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Al binario 13 il treno numero 12

Vivo nel limbo sospeso che c’è tra le note di All I Need dei Radiohead e Creep. La notte mi ritrovo a guardare dai finestrini di un treno deserto. E compare il volto come in No Surprises. Solo che è quello tuo. Prima sfocato con delle scritte incomprensibili che salgono fin su dove sta battendo una pioggia fortissima. Poi nitido, chiaro e gonfio. Come un pesce rosso dentro la boccia. Mentre mi saluti sorridente con i tuoi enormi occhiali che ho sempre trovato orrendi. E non hai ancora visto quelli che un’amica speciale, che vorrei tanto presentarti, mi ha regalato. Hanno un geco dorato. Anzi due.

Ma l’ultima volta che indossavi quegli occhiali orrendi non eravamo su un treno deserto.

Eravamo. Siamo.

Su un gommone, che a me è sempre piaciuto immaginare come un’enorme gomma capace di cancellare i dolori, capitanato dal mio eroe papà, tra le onde del mare che prepotenti sbattono su quelle cose gonfiabili attaccate lateralmente di colore arancione quasi rosso. Mi piace non sapere i termini delle cose e parole. Mi piace descriverle come quelle cose gonfiabili attaccate lateralmente. Arancioni quasi rosse. A forma di bottiglia. Bottiglie dove vivono sirene, pesci palla e coralli.

Nel treno deserto che attraverso con un quaderno in mano e delle penne in ogni finestrino c’è il tuo volto. Se il finestrino è illuminato da una lucetta tu non sei gonfia. Se il finestrino è buio tu sei gonfia. Penso che il male si nasconda sempre nel gonfiore di qualsiasi tipo, sai? Nel volto, nella pancia, sino alle viscere. E lentamente attraverso guardando i posti che sono tutti numerati con 12 e 13.  La mia nascita, la tua morte, la mia rinascita, la tua rinascita fallita.

E’ stato di Venerdì 13 che sei morta. E’ stato di Venerdì 13 che mi è cambiata la vita quest’anno. A Luglio. Un mese e un giorno dopo il tuo compleanno. Perché sei nata il 12 Giugno esattamente nella via di mezzo del mio dodici. E’ arrivata una sorpresa. Troppo grande. Più grande del troppo grande. Come quando sei un bimbo e sotto l’albero ti aspetti un peluche e arriva un treno gigante telecomandato con mille bottoni e rotaie. Come quello della Famiglia Addams te lo ricordi? Come quello di Casper che riusciva a prendere ventimila metri quadrati del castello.

Il mio indirizzo l’hai dato tu, vero? Per farmi recapitare questo regalo?

Zitta. Lo so. E’ così.

Sul treno non offrono né dolce né salato ma solo la visione alternata di te e sei gonfia nei posti numero 13. Non lo sei nei posti 12. Ed è proprio nei primi che cado e mi rialzo. E proprio negli altri che cammino spedita.

Sono le notti difficili. Stanno arrivando ed è incredibile come siano cominciate nella notte tra il 12 e il 13. Tra un Venerdì e un Sabato. A un mese esatto.

E tra un mese esatto io dovrò organizzare in agenda il dolore per te, la gioia per me sapendola calibrare il giusto per non annientarmi nei sensi di colpa di chi il treno ancora lo attraversa, e.

E non nei finestrini solo una visione senza corpo.

E quella frase  “Io sono Maghetta”, che ti avevo scritto qui. Ce la fai a cliccare senza far esplodere una chiavetta? Quella frase mi cerca e tormenta c0me una nenia. Sono una Maghetta sì. Che non è riuscita a farti tornare. Nonostante le mie formule magiche a casaccio e gli scioglilingua. E no. Ti confesso che non resisto. E  qualche volta mi attacco al muro e con la musica di James Bond faccio il pinguino di Madagascar che ti faceva ridere quando indossavo i calzari lamentandomi del fatto che non c’erano neanche due brillantini per noi signore. Poi si parla di James Bond con l’amica che vorrei farti conoscere e io da sola in bagno faccio il pinguino per poi buttarmi a terra e piangere un po’.

E’ difficile ridere con la maschera d’ossigeno e i fili attaccati eh. Ma tu ci riuscivi. Gli altri erano dei principianti, chiaro. Io soffoco pure senza fili. Ma rido molto di più di quanto immaginavo.

E’ un luogo triste quello dove sono, senza neanche una granitina verde di sciroppo alla menta che mi tinga la lingua. Da te c’è? Ma sì dai quella che bevevo in quell’orrendo villaggio turistico dove mi hai trascinato intimandomi di ballare con te roba scandalosamente inquietante, ricordi? Tra siparietti, sedie di plastica e pranzi a base di carote bollite. Pure un orrendo pappagallo con l’ananas c’era. Ho ancora la foto. E un video. Dove ridi. Mi saluti. Sbuffi.

In silenzio qualche volta lo riguardo.

In quel boschetto quando ancora non sapevamo che i tuoi mal di testa, la tua febbre e i tuoi dolori non erano una semplice influenza estiva che sarebbe passata con due pilloline. Tra quegli alberi, dove io e i miei centoquarantachili erano abbracciati a te, che facevano rumore tra l’acqua che arrivava e la terra che fortissima si alzava.

Iaia e Ag.

Il pinguino senza cervello io e l’angioletto isterico senza capelli tu, che riuscivano a ridere bevendo dai bicchieri di Hello Kitty in un ospedale che di rosa aveva visto ben poco; del resto non aveva i calzari con i brillantini, come sarebbero stati capaci di mettere un portasaponette rosa? Le due mangiatrici di pizzette scadenti davanti alla nuova acconciatura dell’opinionista di Uomini e Donne pure se i valori erano completamente andati. Che ci importa? Noi dobbiamo vedere le esterne! Ai globuli pensiamo dopo!

