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Panini con Marco

La bambina, mentre i titoli di coda scorrevano, si è avvicinata con il suo cappottino di paillettes viola alla mamma poco più grande di lei ed infastidita ha sentenziato “fa schifo porco rosso. SCHIFO!”.

Alla genitrice non è rimasto altro che annuire abbassando la testolina insieme al tizio accanto che ingordo manco fosse il padre di Chihiro all’entrata della città incantata davanti ai ristoranti deserti aveva spazzolato qualcosa come tre pacchi di pop corn. Non che conti i pop corn altrui generalmente ma a quanto pare riesco a conteggiare le quantità secondo il rumore emesso. Avesse bevuto anche della coca cola avrei potuto fare lo stesso con i rutti vista l’eleganza ma sono stata miracolosamente risparmiata.

Seduti lì nelle orecchie io sentivo Hana Bi. Seduti lì nel cuore io avevo un dolore fortissimo. Seduti lì  ho dovuto chiedere conferma che davvero nei titoli di coda ci fosse la Mole Antonelliana e che non la stessi immaginando. Seduti lì. In quelle scritte incomprensibili che a lui apparivano chiare ho cominciato a leggere anche io.

La mia vita senza di lui sarebbe stata quella. Non avrei fatto indossare un cappottino di paillettes ad una povera infante ma. Non ci sarebbe stata come colonna sonora dei nostri giorni Hisaishi. Ed anche se Porco Rosso non sarebbe stato comunque solo un film d’animazione. Al ritorno a  casa sarebbe rimasto quello però. Ed invece è stato ascoltarne le note in macchina. Di come Pagot sia un omaggio a dei fumettisti italiani. Di come un Arturo Ferrarin sia realmente esistito. Di come sia stato stupido mettere la traduzione nei titoli di coda sulla parte sinistra.

Ci spintoniamo con il braccio alla scritta Ghibli sul motore e ci commuoviamo abbracciandoci leggendo su un sito americano che. Che all’  Hotel Adriano nella scena finale forse qualcosa di rosso c’è.  Ci confidiamo che vorremo una bimba che chieda un fazzolettino quando la scia bianca degli aviatori sale su. Per sempre. E non ci chieda di comprare le patatine proprio in quel momento. Ma che ancora e ancora voglia  sapere. Sognare. Che non voglia diventare una cantante, una ballerina come in High School Music o un’amica fesciòn di Patty. Che si innamori della cattiveria pulita di Cartis per dirne una.

Tornando a casa ricantando Creep, io come la vecchia che canta di Victor Victoria e lui in quel suo inglese perfetto, si è deciso di trascorrere il nostro ultimo giorno prima che del prossimo week end omaggiando la visione. Mentre preparavamo l’impasto se ne è parlato ancora. Del mio vegetarianesimo. Perchè c’entra proprio lui. Il maiale.

Sin da piccola mi rifiutavo categoricamente di mangiare il pollo. Gli altri bimbi urlavano “voglio la coscia! A me la coscia!” ed io quasi ipnotizzata seguivo questi pezzi di carne girare per la tavola. Amavo però  il salame. Un no categorico riservato per la coscia del pollo, tacchino, cavallo e il coniglio. Poveri Animaletti. Ma il maiale no. Il maiale era buono. Un po’ di salame nel pane caldo sì. Il mio preferito. E ancora e ancora. Tutti  graziati tranne lui.

“Panino con il salame?” .” sì grazie”. Entusiasmo. “Pollo e patatine? “-” santo cielo no. Le patatine sì però “. Tristezza. E’ quando ti fai le domande più semplici che si risolve un arcano. “Ma perchè rispetto tutti gli animali tranne il maiale?”. Ed è stata la stupida considerazione di un adolescente alla quale sorrido con tenerezza oggi ticchettando veloce perchè un altro capitolo del libro oggi deve finire. Deve, scritto a carattere lampeggianti.

E’ un Panino con Marco. E’ un panino con il salame perchè Gina gli dice che “finirai come un maiale arrosto” . E non è vero che “un maiale che non vola è solo un maiale” perchè anche se lo fosse, solo un maiale, non sarebbe certo da meno. E tra i fornelli raccontando di cosce,  di maiale, di come ci fosse un’imbarazzante somiglianza con Costanzo, di corde rosse di Dolls e con Hisaishi seduto sul frigorifero che muoveva le dita sui tasti è stata la nostra domenica. Quelle che a volte abbiamo dimenticato. Ma gli sbagli servono a ricordare ed io non dimenticherò più.

Va preparata ascoltando questa altrimenti non riesce. Non abbiamo seguito nessun tipo di ricetta perchè troppo presi dalle chiacchiere. Seguivamo delle indicazioni su di un libruncolo vecchio e datato su impasti e roba lievitata ma.

Ingredienti per almeno 15 panini media grandezza: 480 farina OO, 120 farina manitoba, 200 grammi di latte, 1 cucchiaino di zucchero, 1 cucchiaino di sale, 100 grammi di olio di girasole, 100 grammi di acqua. Cubetti di salame (a piacere), 1 bustina di lievito (oppure un cubetto da 25 grammi di lievito di birra. Io avevo quello secco di Mastro Fornaio e domenica sera troppa poca voglia di uscire dopo essere rincasata dal cinema). 1 Tuorlo per spennellare la superficie dei panini.

Ho infilato tutto nella planetaria (e buonanotte. Sottotitolo), complice il lievito secco che non necessita di altro e fatto impastare a velocità moderata per almeno cinque minuti, preoccupandomi solo di inserire il latte e l’acqua a filo mentre il tutto giravagiravagirava. Messo a riposare per un’oretta e poi rimpastato ma questa volta aggiungendo i cubetti di Marco ahem. I cubetti di salame. Riposare per un’altra oretta (in teoria eh! perchè dandomi della scema l’ho infilato nel forno con la funzione “lievitazione” che dimentico sempre) e procedere alla realizzazione dei panini che andranno poi spennellati con il tuorlo e infilati nel forno a 200 gradi per almeno trenta  minuti ma dipende chiaramente dal forno.

E da Marco. Perchè lo si potrebbe pure risparmiare. Libera anche tu un salame! Libera anche tu un salame lasciandolo in un giardino pubblico. Lui volerà da solo verso l’Hotel Adriano. Perchè come sia andata la scommessa rimane un segreto lo so ma non si sa mai che si possa essere complici di un’inizio. Di una storia d’amore. Perchè non bisogna mai sottovalutare un maiale. Mai.

Vado a liberare un salame e un panino prima di cominciare seriamente a lavorare, ecco.

Una che disegna, scrive, cucina e fotografa ma non fa bene nessuna della quattro cose.

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