Il Diavolo e la Rossumata – Sveva Casati Modignani

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Grazia Giulia Guardo, ma iaia è più semplice, è nata il 12 12 alle 12. Il suo nome e cognome è formato da 12 lettere ed è la dodicesima nipote. Per quanto incredibile possa sembrare è proprio così. Sicula -di Catania- vive guardando l’Etna fumante e le onde del mare. Per passione disegna, scrive, fotografa, cucina e crea mondi sorseggiando il tè. Per lavoro invece fa l’imprenditrice. Digitale? No. Vende luce, costruisce e distrugge. Ha scritto un libro per Mondadori, articoli per riviste e testate e delira pure su Runlovers, la comunità di Running più famosa d’Italia; perché quando riesce nel tempo libero ama fare pure 12 chilometri. Ha una sua rivista di Cucina, Mag-azine, che è diventato un free press online. È mamma di Koi e Kiki, un labrador color sole e uno color buio, mangia veg da vent’anni, appassionata di cinema orientale e horror trascorre la sua giornata rincorrendo il tempo e moltiplicandolo.

E’ un libro diverso da tutti quelli che sono stati sfogliati insieme qui per la rubrichetta de La Libreria di Iaia. Non si tratta infatti di Donna Hay che sforna meraviglie al cioccolato in uno dei suoi innumerevoli libri di cucina, che ti ritrovi poi nel  mensile scaricabile su App Store,  e neanche di Nigella che ti insegna a preparare il merluzzo congelato al microonde con il suo attillatissimo giubbino di jeans. L’autrice non indossa un grembiule nè spadella in un programma televisivo e all’attivo non ha nessuna raccolta delle cento ricette per far felici mariti e bambini.

E’ un libro che se scorri tra gli scaffali della libreria un po’ distratta, quando fuori piove e tu vorresti solo sfilarti quelle maledette scarpe sempre troppo strette, interpreti come romanzo capace di catapultarti indietro in un vortice di ricordi. La sensazione  perdura mentre fissi la bella bimba infiocchettata in copertina. E continua quando quelle farfalline applicate sul vestito ti fanno ricordare i ritagli che facevi alle elementari con le forbici con le punte arrotondate. Poi ti fermi alle scarpe, proprio quel modello esattamente lo stesso che vorresti al posto di quelle strette e antipatiche che hai ai piedi, e ti vedi piccola nel cortiletto della zia. Ma le tue erano rosse. Con due occhielli davanti.

Perché la copertina riesce immediatamente con il suo vortice visivo a catapultarti esattamente dove andrai: nel mondo dei ricordi.

Quello imperniato di odori, occhi, vestiti, giardini, case, mobili, soprammobili, legami e fratture. Lo stesso che ha come sottofondo un frastuono di risate che non hai mai più sentito, né mai accadrà, e ti dispiace a tal punto da provare dolori lancinanti. Il mondo dei ricordi. Tra tutti quelli che aleggiano tra iperurani, idee e fantasie, è sicuramente il più difficile da attraversare e percorrere in solitudine. Se lo si fa spogliandosi completamente davanti a tutti può diventare straziante oltre che riservato davvero a pochi.

Quella bimba infiocchettata che è poi davvero l’autrice stessa in tenera età è diventata una donna che non ha certamente bisogno di presentazioni soprattutto se fatte da me. Ha scelto di raccontarsi per la prima volta in maniera intensa e ironica, proprio come promette la seconda di copertina, svelando se stessa attraverso questo percorso impregnato degli odori della cucina.

Kitchen Confidential di Anthony Bourdain mi aveva un po’ deluso ma nonostante questo mi sono ripromessa di rileggerlo perché forse troppo distratta in quel periodo. La Agnello Hornby mi era piaciuta moltissimo e la promessa di rileggere anche le sue righe è diversa rispetto alla prima, in quanto originata da una sensazione di mancanza invece che dal senso di colpa per la perdita di attenzione.

Sveva Casati Modignani racconta una Milano sotto le bombe degli Alleati e una cascina fuori città.

Io di racconti della guerra ne ho ben pochi, se non attraverso gli occhi e le parole della nonna, perché il mio papà è nato proprio nel quarantacinque quando tutto era finito, ma confesso di non riuscire a rimanere indifferente di fronte a chi ha dovuto vivere i primi anni della vita non con i suoi genitori ma con quelli dei propri.

Sono cresciuta con la nonna anche io, per motivazioni diverse certamente, ma la mia morbosa curiosità di bambina emerge. Cominciano così le mie prime righe con Sveva. Mi piacerebbe sapere se anche lei si annoiava. Se anche lei come me voleva disperatamente sua mamma e se la nonna era troppo esigente. Se le imponeva di ricamare come la mia faceva e se doveva cucire, sbucciare i fagiolini e stare attenta all’abito stirato.

