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Barccceeellllonaaaaa

Di Barcellona, vista (eufemismo) dal punto di vista crocieristico ne ho già parlato qui.

Quarta volta a Barcellona quindi nessun nervosismo. Cinque ore sono vergognosamente poche considerato che il tratto successivo è Palma de Mallorca, distante soltanto 147 miglia marine ( ovvero 272 chilometri). Una navigazione della durata di 12 ore è alquanto ingiustificata ma ho pochi dubbi riguardo il fatto che la compagnia voglia tenere stretti a sé il più possibile i passeggeri: altrimenti come si consumano fiumi di cocktail?

Che  a ben guardare sono sicuramente, insieme al casinò, una delle fonti di reddito più consistenti. Certo la compagnia non ha come obiettivo ” far risparmiare il passeggero” ma l’esatto contrario e quindi nulla da contestare ma 12 ore per 272 chilometri fanno un po’ cadere le braccine per terra.

E insomma vabbè eccoci per una passeggiatina veloce a Barcellona.

Mamma e papà sono già stati diversi volte. Il Nippo tantitantitanti anni fa ha fatto una gita romantica con l’ex fidanzata. E due anni fa con l’attuale. Di quella esperienza allucinatoria e surreale ho parlato, ahimè, qui.

Ed insomma cosa si fa?

Tappa obbligatoria La Boqueria ( qui ampio reportage di due anni fa e foto) che non ho potuto fotografare come avrei voluto perché arrivati durante la chiusura di molti banchi e tantatantatanta confusione. Ma proprio tanta. Del resto è la settimana di ferragosto e in ferie bene o male sono proprio tutti. Il tempo di bersi quattro bicchierozzi di vitamina ghiacciata: io mango e cocco mentre il nippo si è fatto di dragon fruit, Turi una buona fragola ghiacciata e mamma ananas e banana. C’era di tutto alla Boqueria. I fiori commestibili, grandi fichi neri e milioni e milioni e milioni di frutta e verdura che cerco disperatamente nei miei tour. La disperazione di non poter arraffare alla cieca qualsiasi cosa mi capitasse a tiro mi ha gettato nella depressione assoluta. C’erano pure le violette ! Le violette commestibili che cerco da una vita e che sarebbero state utilissime per le fotografie del nuovo libro.

E mentre impreco, butto giù frullati e mangio pezzi di frutta ghiacciata appena tagliata e infilata in un enorme bicchierozzo, mi fermo a guardare il mio papetto far foto con iphone. Si gira e mi dice ” fotografo anche io così ne hai di più”. E fotografa pure bene il mio Turi. Fotografa il pesce. Quello con cui io faccio un po’ fatica. Si entusiasma come un bambino enunciando tutte le razze al Nippotorinese e io e mamma veniamo attirate da spezie che emanano profumi d’oriente strepitosi. Trovo il sale aromatizzato che mai avevo visto. Ce ne è talmente tanto che gira la testa e io che non posso portare con me l’intera Boqueria cerco di fare una selezione e opto per il sale aromatizzato al litchi, al mango e al peperoncino. Ho lasciato quello all’avocado, al mandarino e al limone e. E le violette commestibili. Chissà quanto dovrò piangere su queste violette commestibili.

All’uscita della Boqueria papà e io veniamo attratti da un meraviglioso palazzo di impronta Gaudiniana e un’insegna a mosaico con su scritto dal 1920. Escribà. Vetrina succulenta con crema catalana a 4.50 euro e tanti dolcetti meravigliosi, e.

E anelli interamente confezionati con lo zucchero. Sì. Anelli mangiabili. Li ho visti la prima volta a Torino vicino a Piazza Castello . Un negozio meraviglioso che li teneva in vetrina e che si faceva fatica capire se fosse una gioielleria o una pasticceria. Non avevo preso l’anello quella volta e poi la successiva: chiuso.

Questa volta mi dico, a distanza di tempo e di luogo e nazione, l’anello di zucchero mangiabile sarà mio. Papà butta giù qualche dolcetto caldo appena sfornato mentre bimbe si accalcano in cerca di macaron coloratissimi e io vengo colta da un momento di claustrofobia. Dico al Nippo di sceglierlo lui.  A me ne piaceva uno. Non faccio in tempo a dirgli quale.

