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I miei menu da 30 Minuti di Jamie Oliver

Possiedo tutti i libri di Jamie Oliver. Anche quelli in inglese ed alcuni in formato multimediale. L’App Jamie Oliver e la rivista Jamie Magazine, una tra le più costose su App Store (ma per certi versi ne vale la pena), mi piace ed è completa. Ci sono pure le videoricette, giusto per dire quanto sia piena di contenuti.

Con Jamie Oliver ho un rapporto complicato ma in definitiva gli voglio bene come fosse uno di quei cugini lontani che vedi poco ma che per qualche inspiegabile ragione quando accade ti viene solo voglia di tirargli le guanciotte e chiedergli come sta. Ha giocato sporco Jamie, perché tutto nasce da un’antipatia, mettendo i suoi adorabili figli biondini su Instagram e ritraendoli in uno stile London Vintage retrò e sfumature color seppia-earlybird. Come si fa a non innamorarsi di un biondino che affetta le cipolle con lui? Di loro, famiglia felice da cartolina, che giocano nell’orto di casa mentre papà cuoce l’ennesima insalata senza essersi nemmeno lavato le mani dopo che a mani nude ha scavato nella terra per agguantare un tubero?

Ecco. Credo che il problema fondamentale del mio rapporto con Jamie sia innanzitutto derivato da una scarsa fiducia nei suoi confronti per quanto concerne l’igiene. Non mi sembra un tipo “pulito”. Pasticcia troppo. Agguanta cose per terra. E’ un giocoliere da circo e afferra alimenti mollicci acchiappandoli e stringendoli e.

Uno stile completamente diverso da quello che preferisco (sì vabbè sono gnegnegne, come dice il Nippo, e allora? uff). Che poi è il quid che mi turba anche in Nigella. Solo che la grazia, la bellezza e il fascino della suddetta riesce un po’ a cancellare dei passaggi visivi raccapriccianti a cominciare dal cucinare con il giubbino di jeans, accarezzare il gatto e sfilettare il pesce per poi toccarsi i capelli e mescolare a mani nude una salsa.

Certo è che spero vivamente ci siano poche persone al mondo come me (vivo e vivranno certamente male) dedite all’igiene esasperata. Lavarsi le mani centomila volte e girare con salviettine e amuchina è indice di qualcosa di davvero molto grave (e già riconoscerlo ormai per me è un passo avanti) ma scavare per terra tra vermi e noncivoglionemmenopensare, raccogliere una patata, spolverarla con le mani mandando via la terra superflua e infilarla nel forno. Ecco.

Ce ne passa.

Jamie però è talmente adorabile, semplice e sorridente che riesce nell’epica impresa di farmi poi dire, visto il risultato, apperòchebello. Se non sapessi che aveva prima sistemato la tubatura della fossa settica a casa, raccolto il tubero con le mani e accarezzato il criceto dei figli, mangerei tutto quello che sforna senza problemi.

A Jamie io voglio bene. E’ un dato di fatto. Senza un motivo. E si ritorna alla sensazione di incarnarlo in un cugino. Le ricette, per noi italiani, potrebbero risultare insignificanti per certi versi ma in realtà Jamie proprio come Nigella aggiunge un tocco di internazionalità ai piatti italiani (non sempre ma capita davvero spesso) e un tocco di italianità ai piatti internazionali (e non è da tutti). Jamie infatti ama visceralmente l’Italia. Ha lavorato qui e studiato la nostra arte culinaria. Non vi è mai una volta in cui non la elogi e apprezzi. Il parmigiano reggiano è il suo punto debole. I pistacchi di Bronte pure. Conosce molto bene tutto quello che concerne l’italianità a tavola. Ha dedicato capitoli e capitoli e pagine su pagine a ricette dal sentore italiano e non vi è una preparazione dove non aggiunga un ingrediente dello Stivale.

E’ proprio la sua passione. Valore aggiunto certamente ma nel suo modo di fare food c’è una vera e propria genialità non riscontrabile nei grandi e stellati chef. Jamie è uno di noi. E’ uno di casa. Aridajecolcugino ma è proprio quel cugino che sa cucinare bene e che se avesse studiato sarebbe diventato un grande chef (che poi lo è). Si presenta con le sue orribili camicie a scacchi, il giubbino in triacetato della tuta e i jeans e credo che se togliesse le scarpe avrebbe pure dei calzini a righe spaiati e bucati. Ha una predilezione per scarpe orrende e anche se ha preso 20 chili almeno è rimasto quell’adorabile biondino con un’espressione non identificata che piace.

Insomma voglio bene a Jamie e in definitiva mi piace. Questo chiaramente oltre a non importare giustamente a nessuno rimane fuor di dubbio completamente slegato da quello che concerne le sue elaborazioni. Obiettivamente i volumi, simpatia-antipatia a parte, di Oliver sono davvero delle pietre miliari. Parto però da quello che mi piace meno. Lo ricomprerei a prescindere ma solo per un  discorso di “collezione”. Non mi piace avere dei percorsi con lacune.

