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L’abito non fa il Cuoco di Alessandro Borghese – La Cucina italiana di uno Chef Gentiluomo

Non sono il genere di donna che fa apprezzamenti sugli uomini. Non lo sono stata mai. Certo quando le amiche sfogliano riviste ed emettono gridolini un sorriso lo abbozzo anche io. E’ innegabile che quando quel tizio con gli occhi azzurri come il cielo e la tartaruga grande come l’Australia sulla barchetta di Dolce e Gabbana a Capri mostrava tronfio il suo costumino bianco, io non abbia spaccato il televisore urlando “cheschifo!” ma anche lì: abbozzo un sorriso.

Ci sono due uomini (solo due e il Nippotorinese no. Non è contemplato perché sono malvagia) e dico DUE uomini soltanto che non mi fanno abbozzare un sorriso ma piuttosto mi fanno volgere lo sguardo in alto e proferire tra i denti “che il cielo ti benedica sempre”.

Jack Nicholson, con il quale sono fidanzata da venticinque lunghissimi anni (sto organizzando le nozze d’argento), e Frank-N-Furter (non Tim Curry che lo interpreta attenzione eh. Proprio lui: Frank-N-Furter. Perché esiste e nessuno osi contraddirmi). Ho voluto bene a Jim Morrison facendogli l’altarino a quattordici anni e ho pensato (ma solo per un momento lo giuro) di alzare gli occhi vedendo Idris Elba protagonista della serie Luther (ma Jack e Frank, miei fidanzati ufficiali, se la sarebbero presa a male e mi sono trattenuta). Dove voglio arrivare?

Non lo so. Ah sì.

Di Jack amo smisuratamente il genio e l’incontestabile bellezza mentre di Frank il trasformismo, l’eccentricità e la pazzia. Insieme creano il prototipo di uomo insomma che io ho voluto riassumere nel Nippotorinese (fa acqua da tutte la parti vero? Essendo lui calmo, riflessivo, stoico, immobile e imperturbabile). Questa vasta gamma di realtà e finzione insomma mi ha donato sempre quell’equilibrio che ogni donna cerca. Mancava qualcosa però: l’inarrestabile simpatia.

Il Nippotorinese a suo modo lo è. Jack ed io non parliamo molto e Frank è parecchio occupato con i suoi travestimenti. Poi un giorno è arrivato lui. Con il sorriso più bello di tutti i tempi. Con la sua inarrestabile e incontenibile simpatia romana: Alessandro Borghese.

Si parla di almeno quattro anni fa se non più. Cortesie per gli ospiti. Mi innamoro all’istante di questo format graziosissimo che prevede reciproci inviti a cena di due coppie di sconosciuti. Serata presieduta da un architetto che giudicherà l’ambiente dove si svolgerà la cena, un esperto di buone maniere che farà crollare ogni certezza sul galateo e uno chef che vi farà venire voglia di andare in un fast food e sfondarvi di junk food per dimenticare la pessima serata ai fornelli.

Alessandro Borghese, chef e figlio d’arte (improvvisamente ho amato pure Barbara Bouchet. Da qualche parte in rete c’è pure una vignetta di Maghetta che si diletta nella ginnastica aerobica nella speranza di diventare una buona nuora per la Bouchet. Delirio squisitamente folle che purtroppo non riesco a rimuovere).

E’ per questo che quando parlo di Alessandro Borghese devo fare giusto queste due premessine. Non per giustificarmi, sia mai, del fatto che possa essere in qualche modo obnubilata dalla sua meravigliositàbellezzagenialitàsimpatia eh.

Alessandro Borghese? Meglio non c’è n’è. E chi osa contraddirmi si beccherà un ceffone a pieno volto e giocherò a shangai con i suoi denti.

Quando ho avuto tra le mani L’abito non fa il cuoco” di Alessandro Borghese non ero arrivata neanche alla cassa che continuavo a dire “uhhh è il più bel libro di cucina mai comprato eh” – “uhhh guarda che meraviglia queste foto” – ” uhhh ma incredibile cuoce la pasta in abbondante acqua salata è un genio”. Insomma un giudizio PER NULLA contaminato dal mio viscerale amore per Alessandro Borghese.

Quella che segue quindi è una critica obiettiva, razionale e fondata OCCHEI? (e perché mi sto agitando santocielo?)

