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E oggi il Nippotorinese compie gli anni! Spernacchiamenti a go go


Appena sbarcati mentre una decina di rappresentanti dell’equipaggio (suppongo dopo apposito terrificante sorteggio) con aria nostalgica ci diceva “arrivederci”. Non è dato sapere chi abbia emesso un’elegante pernacchia e fatto un feroce gesto dell’ombrello. Pare però fosse una sicula vestita di pizzo nero, come tradizione impone, accompagnata da un Nippotorinese che oggi tadan!

Che oggi tatadan tuppete!

Compie gli anni. Qui si festeggia con un post che doveva essere programmato se solo io avessi eseguito la programmazione, ma è un tragico discorso poco attinente. Come quello di aver fatto un contratto tim perchè La costa Crociere sostiene che “con Tim non avrai problemi a comunicare! ” . Certo che non si hanno problemi. Non funziona e basta. Facile no?

Essendo in autostrada direzione casa con connessione vergognosamente instabile mi riservo a breve di tediare il mondo intero con 2.121.1212 pagine word di resoconto-crociera-

Ah. Per casa intendo Torino, chiaramente. E per omaggiare La Signora oggi: I Savoiardi. 

Gli voglio bene. Confesso di volergli bene. Non sono affezionata e non è la sindrome della telespettatrice sola abbandonata nella sua dimora che socializza virtualmente con i personaggi televisivi credendo che Gerry Scotti sia un cugino, la D’Urso la signora della porta accanto e Francesca Cipriani la cugina intelligente.

Gli voglio bene. Sarà quell’adorabile fossetta sul mento che mi ricorda mio Zio (e io santo cielo ho uno degli Zii più belli che la storia degli Zii ricordi) così familiare o quell’occhio azzurro vivace che non fa paura, allegro che ti mette serenità. Sarà anche che vorrei accorciargli la frangetta phonata in maniera esasperata. Vorrei spostargliela un po’ sulla destra a mò di ciuffo e con la testa un po’ obliqua sussurrargli “visto che stai meglio così?”.

Gli voglio bene. Sarà che sogno di passargli il cucchiaio o la spatola in silicone mentre ammaliata e rapita  lo osservo sparare crema chantilly con la sua sac-a-poche come fosse un prolungamento umano tanto è intrisa di precisione e perfezione. Starei lì a fotografare le sue mani con quella manicure perfetta mentre si destreggia tra un dolcetto paradisiaco e trecento mila chili di farina nera di farro del bengala coltivata con la trebbiatrice numero quattro della fattoria numero 897 bis.

Gli voglio bene ma santo cielo NONCELAPOSSOFARE.

Perchè Montersino è innegabilmente friendly e c’è anche il glossario di Luca, grazie al cielo.

Ma non ce la si può fare ugualmente. Che la rassegnazione ci colga in maniera consapevole.

Destrosio o glucosio, raffinare, raffinatrice, rifrattometro, zucchero invertito, pirlatura, valvola aperta-valvola chiusa, zucchero fondente, burro nocciola, caramellare a secco, caramellometro, chibouste, coppare, dacquoise, decuocere, farina debole, farina forte, inulina, isomalto, malitolo, pezzare.

E sono solo alcuni (immaginatemi riversa per terra con sguardo catatonico*diapositiva visivimmaginativa numero 1).

Montersino è e continua ad essere uomo da venerare e idolatrare da sempre e per sempre. Immaginette disseminate per casa rendono omaggio (MA MAI ABBASTANZA! devo calmarmi, sì)  al Grande Maestro. Il timore reverenziale che lo stesso Nippotorinese nutre nei di lui confronti, risulta commovente (legato fortemente alla regionalità piemontese; la nega ma è evidente. Del resto chi non sarebbe orgoglioso di un suo corregionale?! Evitiamo di pensare a La Russa noi siculi, ok? Focalizziamo Battiato, ok?) e straziante. In religioso silenzio fissiamo il monitor inebetiti con lo stesso sguardo delle mucche che guardano passare i treni. Talvolta prendo qualche appunto. Ci prostriamo davanti al monitor quando mostra il risultato finale con quella semplicità e modestia che spiazza e lascia interdetti.

” E voilà la sfoglia di cioccolato arancia e mandorle è servita!”

“E voilà la ciambella allo yogurt, fruttosio e Lime è pronta!”

“E voilà la millefoglie con crema chantilly e gelato fragola lime servita con scultura di caramello è pronta!”

E voilà, ‘nsomma.

(chi ha pensato “unpardi…” ha tutta la mia comprensione)

‘Nsomma è un po’ il riassunto di tutto, sì. Perchè in questo “‘nsomma” c’è tutta la mia totale incapacità sapientemente farcita di incommensurabile incompetenza che quel “voilà” rappresenta. Irraggiungibile. Un voilà irraggiungibile e un ‘nsomma  raggiungibilissimo.

