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Tre righe. Una Storia.

Erano andati tutti via e i piedi sullo step seguivano il ritmo di Uprising dei Muse. Le gocce di sudore scendevano dalla fronte sino al collo per scivolare giù in pozze di fatica e infinita stanchezza. Quella che si sarebbe trasformata in energia. Tra pochi minuti sarebbe finita la sessione sportiva, seppur in ritardo, e tra qualche ora quell’amore malato che l’aveva accompagnata per diversi anni.

Ripassava a memoria il discorso con poche motivazioni e molti fatti. Lo aveva scritto in ufficio, sotto consiglio di una delle sue più care amiche, in un notes dell’ipad per impararlo a memoria  invece di lavorare.

Il tempo veniva scandito dai colpi alle corde della chitarra elettrica quando un faretto esplose nel buio. La sera prima era saltata la luce e non se ne curò. Si voltò leggermente perdendo quasi l’equilibrio e ricominciò a salire e scendere quella scala virtuale faticosa.

Un improvviso gelo raffreddò le gocce di sudore sul collo e un altro faretto si spense. Come in un domino a intervalli regolari i centoventesette faretti dello stabile la lasciarono in scale immaginarie di buio. Proprio al terzo minuto e trentasei secondi quando la voce continua a cantare più forte e la batteria esplode.

Piede fermo. Respiro no.

Ansimava fortissimo stanca e tenendosi un po’ piegata verso il manubrio dello step. Il tempo di realizzare che era totalmente al buio ma non sola. Andrea in ufficio sarebbe intervenuto. Forse era già lì ma non lo vedeva.

Illuminò la porzione visiva che aveva davanti con il suo ipod. Alcuni tapis roulant erano accesi e in quello in fondo a destra qualcuno correva. Di spalle. Ma non aveva la testa.

Non focalizzò bene ma istintivamente girò l’ipod a sinistra. Sul tappetino degli addominali due corpi si piegavano su e giù ritmicamente regolari. Ma non avevano la testa.

Continuò ad insistere nel non voler assolutamente capire e virò ancora una volta poco più distante la luce dell’ipod. Al vogatore un corpo si muoveva come in un fiume, remando velocemente. Anch’esso senza testa.

Riconobbe le scarpe di Andrea che si avvicinavano pian piano. Erano verde fluo. Alzo lo sguardo aspettandosi un corpo senza testa ed invece c’era solo quella.

La testa di Andrea attaccata ale scarpe si muoveva convulsamente mentre dagli occhi fuoriusciva un liquido violaceo con delle bolle. Le scarpe dribblavano teste rotolanti che appartenevano ai corpi dei ginnasti che continuavano a muoversi senza tregua.

Posò l’ipod in tasca. Scesa dalla scala immaginaria. E restò al buio.

Fare altro sarebbe stata solo una perdita di tempo.

Una che disegna, scrive, cucina e fotografa ma non fa bene nessuna della quattro cose.

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