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Yoga per menti completamente esaurite e Pasta ‘ncaciata

errata corrige: partner (piuttosto che rifare la vignetta mi metto un maglioncino di pile felpato. Fluo, tamarro  e leopardato. Le mie Tonne Tamarre Version sanno di cosa sto parlando -nonsmettodiridere-)

Qualcuno può spiegarmi per favore se sia normale cadere dritta come un tronco di abete durante il periodo natalizio, non appena sollevo il piede? (dalla vignetta si evince che il piede destro è incollato con dell’attack alla caviglia sinistra). E no. Non c’è nulla da ridere, mio caro Nippointellettualtorinese. Lo Yoga mi salverà (lì in fondo alla sala. Smettiamola di ridere a crepapelle battendo le manine per terra e proseguiamo che santocielo oggi è dura. Quasi quanto la ciambella senza lievito, latte e uova che ho pastrocchiato in un esperimento vergognosamente fallito). 

Per quanto mi ostini in questa fusion che diventa confusion con conseguente fusion neuronale devo arrendermi ad una grande verità. Non solo si è quello che si mangia ma si è anche quello di cui sei fatta. E si è fatti indiscutibilmente della propria terra, in primis.
Le origini e la tradizione familiare in alcuni casi  più percepiti  e in altri meno, sono talmente radicati che per quanto una possa pure rifuggirne cercando altro, tornano  prepotentemente.
E’ un po’ come vivere a Los Angeles da trenta anni e provare nel ristorante di Nobu una rivisitazione della melanzana con la ganache di tenpura con Rombo della Baia di Dublino e pensare che a quella melanzana bastava solo un po’ di ricotta salata siciliana.
Perchè è innegabile che per quanto ci si sforzi di provare quello che è più lontano da te, ai fini di una ricerca personale se non addirittura filosofica, ci si ritrova ad apprezzare la beneamata semplicità. Un po’ come quando Max mi spezza le scapole perchè sulle polpette metto salsa di mirtilli.
Perchè anche lo chef tre stelle Michelin e premi internazionali che ha trascorso una vita a sproloquiare su tartufi bianchi di Alba accostati a smoothie di banana fritta, cibi orientali riadattati  per gli occidentali e viceversa, abbinamenti inusuali ma ricercati alla domanda “qual’è il suo piatto preferito?” non potrà che risponderti: la pasta al forno della mamma, il pane della nonna, i biscotti della zia.
Perchè essendo essenza di vita il cibo lo diventa di noi stessi. Un paradigma di ricordi e sentimenti.

 Quando ho chiesto a nonna di fare i turdilli, dolce tipico calabrese, insieme ho provato per la prima volta in vita mia la sensazione di “ultima volta”. Quando mi ha detto che dovremmo rifarli e al più presto perchè altrimenti non saprò mai come si fanno davvero (occorre esercizio eh), una stretta al cuore mi ha ricordato che già una parte di me non saprà mai  ricordi e i segreti della nonna che non può chiamarmi  al telefono (c’è da dire che da lassù si avrà oggettivamente poca voglia di chiamare con tutti gli impegni mondani che ci attendono: SPA, in primis, e massaggi al cioccolato fondente mentre vengono serviti Heaven Cupcakes. Perchè è così vero?).

Non potrò preparare la schiacciata, piatto tipico catanese, conoscendo i segreti e passaggi di famiglia. Certo è che mi rassicura sapere nonna appena “scrubata” con il sale grosso sorseggiare cocktail a bordo piscina; ma semmai dovessi leggermi Nonna sappi che nel caso: niente numeri per carità! Quelli li dò io. Dimmi in sogno  la ricetta della schiacciata che facevi tu, grazie.

Non che abbia mai sperato di poter sapere emulare un sapore che racconta storie iniziate nei primi del 900 ma soltanto vederlo nascere, documentarlo, fotografarlo e carpirne i movimenti più ancestrali sarebbe stata un’esperienza importante.