Edito dalla Rizzoli (e il prezzo è stato cancellato uff. Non ricordo, pardon) e finito di stampare in Cina nel 2009 mi fa supporre che tanto nuovo questo volume non sia.

Comincia con una frase di Picasso “Per mio tormento e forse per mia gioia, io dispongo le cose secondo le mie passioni. Metto nei miei quadri ciò che mi piace. Tanto peggio per le cose: devono andare d’accordo tra loro”.

Alessandro comincia così la sua avventura che ci porta a conoscerlo non solo come chef. Dice che come Picasso fa lo stesso e che mette nei suoi piatti quello che gli piace. Fin da bambino era affascinato dai manicaretti che suo padre preparava soprattutto la domenica. Racconta di questo libro come una delle avventure più belle. Ha ripreso a colorare con i pastelli disegnando i piatti. Ha ripreso foto della sua infanzia e ha scartabellato tra ricordi e impasti di biscotti. Ha attraversato nuovamente i mari e le strade di San Francisco, Parigi e Londra e di quando surfava a Bali. Racconta la sua vita attraverso le tappe e gli aneddoti e inserisce le ricette che raccontano la sua storia personale. A mio modestissimo avviso lo fa con quella sua naturale simpatia e normalità che ti fa subito innamorare di lui. Alessandro Borghese ci sa fare non perché sia costruito ma perchè fortemente vero. E’ abituato a stare sul palco e non credo soltanto perché figlio d’arte ma perché ci si nasce con temperamento e genio di questo tipo. E’ quando insomma si ha la certezza che in qualunque modo una personalità di tal calibro verrà fuori. Poco importa il cognome, la nazionalità e il luogo.

La gavetta Borghese l’ha fatta sulle navi da crociera e ha navigato intorno al mondo per ben tre anni. Beveva il caffè più buono del mondo al Molo Beverello di Napoli, dice, e poi partiva alla volta della sua vita. La sua sveglia iniziava alle 5.30 e brodo, burro e carne erano i primi odori che lo svegliavano. Ricorda le grida del capo cuoco e sostiene che chiudendo gli occhi le sente ancora. Ha imparato la disciplina lavorando molto in quell’universo chiuso al riparo delle distrazioni. E’ per questo anche che nelle sue elaborazioni vi è un mondo di sapori da scoprire. Apprezzo moltissimo ogni singola ricetta e non nascondo che questo è uno dei volumi, a prescindere dal gioco e dalla simpatia che nutro nei confronti dello chef, che apprezzo di più (vabbèuffa sono obnubilata) . Vi è una varietà tale da non poterti lasciare indifferente. Vi è una curiosità morbosa per quanto mi riguarda di scoprire davvero cosa si cela dietro quel titolo e quella preparazione spiegata semplicemente senza che demoralizzarti.

Anacardi al cocco con riso pilaf e le coste in conserva senza dimenticare  i sapori del sud e del nord. Perché Alessandro oltre ad essere figlio d’arte è proprio figlio del disequilibrio. Il calore del sud dovuto al padre e del nord dalla parte della madre. Vi è la panna cotta di marocchino e la mousse di mascarpone e rape rosse con meringhe e scaglie di cioccolato. Ma è anche italoamericano Alessandro che è nato nel 1976 a San Francisco, dove ha lavorato per molto tempo in un ristorante vegetariano. Cheesecake di piselli con cipolle caramellate, coppetiello a modo mio, filetto di maiale con farcia di mele fuji salvia e patate sauté, sashimi di rognone con polentina di asparagi.

Si percorre un viaggio a tappe tra i luoghi della sua vita e il tutto è corredato da appunti e schizzi e fotografie belle ma che vengono danneggiate dalla qualità della carta che certamente non entusiasma.

C’è la tavolozza di mare, il panino di gallinella, la zucca con crema di parmigiano e coppa croccante, gli spaghetti di riso con zucchine e fiori e seppioline. Vi sono elaborazioni vegetariane, vegane e non. Con glutine e senza in un tripudio di sapori e colori accecanti.

Se questo libro avesse avuto una carta fotografica alla Ducasse e più spazio ancora per liberare il genio di Alessandro Borghese sarebbe stato davvero difficile superarlo.

Non solo pollice in alto ma pure applauso, inchino e.

E occhi in alto “che il cielo lo benedica sempre”.

 

Una che disegna, scrive, cucina e fotografa ma non fa bene nessuna della quattro cose.

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