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Dentro te e aldilà una piccola poesia

Andavo avanti e indietro su una passerella pericolante. Fumavo nervosamente con le cuffie nelle orecchie. Pur infastidendomi il volume che  a livelli preoccupante perforava quell’udito problematico che mi fa capire totalmente l’inverso di quello che mi si vuole comunicare. Accendino rosa ma non dupont come mi piaceva averlo a diciotto anni ma neanche con i gattini. Ailurofobia a parte mi ricordano tristi pensieri di persone che non ci sono più e che ti fiondavano in casa con pasticcini e fuoco per accendere dolori in formato tabacco. E passata la smania di dupont e voglia di ritornare su inezie che non avevano futuro ; andavo avanti e indietro su una passerella pericolante. Il vento faceva male all’orecchio sinistro colpito continuamente da un otite perforante e persistente di una vita. Gelo negli occhi.

Non ho mai avuto un passo incerto ma deciso e nonostante fosse poco stabile quel piano procedevo avanti e indietro come un soldato. In attesa di un vagito e di un parto. E’ stato il giorno che è nato Puntino.

E’ stato quando non c’era freddo se non nel cuore che ho capito quanto si potesse sentire freddo il 2 Giugno e caldo il 13 Novembre. Guardando attentamente in giù dove si vedeva la gente passare, su questa sorta di ponte costruito in aria su un parcheggio di un ospedale ho visto due amiche. Camminare abbracciate. Una era più bassa ed una più alta. Una un po’ grossa e l’altra un po’ magra. A sinistra aveva i capelli lunghi e a destra i capelli corti. Mi sono chiesta come trascorressero il tempo e se davvero quella con i capelli corti non li desiderasse lunghi e se quella un po’ grossa volesse essere un po’ magra.

Sono stata l’amica un po’ grossa e un po’ magra. Sono stata quella con i capelli lunghi e quella con i capelli corti. Non sono mai stata quella bassa perchè ero sempre la più alta o almeno uguale, ma sapevo abbassarmi un po’ per esserlo. Bassa. E ho camminato abbracciata anche io credendo di avere per sempre un appoggio, e la voglia di raccontare. Se avessi guardato in alto e avessi visto una che andava avanti e indietro da sola su una passerella pericolante mentre tra fumi di nicotine e dolori attendeva il rumore del vagito del suo primo e unico nipote, avrei provato pena per lei.

Perchè c’è qualcosa di più bello che passeggiare con un’amica sotto passerelle pericolanti e sopra terreni scoscesi di ospedali? Sarà che a me l’ospedale cambia la percezione della vita. Sarà che nei parcheggi dell’ospedale io capisca molto più di me.

Riesco a diventare un pinguino del Madagascar che fa ridere un’amica che muore e riesco a filmare un bambino che nasce e che in teoria avrebbe dovuto gridare il mio nome adesso. In questo momento. Abbracciandomi fortissimo. In mezzo alla morte e alla vita di un ospedale comprendo quanto  e cosa io sia esattamente.

Non cammino a braccetto con nessuno e continuo a rimanere pericolante su una passerella da sola mentre osservo giù spingendomi giusto un po’ , mentre sistemo le cuffie dei miei aggeggi tecnologici che mi tengono in contatto con un mondo che ho creato e plasmato , costruito e selezionato. In un mondo dove è concesso entrare nella parte più profonda di me ma senza andare. Oltre.

Come in un ospedale lo divento io stessa. Pubblica ma con stanze speciali isolate. Devi indossare la tuta bianca e i calzari. Quelli che ad Aviano ho infilato lavandomi le mani dopo aver attraversato un bosco che somigliava a quello di Lynch nella sigla di Twin Peaks. Gli stessi che a Catania non ho infilato senza lavarmi le mani perchè ” tanto non sopravviverà. Se arriva a domani è un miracolo”.

Un miracolo è stato mangiare un pezzettino di pizza con te che per qualche assurda ragione continui a mancarmi. Come idea di un iperuranio che non c’è. E per masochismo mi chiedo cosa avresti detto di me e se saresti stata orgogliosa di quello che sto facendo. E per quello che sto facendo intendo: essere quello che sono. Decisa, solitaria, testarda e arrogante.

Mi chiedo se ci siano pinguini del Madagascar senza calzari nella camera sterile dove sei. Piena dei cuscini di hello kitty che ti ho regalato e se poi alla fine quel pigiama con gli orsetti che non sono riuscita a trovarti lì c’è- L’ho visto. L’altro giorno era in vetrina e volevo solo possedere forbici capaci  di tagliare tutti gli orsi lanciandoli in aria e facendo neve. Neve come in Burton di Edward mani di forbici.

C’è qualcosa di orrendamente masochistico che mi attrae a te e al tuo ricordo. Una manifestazione plateale del mio dolore che non riesce ad essere lavato io- Mi impegno tra disegni, sorrisi e cuori e credo anche io che vomitare felicità possa in qualche modo farti credere che davvero esiste un luogo pieno solo di pinguini spiaccicati al muro di un ospedale ma la verità è che dovrei davvero poter venire lì. In quel pezzo di terra dove sei diventata carne, sangue e vermi. Perchè ti hanno mangiata i vermi, lo so.

Anche a me.

Mi hanno divorato e dilaniato solo che nessuno mi porta i fiori. O perlomeno non i fiori che vengono male con la macro. Voglio fotografare solo quelli. Adesso mi piacciono i pungitopo.