Questa spasmodica ricerca di me stessa sta influendo fortissimamente in tutto questo; dimostrandomi ancora una volta che i miei eccessi forse davvero sono fonte di equilibrio. Spingendomi nella cucina orientale più per un’ideale, un ricordo e amore ho capito che una ricerca individuale di tradizione non doveva essere tralasciata.
Proprio qualche giorno fa ho avuto il piacere e l’onore di poter sentire una storia bellissima e commovente mentre acquistavo la bibbia delle ricette tradizionali siciliane. Un volume splendidamente confezionato che racchiude non soltanto una quantità esorbitante di piatti ma delle vite. Vite che inseguono sogni realizzati e non, amori finiti tragicamente che si raccontano tra gli scaffali della Libreria storica di Catania “Cavallotto” con un finale di risate, torte sette veli al cioccolato, presentazioni e promesse di rivedersi. “E’ un grande chef lei, me lo sento”.


Tutti i libri hanno un potere ammaliante e dopo essere stati aperti non rimangono mai chiusi. Quando passi dalla libreria in casa e sai cosa contengono, chi abita lì dentro, chi sta soffrendo, chi ce la farà e chi no,  senti quasi dei sussulti. A volte riescono a urlare così forte dalle pagine che senti il bisogno di tornare a trovarli anche giusto un attimo. Mi capita spesso con Oskar di Safran Foer.

Questo libro “Profumi di Sicilia” ha il potere ammaliante e sconvolgente di farti sentire semplicemente una cosa: cosa sei.
Cosa sei e da dove vieni. Avessi a disposizione dieci vite non riuscirei a prepararne la metà perchè sono davvero tante ma mi sono giusto fatta una promessa: quella di provarci. Non sono brava in matematica ma anche se dovessi farne la metà sarebbe come aver vissuto almeno cinque vite in più.
L’introduzione di Antonino Buttitta sull’innegabile insularità nazionalistica riesce a sintetizzare il carattere di un popolo al quale appartengo e che ha in sè l’estro e l’incoerenza come propria identità culturale.

Il libro “I profumi di Sicilia”, alla sua seconda edizione, con 700 pagine non racchiude soltanto le più antiche ricette della tradizione siciliana diventando vero e proprio contenitore di ricordi e vite ma anche informazioni storiche che non tardano ad ammaliarti. Avendolo tra le mani giusto da pochissimo è difficile per me in questo momento emettere un giudizio complessivo che non tarderà ad arrivare. Se però questo infinito entusiasmo andrà a moltiplicarsi, come prevedo senza alcun ragionevole dubbio, mi arrenderò al fatto di aver trovato finalmente il libro che cercavo.


Il libro che voglio finire. Quello su cui ti riprometti ” tutte. voglio farle tutte”. Sinora non mi era mai successo. Caratterialmente non sono portata a finire un progetto ma ad aprirne dodicimila e pensare che siano pochi per poi non vederne realizzato neanche uno nella sua interezza. Già essersene prefissa dodici da finire, che sono oggettivamente tanti mi fa a tratti sentire una scansafatiche. Ma questo “tredicesimo” fuoriprogramma (se dovessi sincera più che tredicesimo direi ventiduesimo) è doveroso.


Esteticamente poi non somiglia a nulla che si possa trovare in giro. Con illustrazioni tratteggiate in quel modo infantile che odora di cucina; riuscendo a sprigionare macchie e odori. Di quelle macchie che rimangono impresse sulla carta tenendo il quaderno e la penna vicino ai fornelli. Quella salsa che ti premuri a togliere con una mappina (canovaccio in “Continente”) velocemente e strisci lungo tutto il bordo. E poi la ritrovi lì la volta dopo. Pronta ad accogliere un altro ricordo o rimanere imperitura e per sempre la stessa.
Non ci sono foto glamour, inquadrature macro e mise en place fashion ma qualche foto tradizionale alla fine. Quelle che colpiscono per la semplicità e che rimandano ad un’allucinazione visiva che conosci.
Una giostra di sensazioni questo “I profumi di Sicilia”. Una voglia di cominciare da qui. Dalle mie radici.
Ho voglia di preparare Anciova Sciavurusi e spiegare cosa sia il Sciavuru. Scoprire se posso farcela con i Cicireddu a Catanisa, Anciddi ca Rina, Sciatre e Madre, Murruzzi a Palermitana, Pasta alla Picurara.
E’ un’avventura che comincia da qui; dalla memoria storica di un paese che in sè è nazione e mondo a parte, che certamente non stava aspettando me ma che sicuramente io stavo aspettando.

