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Andrea Vitali e Le Tre Minestre

Oggi ho indetto la Giornata Internazionale delle Email. Sto rispondendo a 23904209482390482 messaggi arretrati e agli auguri di Buon Natale del 1994. Per questo motivo consiglierei caldamente a chi volesse insultarmi di scrivere tra oggi e domani.

Perché l’evento si ripeterà nel 2098.

(Questo Post in teoria doveva risultare pubblicato mesi fa. Ma si sa WordPress è Pazzo. Ma forse più io)

In vista del Salone del Libro vorrei giustappunto parlare di.

Di libri. Sembrerebbe che io abbia azionato un neurone, nevvero? Non è così. E’ semplice fortuna. Ora, diciamo che io sto alla Cassoeula come Dracula al paletto di legno intinto nell’aglio; è pur vero però che se dovessi disquisire (leggi delirare) circa il cibo che piace a me potrei fare www.mangiobroccoliecarote.com perché nonostante continui a ribadire che la cucina vegetariana quanto quella vegana è ricca e fantasiosa, io al contrario con quello che introduco nel mio corpo lo sono poco. Suppongo c’entri qualcosa la legge del contrappasso ma io al momento potrei fare bella figura (e neanche tanto) parlando del contapassi che tengo in borsetta e che si illumina con la scritta vittoria quando supero i 10.000.

Ultimamente di passi ne faccio al massimo 400 e sono tutti scrivania-macchina del caffè-scrivania-macchina del caffè. Perché tempo non ne ho ma suppongo che non sia questo il luogo per piangersi addosso (o sì?). Considerato che il Salone del Libro è alle porte direi di dare una bella rispolverata a tutta la Rubrichetta di “La Libreria di Iaia” che conta ormai un discreto numero di pseudo recensioni riguardanti libri chiaramente di cucina.

Chiaramente preso con le pinzette perché il progetto come ho già più volte avuto modo di scrivere non si dovrebbe fermare a questo ma andare oltre ripercorrendo i classici e correlando ricette ai grandi classici della letteratura e non solo. Con la mia passione per il Timballo del Gattopardo ho tediato l’Italia intera. E continuo a innervosire soprattutto la mia famiglia che ha paura (e molta) delle mie ripetute minacce:

“oh io ce la metto davvero questa crema pasticcera eh. E dovete dirmi come è”. Perché Tomasi di Lampedusa dice proprio così. Ci va la crema pasticcera dentro il Timballo del Gattopardo, c’è poco da fare.

Classici a parte però, il volume sul quale io oggi vorrei spendere giusto due parole (non di più per non fare come sempre clamorose brutte figure) è quello di Andrea Vitali “Le tre Minestre”, edito da Mondadori. Mi spiace ticchettare i miei deliri grammaticali dopo così tanto tempo perché l’ho letto proprio all’uscita che risale ormai a mesi e mesi fa. Nonostante sembra che siano passati tre giorni, tanti in realtà ne sono trascorsi. Le impressioni immediate quando si compie un viaggio letterario di qualsiasi entità se impresse su carta poco dopo aver chiuso il volume sono nettamente più vere, sincere e atrocemente spontanee. Non che queste non lo siano e saranno ma mi dispiace molto più di un po’. La preparazione della Cassouela infatti è stata eseguita quando ancora erano trascorse poche ore dalla chiusura definitivamente del libro (Gennaio). Ciò dimostra la vera voglia di sentirne l’odore (nel mio caso non il sapore ma ai fini extra sensoriali è ugualmente intenso anche l’odore) e l’essenza non soltanto emotiva strettamente correlata alla lettura.

Le tre minestre è il racconto autobiografico di Andrea Vitali che attraverso un originalissimo e spassoso espediente letterario parla della sua infanzia trascorsa con le tre zie che identifiche nelle tre ministre; da qui il titolo. La zia Cristina, ministro degli interni (conduzione delle faccende domestiche e cucina), la zia Colomba ministro dell’Agricoltura (lavorazione dell’orto e delle attività agricole) e la zia Paola ministro degli Esteri (relazioni con vicini e parenti e impegnata professionalmente fuori casa).

La storia viene definita un atto d’amore.

Io sono cresciuta con una nonna e una zia zitella mentre Vitali con ben tre; nulla togliendo alla Zia Mimma confesso che le tre ministre sono ben più simpatiche.

“Tra di loro non interferivano, ma interloquivano nel caso di decisioni di estrema importanza per trovare una linea di comportamento comune, appunto, quella della detta minestra, alimento essenziale per l’armonico sviluppo del corpo e della mente di un giovane quale io ero a quel tempo. Per questa ragione a un certo punto comincio a sostituire il termine “ministro” con quello di “minestra”, tenendo per me il segreto di tale scherzo innocente. Oso svelarlo ora, per più di una ragione. Una, più di tante altre, mi spinge a raccontare questi avvenimenti, ed è quella di aver compreso con l’età che la minestra è veramente la biada dell’uomo: un assunto che a mia volta ripeto a mio figlio, ottenendo in cambio sguardi interrogativi e richieste di pizze e kebab”.

Basta questo per innamorarsi del volume.

Un Grande Autore che unisce l’ennesimo tassello a questa collana di ricordi, proprio come è accaduto con il Diavolo e la Rossumata di Sveva Casati Modignani (se ti fa piacere ne ho parlato qui). Gli aneddoti del passato in correlazione ai ricordi, quelli più semplici e sinceri, riescono a toccare corde profondissime; o perlomeno a me accade. A tal punto che vengo catapultata nell’orto della nonna. Sento l’odore della scacciata sicula con le patate. Vedo la Zia Mimma sfornare la pizza dal forno a legna. E me seduta su una sedia che ricamo mentre alzo gli occhi per canticchiare la sigla di Candy Candy o sognare davanti a Lady Oscar.