Quando da Eataly nel corner di Montersino abbiamo acquistato per ben due anni di fila la torta di compleanno del Nippotorinese e della Socia, sono entrata in coma visivo e ho fissato il famigerato “Quadro di autore” per non so quanti quarti d’ora. Stessa cosa per i mini dolcetti gelatinosi e non, fruttosi e non e i tiramisù nelle loro infinite varietà. Solo la granitina dell’agrigelateria è riuscita a distogliermi da quel delirum tremens pupillarum schizofrenicum (si vede o no che sono una donnadecurtura eh?! ).

Come accade con  i libri di Montersino, che chiaramente possiedo in toto (anche i doppioni. doppie edizioni. edizioni diverse. sonounpazzaiutatemi), sto lì fermafissaimmobile a contemplare la perfezione. Qualsiasi ricetta Montersiniana mi mette angoscia. Sì, nonostante mi lanci in Ducasse e Sadler manco fosse la ricettina di Cotto e Mangiato. Con quel delirio di onnipotenza che di certo non dovrebbe appartenermi vista la mia incapacità culinaria ma.

Con Montersino: panico assoluto. Nonostante il Nippotorinese caldeggi continuamente preparazioni a quattro mani, giusto per farmi esercitare un po’, invitandomi ad avere fiducia. Rimango fissa lì. Che sia il corner di Eataly con le sue creazioni reali a due centimetri da me. Che sia il corner a caso di casa mia con le sue creazioni virtuali a due centimetri da me in formato fotografico.

Eppure prima di arrivare finalmente (si vede che l’angoscia dell’assenza è diventata insopportabile?) a Torino mi sono detta che quanto meno avrei dovuto provarci. Con poca angoscia e tanto coraggio ho scelto qualcosa di non eccessivamente elaborato. Sarebbe stato inutile del resto deprimersi davanti alla “torta al miele e mascarpone con aspic di moscato e fichi”, meraviglia dell’ingegneria dolciaria.

Dei semplicissimi Savoiardi. Un inno alla terra di Montersino e del mio amore. Un pochettopocopoco anche mia. Il biscotto piemontese per eccellenza rielaborato dal genio della pasticceria Italiana, ormai portabandiera in tutto il mondo del made in Italy. Per questo motivo ho voluto dilettarmi anche in una versione tricolore (incredibile come anche la presenza del colorante non abbia minimamente influito sulla consistenza dell’impasto).

Savoiardi con farina di riso. Ho prestato moltissima attenzione, come mai in vita mia. Ho seguito meticolosamente ogni suo consiglio (e grazie al cielo erano pochi) e cercato di “non metterci come al solito del mio” (sorriso beffardo).

Savoiardi spettacolari. Incredibilmente soffici e pazzescamente somiglianti a quelli originali. Mi si conceda: migliori. Merito dell’impasto chiaramente e non della mia elaborazione. A conferma che le dosi Montersiniane diventano merce rara da custodire e divulgare solo dopo cospicuo assegno.

Roba che quando li ho tirati dal forno ho urlato al miracolo pronunciando quelle dodici parole del dialetto piemontese che conosco meglio (e Estella santo cielo ti ho pensato tanto!) .

Un’esperienza mistica da ripetere. Un altro centinaio di volte, se non più. Come quella di vedere Torino. Vivere Torino. Fissare immobile un vetro con un quadro d’autore di frutta che ti rimanda la stessa sensazione di un oggetto preistorico in un Museo. Come la morbidezza interna di un biscotto morbido, affabile e dolcissimo dalla corazza stoltamente percepita come superba.

Il savoiardo rappresenta questa grande regione e l’incommensurabile beltà di Torino (ma quand’è che mi si darà la cittadinanza onoraria in attesa di definitivo trasferimento? uff).

Torino! Sto arrivando (scappa finchè sei in tempo. Torino e  Montersino. Stazionerò ad Alba con il sacco a pelo anche solo per guardarti e inginocchiarmi a te, Maestro #sallo)

(la vedo già Torino scappare. Piano piano. Con la sua flemma. Organizzando bagagli dentro una valigia  a forma di Mole. Sale su una carrozza a Piazza Vittorio; di quelle eleganti . Abbigliata in abito da sera con qualche diamante come dettaglio. Sono le otto del mattino del resto. E si perde verso la Gran Madre mentre saluta con la mano semplicemente ruotando il polso. Un po’ come fanno durante la proclamazione di Miss Universo. Con semplicità. In fondo è Torino avrebbe potuto esagerare.)

La ricetta dei Savoiardi con la farina di Riso di Montersino la trovi cliccando qui >>>>

Una che disegna, scrive, cucina e fotografa ma non fa bene nessuna della quattro cose.

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