Rimbombi nella testa anche questo Natale e non riesco a far andare via il sottofondo che preferivi. La voce di Elisa la sento fortissimo. E se ci sono momenti che mi infastidisce e dico basta. basta vai via. lasciami qui con i miei vermi e ritorna dai tuoi. All’improvviso mi volto e vedo nella luce i tuoi occhi e quella smorfia che facevi alzando un po’ il labbro superiore. E silenzio c’è.

Un senso di te.

C’è un senso di te.

La stagione non è cambiata e non ci sono state nuove rose. Non c’è stato un ” ci sarà”. Non c’è stato questo Natale e non ci saranno poesie nuove. Non ci sarà nulla ma solo carceri dove tenere segregati dolori.

Ma ecco io ti penso. E quella passerella mi sembra un po’ più stabile con il ricordo di te. Perchè sei diventata il ricordo che ho dell’amicizia vera. Di quella che non esiste.

Di quella destinata a finire con una morte violenta e dolorosa che possa donare felicità solo nel ricordo.

Adesso mi avresti abbracciato e detto “esagerata patata! smettila. l’amicizia esiste”.

Ti avrei sorriso e resa felice. Ti avrei detto ” hai ragione” ma lo sai anche tu che alla fine ho sempre.

Ragione.

Io.

Non esiste.

Difatti tu non esisti.

Una che disegna, scrive, cucina e fotografa ma non fa bene nessuna della quattro cose.

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13 COMMENTS
  • Giulia 23/12/2011

    prima.

    sei arrivata tu Agata <3

  • PieceOfStar24 23/12/2011

    Io non voglio scrivere nulla di banale.
    Mi tolgo le scarpe e le lascio accanto alla porta.
    E poi entro. Lì dove una macchia rossa come il sangue che ribolle. Lì dove si ride. Ma si piange anche. Dove c’è nero. E bianco.
    Lascio le scarpe lì e ti dico grazie per avermelo insegnato e mi dico grazie per essere inciampata in te. In te che nell’amicizia ci credevi e in me che ci credo ora e non ci credevo più.
    E buon natale A.
    A te lo dirò poi.

  • Ninphe 23/12/2011

    <3

  • PAOLA FANTINI 23/12/2011

    Carissima… Permettimi di abbracciarti mentre ti scrivo che possiamo scegliere di richiamare alla mente ricordi positivi o ricordi negativi.
    Giulia, coltiva il bello che c’è stato e nutri la gioia che avete condiviso. E ringrazia il destino che, anche se per poco, vi ha fatto incontrare ed apprezzare a vicenda. Se posso citare De Andrè, “è stato meglio lasciarci che non esserci mai incontrati”.
    L’amicizia esiste e l’hai vissuta.
    Questo pensiero sia per te una rete di sicurezza sotto quel passerella pericolante. Ti salverà, sempre.

  • Wish aka Max 23/12/2011

    Lo è. Non “lo sarebbe”. Lo è. Tanto, tanto orgogliosa di te.

    • Wish aka Max 23/12/2011

      E un’altra cosa.
      I vermi non possono mangiare l’anima. La scansano, gli rimane indigesta.

  • Ho letto. Letto con il fiato sospeso. E ora sono qui che guardo il bianco in fondo al post. Qualsia cosa io dicessi ora sarebbe fraintesa.
    Ma a me l’unica parola che mi viene da dentro, che urla e vuole uscire è “Grazie”.

    …. vorrei… no ….
    si quello che sei, e concedi a chi ti ama di accompagnarti e di andare oltre…non pesare MAI che conosci i tuoi limiti e i tuoi spazi, così non è …
    non sarai tu ad afferrarti l’anima e a chiuderla in qualche posticino per poterti lamentare….lasciati toccare, lasciati amare, lascia che esploda anche la pece …. e lasciala conoscere…

    A noi, osservatori seduti su questo tram, concedici il lusso di afferrare questa schegge e farne tesoro, perchè ogni volta che qualcuno si spoglia, ogni volta che qualcuno ha il coraggio di mostrarsi carne e sangue beh ogni volta succede qualcosa di straordinario.
    In queste occasioni capita che nel mondo qualcuno capisce, qualcuno apprende. E non te lo farà sapere, eppure camminerà meglio.
    E tu inconsapevolmente trarrai giovamento, ti sentirai più forte e non comprenderai… ma sappi che qualcuno ha bevuto dal tuo sangue e non te l’ha detto.
    Io ci credo… è una vita intera che cammino sospesa…. e so di che parlo.

  • Bibi 23/12/2011

    e tu non hai ragione proprio per un cacchio.

  • PieceOfStar24 23/12/2011

    E tu no, non hai mai ragione.

  • pani 23/12/2011

    all’ospedale non si dovrebbe nascere e neppure morire. Dovrebbe essere un luogo dove ci si “ripara”, dove qualcuno ci rimette in sesto.
    Invece si continua a nascere e pure a morire e molti lo fanno proprio nello stesso anonimo palazzo, magari qualche sala vicina.

    E poi, egoisticamente, io non penso che siamo divorati dai vermi. Siamo noi che nutriamo loro.

  • Benedetta Beltrami 24/12/2011

    Giulia avevo scritto un super commento ma sfortunatamente ho perso tutto 🙁 che frana.
    bé te lo ripeto: Brava Giulia. ho le lacrime agli occhi e anche se non ho capito tutti i passaggi é stato bellissimo! ai scelto io miglior modo per sfogarti ricordati che noi siamo sempre qui pronti ad ascoltarti 🙂 o per lo meno io ci sono!
    mi dispiace tanto per la tua amica.

  • yliharma 24/12/2011

    <3

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