Il volume Le tre minestre riesce a fare questo proprio come accade con la Rossumata. Con la semplicità del racconto, magistralmente farcita da uno scrittore di tutto rispetto, e degli eventi si viene catapultati  nel movimento all’indietro dell’enorme orologio della vita.

Ricordi la scena finale di Ratatouille? Quando il critico cattivissimo incontentabile riesce a commuoversi solo quando in bocca assapora delle semplici verdure stufate? Ecco. Preparati a questo tipo di viaggio e brivido.

Il sarcasmo e l’ironia di Vitali, farcia gustosa di questo volume, fa sì che ai ricordi commoventi si alternino dei veri e propri momenti esilaranti e non è difficile trovarsi a ridere anche fragorosamente per un evento che di per sé a ben pensarci non ha niente di particolarmente esplosivo ma.

Ma contiene quella madeleine che per tutta la vita ti tiene aggrappata a te. Quel ricordo che incarna esattamente cosa sei. Da dove vieni.

Lapalissiano è che il volume sia intriso di odori e cibo. Ce ne sono tanti e diversi e alla fine una vastità di questi piatti che vengono man mano elencati all’interno dell’autobiografia. Il Riso e prezzemolo, Ris e uséi, Pulenta, Pulenta mosa, Pulenta rustida, Pulenta Cunscia, Polenta cotechino mortadella di fegato e salame di testa, Granei (polentina), Menestra de urtic (minestra di ortiche), Rognone trifolato, Capretto in sguazzèt, missultin, insalata russa, Burrol (caldarroste) e davvero molto altro.

Avrei voluto preparare il Castégn cu la pana, ovvero il Montebianco che ricorda anche moltissimo una delle ricette tradizionali del Piemonte, che naturalmente dal punta di vista culinario è molto affine alla Lombardia dove il tutto è ambientato ma in quel periodo proprio non riuscivo a trovare delle castagne buone.

Non confesserò il motivo per il quale ho “ripiegato” sulla Cassoeula perché non vorrei in alcun modo macchiarmi di spoiler. Al contrario degli altri volumi che (mal) esamino non è certamente solo un libro di ricette dove non ci sono misteri da svelare. Al contrario è un vero e proprio romanzo-percorso che va gustato e assaporato lentamente proprio come quella Ratatouille.

E’ stato difficile, sarò onesta, preparare la Cassoeula perché nonostante io sia una vegetariana atipica che cerca di far parte della comunità senza troppe manfrine, la cotica metterebbe a dura prova un po’ tutti tanto quanto il piede, il naso e.

L’ho fatto pensando alla Zia Mimma che essendo sicula certamente non si dilettava in questa preparazione ma.

L’ho fatto pensando a quando essere vegetariani era solo uno stupido salto nel futuro come 2001 Odissea nello spazio. Quando c’era la fame. Quella vera. E un nasino  di maiale sfamava e faceva sopravvivere.

E’ stato un piacere per me poter leggere questo baule di ricordi scanzonati e profondi. Scoprire che a Vitali piacciono i mirtilli e la carne Simmenthal che identifica come l’estate stessa.

Perché è riuscito a farmi sentire il sapore della Simmenthal. Quella che mangiavo con mamma con il limone spremuto. Anche io d’estate. E per la prima volta non ho provato un senso di sgomento.

Ma solo di ricordo, amore e passato che tanto passato in fondo non è.

E per questo a Vitali devo un grazie sincero e profondo.

1/2  Verza (1 – 1, 5 Kg circa)

Carne: Musetto di Maiale, Piedino di Maiale, Cotenna di Maiale, Costine di Maiale  (1 kg di carne per 4 persone circa). Occorrerebbero anche i “Salamin di Verz” detti anche verzini (salsicciotti di maiale). Se li trovate (o volete adoperare della salsiccia del luogo) si possono aggiungere al resto della carne

Trito: Sedano, Carota e Cipolla

Pulisci per bene le parti del piedino togliendo via la cotenna che non andrà buttata ma cotta. Lessa la cotenna, il piedino e il musetto in abbondante acqua per fare sgrassare le carni (schiuma quando serve) per almeno un’ora sin quando tutto è tenero e non troppo “plasticoso”. Se occorre più di un’ora prosegui ulteriormente la cottura senza problema. Elimina quindi l’acqua e asciuga i pezzi di carne.

Le costine dopo essere state lavate vanno cotte con del burro a fuoco vivace in una padella (si può naturalmente adoperare l’olio ma per tradizione andrebbero cotte nel burro). Una volta pronte mettere da parte. La stessa operazione va fatta eventualmente con i salamin di verz.

Fai cuocere la verza con un po’ di acqua e olio facendola appassire nella pentola coperta (dopo averla naturalmente ben lavata e tagliata. Io ho lasciato le foglie grandi perché esteticamente mi piaceva di più ma andrebbe tagliata a listarelle molto più sottili).

Fare un trito di sedano-carota-cipolla con abbondante olio. Riunire le carni in un unico tegame e versare la verza. Cuocere tutto insieme bagnando di tanto in tanto se si vuole anche con del vino bianco (altrimenti con acqua o brodo). Far cuocere a fuoco bassissimo per un’ora e più fino a quando i sapori si incontrano, si sposano ed entrano in armonia.

Video Interessantissimo di uno Chef e Patron in un Ristorante di Milano

Una che disegna, scrive, cucina e fotografa ma non fa bene nessuna della quattro cose.

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