Inizio questa avventura culinaria con la Pasta ‘ncaciata . Non prima di aver chiarito ( ed essermi chiarita) alcune differenze. La pasta ‘Ncaciata è una delle tante paste al forno che si preparano in Sicilia dove prevale la trabordante presenza del cacio; da qui il nome appunto ‘ncaciata (piena di cacio). La preparazione originaria del messinese la vuole come piatto festivo mentre quella del  palermitano come piatto tipico tradizionale natalizio. Nel catanese è inutile dirlo quando ci sono melanzane fritte significa solo una cosa: tutti i santi giorni; perchè se c’è un legame indissolubile è proprio catania-melanzana (ricotta salata-norma blablabla). La pasta ‘Ncaciata prevede un’infinità di variazioni. Nel gelese ad esempio ci si aggiungono i broccoletti piuttosto che la melanzana e nell’agrigentino i cavolfiori. Completamente diversa (ma aggiungerei non troppo) è la Pasta ‘Ncasciata che a dispetto di ‘Ncasciata significa letteralmente “Incassata” ovvero messa in una cassa, o forma (teglia) e compressa. La pasta ‘ncasciata è diventata portabandiera culinaria sicula grazie e soprattutto al Commissario Montalbano che oltre ad andarne ghiotto ne trova sempre qualche sporadico pezzetto in frigo.

Un complemento d’arredo irrinunciabile la pasta in frigo,  per l’eroe del sud orientale siculo. Confesso la mia totale ignoranza a riguardo. Non ho mai letto un libro di Montalbano nè mai visto una puntata. In compenso per quanto possa valere e rassicurare sono stata nella casa e nei diversi set e ho piazzato conigli e cani di peluche sul famigerato terrazzino (prima o poi mi arresteranno). Spero di poter presto colmare questa lacuna letteraria totalmente diversa dal genere che prediligo.

La pasta ‘ncaciata è quella pasta che ti fa litigare, diciamolo. “No! non ci va la mortadella ma pezzi di prosciutto!” -” Eh no ! mica c’era il prosciutto un tempo! ci va il maiale!” e così fino allo sfinimento. Essendo un piatto della tradizione e neanche a sottolinearlo profondamente casalingo ognuno fa un po’ come gli pare secondo le proprie abitudini.

La versione da me provata “Profumi di Sicilia” la segnala come messinese. E Pasta ‘Ncaciata alla messinese sia. So già che il mio buon  amico Fastidio me ne dirà di tutti i colori (si inventerà pure che non andava la pasta nella pasta ‘ncaciata giusto per contraddirmi ma è adorabile per questo, ca va sans dir)La ricetta della Pasta ‘Ncaciata la trovi cliccando qui >>>

Su Kodomoland c’è la (pseudo)ricetta ipervelocissima delle Barchette uovose. Niente di pazzesco ma un pezzettino di peperone e uno stuzzicadenti potrebbero cambiare le sorti di un tristissimo uovo sodo.

——

Adesso non mi resta che abbassare lo sguardo e continuare a scrivere altro. Fosse per me blatererei continuamente qui fino allo sfinimento neuronale nazionale. Sempre scrivere è ? No. Qui è diverso.

Mi sento in compagnia. E voluta bene. Tanto.

E per questo non smetterò mai di dirvi: grazie.

(“Lì” sono in compagnia di gente davvero bizzarra e pericolosa. Talvolta prendono il sopravvento e fuoriescono dalla penna. Ho paura)

 (Inciso: leggo sempre i vostri commenti. Sempre. Li controllo anche dall’iphone mentre sono ferma al semaforo. Ahem no. Questo non dovevo dirlo. Quando non rispondo è perchè vorrei farlo “per bene” e poi quel “per bene” si va ad accumulare ad altro e altro ancora e altroaltroaltroancora. E. E.E. Quando mi riprometto poi di passare dai vostri blog “per farlo per bene benissimo” sono già passati due mesi. Non vorrei risultare maleducata, ecco. Mi dispiacerebbe infinitamente. Fine paranoia del martedì)

Una che disegna, scrive, cucina e fotografa ma non fa bene nessuna della quattro cose.

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