E comincio. Leggo. Mi immergo.

Per quanto assurdo possa sembrare avendo vissuto altri tempi ed evoluzioni, mi rivedo moltissimo in quell’adorabile bimba infiocchettata curiosa e rispettosa degli adulti che fa la comunione al gatto con l’ostia. Incredibile come ci sia questo ripetersi e perpetuarsi di situazioni, legami, parentele, privazioni e molte esagerazioni.

Similitudini dovute sicuramente a una ferrea educazione, alla quale io stessa sono stata abituata e cresciuta, me la rendono immediatamente simpatica tanto da affezionarmi alle avventure semplici ma pregne di significato che Sveva fa durante il periodo più importante della sua formazione.

Dietro questa firma, tra le più amate della narrativa contemporanea che è tradotta in venti paesi e ha venduto undici milioni di copie, si cela una bambina. Che amava il pane e salame e ne ha mangiato così tanto da stare male. Che beveva vin brulé quando era raffreddata. Che sedeva davanti a un piatto di ravioli in brodo per Natale. Che preparava il burro dove poi la nonna avrebbe cotto quelle meravigliose crocchette.

Le stesse, che sì d’accordo dipende anche dalla varietà delle patate, che non avranno mai lo stesso sapore. Proprio come la scacciata con le patate della mia nonna su cui ho blaterato più che abbondantemente qui.

Sveva faceva il burro ma le piaceva l’olio nonostante nonna dicesse che il gusto somigliava a quello dei capelli. Sveva ha avuto i pidocchi ed è stata rasata a zero “melonata” mentre piangeva e non indossava il suo adorato vestitino di organza a pois rosa che aveva sporcato un giorno con liquore appiccicoso.

Il Diavolo e la Rossumata ricorda, perché ce ne è sempre bisogno, che anche le donne meno comuni per gli altri in realtà celano debolezze, ricordi e profondi dolori come rapporti difficili e parole mai dette.

La Rossumata, una merenda consolatoria che la nonna preparava per Sveva, è il classico zabaione sì ma preparato dalla nonna. Che ha lo stesso sapore delle crocchette di patate. Lo stesso che senza nonna non avrà mai. Glielo offriva quando era “di luna buona” e glielo preparava con un uovo sbattuto e lo zucchero, l’albume montato a neve con un pizzico di sale e veniva colorato poi da un bicchierino di Barbera d’Asti Cascina Castlèt.

Quando ho letto questi flash legati a un momento e correlati a uno o più sapori mi è venuto in mente il servizio della Baronessa Smith. Quello che mi ha regalato il Nippotorinese e che è stato musa di tante storie. Che apparivano. Scomparivano. E continuano a vivere.

Il fatto che anche il Barbera avesse come etichetta dei bimbi su una Vespa ha creato un cerchio di sensazioni profonde capaci di rievocare vite di cui non sono minimamente a conoscenza ma che odorano comunque di quotidianità. Familiarità.

Forse proprio per il fatto che quando si è bimbi si è uguali.

Tredici capitoli che come il filo ininterrotto di Dolls di Kitano sono legati da ricordi e cibi. Il rifiuto per il riso con le rane e per quello con le lumache tra le risaie. La presenza costante del Diavolo e il rosario intorno ad un tavolo. La timidezza di una bimba che è rimasta tale. Che pensa ancora al suo gatto Murciss.

Che ha capito e se vogliamo perdonato la difficoltà di amare di alcune persone. Perché ahimè non vi è un codice.


Nonostante la Rossumata sembri l’indiscussa protagonista, così non è perché vi è una sezione interamente dedicata a “Cosa si mangiava in tempo di guerra”. Si potrebbe pensare che siano ricette semplici. Ormai si è abituati, io per prima, a mettere il coriandolo pure nel caffè giusto per fare fusion in cucina. Ma nella semplicità c’è sempre qualcosa che può aiutare. Sempre.

Quindi ogni singola ricetta, seppur non munita di foto perché non vi è bisogno alcuno in questo caso, ha un senso. Un motivo. Una storia. E un sapore preciso e forte che neanche il tempo potrà fare dimenticare. Ris e ran, i conchiglioni di ricotta e spinaci, il lesso misto, gli uccellini scappati (carinissima! e la riproporrò prestissimo anche qui), l’uovo con gli asparagi e pure la cervèla fritta. Quella che un po’ tutte le nonne e mamme hanno creduto fosse necessaria per la nostra sopravvivenza.
Per chi ha voglia di cucina ma non gli basta. Per chi ha voglia di romanzo ma non gli basta. Per chi ha voglia di ricordi ma non gli basta. Per chi ha voglia di non sentirsi solo nel passato e gli basta.

Tutte le storie riguardanti qualsiasi vita sono importanti e lasciano qualcosa. Il Diavolo e la Rossumata ne è un fulgido esempio.


