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Pasta di zucchero senza glucosio

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Diciamolo è il sogno di tutte noi avere la pasta di zucchero per coprire biscotti, torte, zucchine e patate bollite. Tutto. Tutto ricoperto di pasta di zucchero. Da quando mandano in onda poi il Boss delle Torte bramo  possedere enormi container grandi come grattacieli imbottiti fino a scoppiare di pasta di zucchero. Luoghi meravigliosi dove poter attingere e ricoprire anche la calvizie del nippotorinese, le gambe quando non hai voglia di depilarti e il mobiletto del bagno. Un mondo fatto di pasta di zucchero, questo vorrei. Soprattutto da quando la scoperta del colorante alimentare in gel ha cambiato tutta la mia esistenza grazie a quelle sante donne di Cri e Cey. Queste due C insieme che mi appassionano più di Chanel, cacchio. Avevo provato il marshmallow fondant l’anno scorso ma il desiderio era sempre lo stesso: pasta di zucchero. Il fatto di non sapere dove reperire il glucosio mi ha gettato più volte in depressione. Per dovere di cronaca ammetto di non averlo neanche cercato ma sono pigra e mi piace lamentarmi quindi.

Come chiave di ricerca azzardo quindi “pasta di zucchero senza glucosio” e vien fuori: fairyskull. No lo devo ripetere. Vien fuori: fairyskull. Urlo un “ma stiamo scherzando? LA MIA FOCACCINA???!!!!!”. A queste urla gioiose segue un tuca tuca improvvisato e un waka waka per mostrare che no. Non si è così cariatidi da ballare solo il tuca tuca ma anche coreografie giovanili. Fairyskull oltre ad essere un’amica ha un Food Blog che dire strepitoso è un insulto. Inviterei tutti a fare click pena: taglio dell’indice e del medio sinistro. Per poi proseguire con ulna e femore ma mi piace andare per gradi.

Questa ricetta data in pasto all’etere per tutte le disperate come me che si arrovellavano nella notte tra le lenzuola sudate urlando“glucosio maledetto!” è un miraggio tanto quanto una granita al limone nel deserto; ovazioni per  questo portento della natura che generosamente ha divulgato quella che non è una ricetta ma LA ricetta*seguono inchini , applausi e standing ovation. Fino a oggi pomeriggio credevo che la preparazione richiedesse: impegno, neuroni funzionanti e abilità in cucina. Tre elementi che in nessun modo potevo sperare scendessero dal cielo come doni improvvisi dal Supremo. La semplicità dell’elaborazione mi ha mandato in coma farmacologico per almeno 3 ore. So benissimo che il coma farmacologico nulla c’entra ma era per darsi un tono usando termini medici; che la furbizia al contrario mi pervade da sempre.

Gli ingredienti sono i seguenti ed io colta da un raptus ho raddoppiato pur non sapendo minimamente  che risultato si potesse ottenere con le dosi meravigliosamente miscelate da quella Santa e bellissima donna di Lisa: 30 grammi di acqua, 5 grammi di gelatina (2 fogli e mezzo se Paneangeli) , 50 grammi di miele e 450 grammi di zucchero a velo. Ora so benissimo che la domanda ovvia che segue è : “e tu avevi 900 grammi di zucchero a velo in casa?” Sì. Ebbene sì. E anche di più. Mica quando ho detto che la notte non dormivo in preda a spasmi urlando “glucosio! ” non ero seria e professionale, tzè. Sottovalutate la mia idiozia e non me l’aspettavo. Sono ufficialmente offesa.

Ammollata la gelatina nei 30 grammi di acqua si unisce al miele che sta scaldando dentro il pentolino. In pochissimi secondi il composto diventa liquido ed arriva quindi  il momento di cominciare ad osservare la creazione della creatura, ovvero mettendo lo zucchero a velo e questo composto liquidoso (miele-acqua-gelatina) dentro un robot da cucina. Girare, girare, girare e voilà la palla è davanti ai nostri occhi in tutta la sua magnificenza.

Si hanno giusto quei tre minuti per piangere copiose lacrime di commozione e altri cinque per venerarla come è giusto che sia (io l’altarino lo avevo sagacemente costruito prima con la scritta FairySkull con lo stesso font di Hollywood sulle colline di Los Angeles, perchè mi piace esagerare) e poi si infila in sacchetti di plastica per poi conservarla ermeticamente in una scatola di latta. Quella meraviglia lattosa “Fait Maison” inutile a dirlo altro non è che un dono meraviglioso della mia Socia cognatosa. Dire che sono felice è poco. Per fare un esempio: è come se il nippotorinese mi avesse detto: Torno a Torino e ti lascio qui da sola. Ecco. Più di questo fulgido esempio non posso fare.

Una che disegna, scrive, cucina e fotografa ma non fa bene nessuna della quattro cose.

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