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Il Pollo in Fricassea di Mildred Pierce

Ho sentito spesso parlare del pollo in fricassea. Essere mitologico questa preparazione. In diversi contesti cinematografici è presente e in molti libri. Di diversa provenienza e nazionalità questo pollo pare essere conosciuto proprio da tutti, anche se la maternità ufficiale credo vada attribuita alla Francia.

 Poi guardando Mildred Pierce, perché se ne era sentito parlare abbastanza bene, ho creduto che davvero fosse giunto il momento. Ne parla la Winslet  al Chiambretti Night, che vedo mal volentieri ma per una serie di ragioni quella sera aveva catturato la mia attenzione. Non che mi piaccia poco il proprietario del ristorante Birilli e dello Sfashion, anzi mi fa una discreta simpatia; del resto sono pure una sua cliente quando mi trovo nella mia seconda città ma per qualche inspiegabile ragione, che non cerco neanche di individuare, non riesce a catturare la mia attenzione alla conduzione del suddetto programma. La Winslet parla del suo rapporto con la cucina e con il pollo, indiscusso protagonista della storia e nel mio piccolissimo di questa settimana nel Gikitchen. La storia pareva essere davvero interessante e di quelle che “cinque puntate te le spari in endovena per una sera”. In realtà si è fatta davvero una gran fatica, e non solo da parte mia, per cercare di finire questa avventura rivelatasi un malloppone estenuante di quelli che “ma quando finisce?”.

Gli spunti alimentari, soprattutto in fatto di pollo, sono molteplici e interessanti; per non parlare delle torte meringate. Sta di fatto che Mildred Pierce apre un ristorante dove si serve solo pollo e l’idea nasce proprio dal fatto che generalmente questo tipo di carne riscontra il gusto della maggior parte delle persone, bambini compresi. In fondo il mito del pollo allo spiedo accompagnato dalle patatine fritte non è poi così difficile da individuare nei cassetti dei luoghi comuni.

 Mi si dice che il pollo in fricassea sia davvero buono nonostante la preparazione  semplicissima. Mi si dice, il nippotorinese, di essere riuscita a rendere minimale e pulito un pollo che generalmente viene servito turbando visivamente per quella poltiglia creata in cottura. Lo prendo come un complimento mentre accompagno la poltiglia in una ciotolina apposita per non creare turbamenti nel piatto e sorrido. Sorrido quando viene ben accolto anche da mamma e papà.

La fricassea del mio amato Maurizio Santin con tanto di video si può trovare cliccando qui >>>. Confesso di voler provare al più presto anche questa versione.

Io l’ho cucinato alla vecchia maniera e nella versione più povera e semplice e spoglia che ci sia. Impanato il pollo con pochissima farina e bagnato letteralmente nell’uovo sbattuto. Fatto rosolare in poco burro dove si erano appassite un po’ di carote tagliate sottili, cipolletta e sedano e allungato con brodo di pollo.  La salsina formatasi in cottura piuttosto che lasciata lì a navigare tra la cosciotta l’ho servita a parte. Insomma, niente di eclatante ma un’idea veloce e sfiziosa per la preparazione del pollo. O almeno spero.

 

Una che disegna, scrive, cucina e fotografa ma non fa bene nessuna della quattro cose.

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