Jamie Oliver – I miei Menù da 30 Minuti.

Ricette per chi ha poco tempo ma ama la buona cucina, dice Jamie. E nessuno osi dargli torto perché a ben guardare così è davvero. Questo libro credo si rifaccia (o forse è il contrario, proprio non so) alla fortunatissima serie sul Gambero Rosso dall’omonimo titolo: Jamie Oliver in 30 minuti. In effetti lì sullo schermo il nostro cuginetto londinese in 30 minuti contati si destreggia nella preparazione di tre piatti. Taglia di qua, affetta di lì, monta la panna mentre taglia i peperoni (non c’ è un gatto ma l’avrebbe accarezzato eh) e fa saltare pezzi di pancetta croccante. A dimostrazione del fatto che se si ha già qualche base intelligente in frigo e i giusti ingredienti in pochissimo tempo si può ottenere qualcosa di formidabile non solo per se stessi ma anche per amici venuti all’improvviso a cena (che meriterebbero comunque un badile di ferro sulle gengive). Il libro però è un’altra cosa, a mio modestissimo e inutile avviso. Perché visivamente è interessante notare come non sia difficile fare un arrosto, un’insalata intrigante con la barbabietola e il dressing di yogurt senza rinunciare a dei brownies. Si imparano “i segreti” che seppur ovvi a volte sfuggono: del tipo preparare il dolce sempre per prima cosa e mai il contrario.

Sul libro si ha difficoltà a destreggiarsi tra le varie preparazioni solo per un semplice motivo: non vi sono le indicazioni della preparazione in maniera separata. Certo sì è vero: è un menù in trenta minuti e quindi per ottimizzare i tempi era necessario questa impostazione ma.

Ma risulta impossibile (difficile, dai. Mettiamo difficile. Anzi no. Molto difficile, ecco) estrapolare la ricetta del pollo alla mascalzona senza passare per il riso e fagioli e l’insalatina rinfrescante. Molti abbinamenti sono perfetti e indissolubili. Sarebbe davvero un gran peccato scinderli e rimescolarli ma se comunque si volesse fare l’operazione avrà un no so che di meravigliosamente macchinoso.

Per questo motivo pur adorando alcune preparazioni e ricette contenute all’interno di questo volume (i dolci sono davvero facili, veloci e con dosi precise e non approssimative. Il risultato è sempre perfetto) non riesco a consultarlo per bene a meno che non decida di fare anche io un puntatone di “Iaia in 30 minuti”. In quel caso il risultato è perfetto altro che.

E’ quindi un volume per chi non cerca qualcosa di specifico ma un vero e proprio programma. Non è un volume che può fare sprigionare la più estrema delle fantasie ma sicuramente importante per chi al contrario necessita di una vera e propria guida spirituale culinaria che passo passo ti accompagna. Dalla bollitura dell’acqua sino ad arrivare al taglio della frutta per una macedonia inusuale.

Le preparazioni sono variegate, fantasiose e presentate con lo stile Oliver che grazie ai suoi food stylist (ne ha ben tre!) ha raggiunto un livello fotografico strepitoso. Country, confortante, casalingo, rustico, fattoincasa, cascina. Per nulla patinato all’apparenza seppur dietro celi una maniacale sistemazione. E’ la tecnica fotografica scelta dallo chef: tutto appare “a casaccio” ma è esattamente il contrario. E anche l’oliva apparentemente buttata lì segue una linea immaginaria e uno stile.

Le foto della quotidianità dello chef danno quel tocco che piace sempre al lettore perché è giusto confrontarsi anche con quella realtà che a lui non è riservata e tra consigli, ringraziamenti, introduzioni e specifiche emerge il carattere giocoso che non si prende mai sul serio di questo cugino di tutti.

Alcuni esempi di menu?

Orecchiette con broccoli – insalata di zucchine e mozzarelline – insalata di prosciutto e melone (e per gli italiani questo direi che può essere saltato tranquillamente *segue risata isterica. Vabbè che la pasta naturalmente è sempre e solo del nostro stivale. Puttanesca, alla trapanese e cosi via in un infinito e oltre)

Zuppa di eglefino affumicato e mais con mazzancolle speziate, insalata arcobaleno e sorbetto di lampone al liquore di sambuco. Cozza Bloody Mary con insalata aromatica sontuosa e millefoglie al rabarbaro. Branzino e pancetta croccante con purè di patate dolci e verdure verdi asiatiche servite con gelato sprint ai frutti di bosco e cocktail frizzante allo zenzero.

Sentirsi grandi chef in 30 minuti, a patto di seguire scrupolosamente le indicazioni di uno che grande lo è davvero, seppur pervaso da una modestia rara (graziealcielo!). Un volume interessante edito da TEA in vendita a  29 euro, che ha però per questa cifra una carta davvero molto interessante e al tatto lucida e setosa come piace a me.

Una che disegna, scrive, cucina e fotografa ma non fa bene nessuna della quattro cose.

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