Se clicchi sull’immagine in basso c’è tutto il procedimento per preparare la Rossumata. Per una persona basta soltanto un uovo, un cucchiaio di zucchero e 1/2 bicchiere di Barbera. Un pizzico di sale chiaramente per la montatura degli albumi. Ecco perché di diverso c’è questa aggiunta che rende tutto molto più soffice rispetto allo zabaione normale; almeno per quanto riguarda la preparazione che qui in Sicilia è diametralmente opposta rispetto a Milano dove si svolge tutto. Eppure alcuni sapori sono davvero tutti uguali.

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37 COMMENTS

  1. Perdonami la bassezza, ma io sono scivolata veloce veloce tra le tue parole e sono rimasta appesa alla meravigliosa bottiglia di Barbera d’Asti. Il mio vino. Mi hai strappato un sorriso.

  2. con la nonna passavamo intere estati e per fortuna i piatti che ci proponeva non erano quelli che hai citato. ma quelle ricette ci sono sempre state nel mio bagaglio cultural-culinario. il bollito, i ravioli.. sono ancora oggi piatti che godono di precise date per la consumazione. l abitudine a non avanzare niente, a creare prelibatezze dai pochi ingredienti a disposizione, sono ancora i capisaldi della cucina di mia nonna. e li condisce con racconti, un po sconclusionati, della vita e morte di quei tempi. mi hai fatto pensare alla nonna.. le mando un abbraccio

  3. I racconti della guerra, quella della mia nonna, singolari e pittoreschi, come lei, come le cicatrici che porta addosso. Come le vacanze passate insieme, quando i miei avevano troppo da fare, l’infanzia trascorsa tra le vendemmie a focaccia e vino e i pomeriggi trascorsi a leggere nascosta tra i rami degli albicocchi. E mia nonna che raccoglieva le uova e me le portava ancora calde, ci faceva un buco e diceva “bevi, vedrai che buono!”. E le colazioni con l’uovo sbattuto, che nelle sue mani diventava bianco bianco. E sono strani i ricordi, a volte affiorano e non sembrano neanche veri. Come i libri, che diventano parte della vita che non ricordi di aver vissuto. E un libro suggerito è un regalo. Sempre.

  4. questa era un po’ una favola della buonanotte. anche se non andrò a dormire in un orario decente. però questo intreccio di ricordi. che il cibo rende “vivi” e sempre attuali. in una serie di analogie in cui a turno ognuno può riconoscersi. è come un bel racconto ininterrotto. un filo (rosso?) che alla fine collega tutti.

  5. i racconti della guerra di mio nonno, di chi l’ha vissuta sulla propria pelle, anche se adulto e richiamato alle armi e che non ha visto la figlia nascere.
    i racconti dell’immediato dopo guerra di mia madre, di chi ha vissuto la fame e la povertà, di quando per natale i bambini ricevevano per regalo le arance.

  6. Ieri sera ero con amici, e non avevo neanche letto.
    L’ho fatto stamattina.

    Ci sono dei momenti, e questo tuo post ne è un fulgido esempio, dove tempo e spazio non esistono. Dove due bambine si prendono per mano e si raccontano le proprie giornate. E non ha grande importanza se il mondo “fuori” è in guerra o meno. Perché quello su cui si concentrano le due bambine sono sensazioni semplici, e intensissime nella loro semplicitá. Un sapore, un odore, un sorriso, uno sguardo. Solo considerando questo sentire si può tentare di comprendere (tentare, perché l’intensità del sentimento è tale da travalicare la mia capacità di comprensione). Ed è meraviglioso lasciarsi andare alla tua descrizione, lasciarsi andare alla magia che tu e pochi altri (almeno nel mio caso) riescono a compiere: quella di prendere per mano il lettore e portarlo in un altro mondo. In questo caso un mondo di sapori, odori, sorrisi e sguardi che sono indissolubilmente legati a sensazioni e sentimenti fortissimi, così forti che diventano ricordi indelebili. E leggendo queste righe trovi nuova ispirazione per riflettere sull’infinitamente grande e sull’infinitamente piccolo. Due otto coricati, che significano la stessa cosa. Tempo e spazio, particelle subatomiche e galassie, bianco e nero, si confondono, diventano un unicum indistinguibile, e ti fanno intravvedere per un nanosecondo il tutto.

    E pensare che c’è chi pensa che questo sia un food blog.

    Grazie, Iaia. Perché ogni volta che metti a nudo un pezzetto del tuo io più profondo stimoli delle riflessioni che vanno oltre l’hic et nunc del racconto, della vicenda trattata. È come se tra le righe si dipanasse una storia diversa. Questo post, le sensazioni, le corde toccate, mi accompagneranno nella mia prossima camminata.

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