. Sono in quella stanza e ho cinque anni ma anche  in una scrivania con dei conigli di plastica. Sono più grande di quella signorina con i capelli ricci e vaporosi.
Ma molto più grande eh.
Quindi sono vecchia?

Mi guardo. Con i miei occhiali finti e il mio rossetto rosso e mi vedo.
Con la mia maglietta “End of the world” e il piccolo mostro godzilloso.
“Sei ridicola con quella maglietta” dice la bambina delle cipster che vuole scagionare Pedro Louis.
Un po’ vorrei picchiarla e consigliarle di uscire. Di giocare, sognare meno. Gridarle “Non sarai mai una maghetta” e al massimo con quella bacchetta ci potrai girare il sugo.
Vivere e suonare senza inventarsi stupidate di baci che hanno il suono di una melodia. Di essere sicura di sè e finirla una volta per tutte.

Un po’ vorrei tenerla stretta e consigliarle di fare esattamente lo stesso identico percorso.
Perchè la sensazione di voler disegnare l’erba rossa sarà la sua unica ragione di vita.

Per la prima volta.
Mi vedo e sento che è irrefrenabile la voglia di piangere.
Un’esplosione di felicità.
Io sono guarita.
Io ce l’ho fatta.
Io sto bene.

Ho comprato un telecomando per fotografarmi.
Non fuggo più. Mi fermo, schiaccio il pulsante e con calma mi riguardo.
Riguardo il mio occhio più piccolo e quello più grande. Le mie labbra troppo grandi e imbronciate. Il mio naso lungo uguale a papà. Il mio pallore preoccupante per la paura del sole.

E le mie prime rughe.

Mi fermo.Scatto.Mi guardo.
E mi impongo.
Devi amarti.

Ed io mi amo adesso.
Mi amo anche se non sono riuscita a trovare esattamente la formula del vero pampulu pimpulu.

Anche se non sono perfetta.

Anche se non sono riuscita a distruggere tutti i microbi del mondo che ti hanno uccisa.

Anche se continuo a lavare i vestiti che ho indossato all’ospedale il tuo ultimo giorno.
Anche se non sono venuta dove riposi.
Che poi falla finita.Mica riposi. Compri scarpe in saldo al settanta per cento e sono tutte 41.

Tutte.

Nessun 36, 37, 39 .

Tutte 41.

Fortunata.
Sei.

Qui non le trovo mai.
Sarà un posto sicuramente più bello.E so che stai ridendo dicendomi “Patata!”.

Riesco a lamentarmi anche nella mia posizione. E’ a dir poco prodigioso, no?

Mi hai detto che ti ho insegnato ad amare il sushi, hello kitty, i nani da giardino, gli gnomi nella mia testa e nella lavatrice, le matite colorate, i fumetti, halloween, i travestimenti mentali.
Che ti ho divertito. Che ti ho fatto tanto divertire.

A tratti non mi diverto più ma poi mi ripeto :
maghetta.
Io sono una maghetta.

Ho fatto finta che tutto andava bene. Che saremo tornate  a casa. Sono stata brava. Ci hai creduto. Mi sono travestita e ti ho fregato!

Ci hai creduto.
Che avremmo finalmente finito di lisciare la parrucca. Ma i tuoi capelli che stavano ricrescendo.
E cielo.
sono patetica, lo so.
Ma gli gnomi scompaiono a volte.
E resta buio.
Resti tu morta.

Pampulu pimpulu.

Ritorni?

Io mi amo.
Io mi amo.
Io mio amo.
Io sto bene.

E tu no.
Ecco sto lavorando sul “e tu no”.
Di non farmene una colpa .
Se vivo.
Se metto il rossetto.
Se mi guardo.
Se sorrido.

Ed ecco cosa mi hai insegnato tu: ad amarmi. Ad amare la vita.

E sto cercando di disegnarti sull’erba rossa con le tue scarpe 41 e i tuoi capelli.
Ecco cosa mi ricorda exogenesis.
Il piano.
E il piano era solo quella bambina che suonava in quella stanza.
Con il gatto.
Ma adesso sei anche tu :
il piano.
Einaudi.
Hai voluto quello come colonna sonora.
“Einaudi che mi ricorda Iaia”.

Adesso a me il piano ricorda te.

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