Iaia e.

Iaia e.

Iaia e?

Non c’è un nano da giardino che la smetta di parlare di te. So tutto. So che i capelli ti sono ricresciuti e che quel pigiama con gli orsetti che non siamo riuscite a trovare finalmente lo vendono della misura giusta. La nostra. So pure che hai smesso di cucinare le torte tremende già pronte dove devi solo aggiungere latte e lievito ma sbirci nell’archivio del Gikitchen. E la Mud Cake ti è piaciuta un sacco. E per certo so che hai sputato il pollo alla ciliegia dandomi della solita matta. E so che ti sei sposata.

Lo so. Con il tuo grande amore. E’ stato bellissimo. Ho visto le foto. Le ho fatte io del resto.  Hai voluto me per fermare il tempo. Ti ho tenuto il velo. Il rinfresco era perfetto e nel bagno come quella volta ti sei spostata la parrucca e mi hai detto:

“patata ammazzachecaldo”.

Ammazzachecaldo. Ogni volta che. Rientro in quel bagno. Soffoco. Piango. Urlo.

Penso ad ammazzachecaldo e. E con difficoltà, certo. Mi impongo di.

E rido.

Senza vergogna. Ammazzachecaldo.

Non lo fa adesso ma sul treno sì. Arrivata al bagno del treno. Mi sono guardata allo specchio e ho detto. Ammazzachecaldo.

Uscita da lì nei finestrini non c’eri più.

Eri seduta sulla poltrona numero 12. La nascita. Ed io mi sono seduta addosso a te giusto per non stare nel 13. Ma poi mi hai indicato che.

Che tutti erano numerati 12. Che non c’è nessun 13. Se c’è il ricordo e l’amore.

Patata, l’avventura è cominciata da un po’ ma siamo ufficialmente a bordo da questo momento. E alla stazione arrivo con te. Perché questo viaggio è per te.

No scusa.

Per noi.

Una che disegna, scrive, cucina e fotografa ma non fa bene nessuna della quattro cose.

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15 COMMENTS
  • Francesca Q. 13/10/2012

    Senza parole.Ed è bene che resti così. In silenzio.

  • ђคгเєl 13/10/2012

    ❤ per te!…anzi, per voi ❤ ❤

  • comearia 13/10/2012


    Empatia a fiotti.

  • bestiabionda 13/10/2012

    buon viaggio voi <3

  • Wish aka Max 13/10/2012

    Com’è difficile a volte lasciar andare le persone. Che non significa dimenticare. Ci stai riuscendo. Piano piano, ma ci stai riuscendo. Ti abbraccio stretto, come quel giorno in piazza Stesicoro.

  • el 13/10/2012

    senza aria. senza parole.
    <3

  • Arriverà un altro numero, ad aggiungersi agli altri, un numero che sarà la somma di tutti e la naturale derivazione, nato da un logaritmo (misteri della matematica), da una funzione (fisiologica), da una deriva(ta). Sei un continuo viaggio. Non fermarti. Porta chi vuoi, porta chi puoi, affronta da sola quelle fermate che non appartengono ad altri che a te. Ma viaggia, sempre.

  • arsenicaxxx 13/10/2012

    mio figlio è nato venerdì 13 agosto 2010. cesareo d’urgenza, avevo poco liquido aminiotico, un’ arteria uterina alla malora e lui non cresceva più all’interno del mio utero , troppo poco ospitale. era venerdì 13 . è nato alle 8,37 di venerdì 13. oggi, 13 ottobre 2012 fa 26 mesi. mi sembra di essere tornata in quella stanza dove mi hanno divaricato i muscoli addominali per lasciare uscire lui che mi ha stravolto la vita. nulla sarà più come prima. nulla è più come prima.
    mi hai fatto piangere con questo post ma io oggi sono super emotiva. super ,tanto, troppo.
    grazie.

  • Bibi 13/10/2012

    <3

  • pani 13/10/2012

    Maghetta. Tu sei una maghetta.

  • Bea 13/10/2012

    Di nuovo singhiozzi per me.
    Abbracci per voi.

  • tittisissa 13/10/2012

    Certi viaggi, mia cara, non finiscono mai. 🙂

  • maghetta. non riesco a dire nulla

  • Ignatius Doppler 14/10/2012

    Post come questi, così intimi e personali, certamente non possono e non devono essere commentati. E infatti, come tutti, non lo farò.
    Però, son dell’idea che si possa dire grazie. Perché per quanto intimo e personale sia questo post, è stato scritto in un luogo aperto a tutti. Per quanto mi pare ovvio che ogni parola, ogni virgola, sia sgorgata spontaneamente dal cuore di Iaia perché il suo cuore stesso ne aveva bisogno, comunque c’è un atto di generosità in corso. Deve esserci stato il sospetto, magari inconscio, che altri cuori, fuori di quel treno con i posti tutti numerati 12, abbiano bisogno di queste parole, pur se ognuno di noi in modo diverso; pur se solo le due protagoniste possono comprenderne davvero la portata ed il valore.
    Si è condiviso (gratuitamente) qualcosa di prezioso. A noi non resta che dire grazie. O almeno io, Iaia, ti dico grazie.

    Gianni

    P.S. “Che tutti erano numerati 12. Che non c’è nessun 13. Se c’è il ricordo e l’amore.”
    Questa, per me, la frase più bella di tutto il post. Quella di cui il cuore e la mente mia più avevano bisogno. Grazie, Giulia.

  • bab79 20/10/2012

    ahi ahi .

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