Aspetto un quarto d’ora fuori con mamma mentre sudo freddo perché la Rambla è invasa da gente su gente. Che ti spinge. Che si accalca. Che beve. Mangia. Spintona. Ride. Piange. E’ il delirio.

E il Nippo quando per strada mi sorride e per farmi riprendere un po’ cerca di distrarmi con l’anello mangiabile.

Mi mostra quello che io avrei voluto. Che avrei preso. Che.

E mi emoziono a tal punto che la Rambla si svuota. Con il mio anellino di zucchero mi dirigo al Corte Ingles per far scorta di gallette (che non trovo) e per un veloce giro prima di andare nell’unica meta che ci eravamo proposti: La Fundaciò Joan Mirò.

Occorreva almeno un giorno intero da trascorrere lì dentro ma anche tre ore e mezzo non erano da buttar via.

La Fundaciò Joan Mirò nasce nel mese di giugno del 1975, quando non ero ancora nata ma mancava poco. Segna l’inizio di una nuova esperienza per la città di Barcellona perché l’intenzione di Mirò era proprio quella di offrire alla sua città natale un centro in cui la scoperta dell’arte fosse un’esperienza viva e uno spazio pronto ad accogliere diverse forme espressive d’arte che sarebbero state capaci di colpire, entusiasmare e stimolare il visitatore.

Vi è la sala con l’esposizione permanente e poi mostre organizzate dentro e fuori. Con 13.000 oggetti registrati , 225 dipinti su tela, 169 sculture, 9 opere tessili e 4 ceramiche, la collezione comprende anche l’intera opera grafica dell’artista durante tutto il corso della vita. Molte donazioni sono state fatte da amici e parenti e la stessa moglie, Pilar Juncosa, ha voluto depositare la sua collezione personale alla fondazione proprio perché ha sempre creduto fortemente nel grandissimo progetto del suo incredibile marito.

Confesso che io alla foto di Mirò che con il bastone disegna sulla spiaggia sono crollata. Mi sono commossa. Sono caduta. E’ vero che i brividi e la sindrome di Stendhal li ho avuti con Picasso proprio per la mia malattia nei confronti delle sue visioni ma . Ma Mirò come Dalì ha un posto speciale nel mio cuore. Il surrealismo, il cubismo e l’onirismo. E’ un frullato pazzesco e vorticoso ed è pazzesco quanto sia inarrestabile la voglia di manifestare la propria arte attraverso diversi materiali. L’edificio che ospita la fondazione poi è un’esperienza artistica di per sé. E’ stato concepito infatti da Josep Lluis Sert ed è considerato, giustamente, una delle opere architettoniche più notevoli di Barcellona. Interamente realizzato in cemento e vetro, riesce a creare una continuità  con l’esterno senza interruzioni ed è un’esperienza percettiva e sensoriale indimenticabile.

I giardini (che purtroppo non ho potuto visitare) e le opere che si trovano all’esterno sono qualcosa che merita ben più di una visita frugale. Ricordavo che il Montjuic fosse bello. Mamma ha pure una foto di me, lei e papà quando avevo poco più di venti anni, avevo le meches e pesavo 140 chili. Una delle pochissime foto che non ho strappato di me obesa.

Mamma alcune è riuscita a salvarle dalle mie grinfie e ci tiene tantissimo a quella foto. Abbracciati a strapiombo sul Montjuic. Solo che non credevo fosse così vasto ed enorme. La funicolare. La Fondazione. Una piscina a strapiombo su Barcellona. Un mondo a parte in questa incredibile città che non smette mai di regalarti qualcosa oltre che bellezza, ospitalità e sorrisi.

L’illuminazione naturale dell’edificio della fondazione, grazie alle enormi vetrate, dà una sensazionale effetto visiva alle opere magnificenti contenute all’interno. La scelta dei materiali tradizionali come la ceramica per il pavimento e le volte catalane, tipiche dell’architettura barcellonese, sono di incredibile beltà.

Già all’entrata un simpatico omino che rievoca un pupazzetto Burtoniano (e anche un po’ Wall-E)  è pronto ad accoglierti. Ma è quando arrivi e giri per i corridoi con le prime illustrazioni di Mirò che gira la testa. Di incredibile bellezza.

Alcuni in bianco e nero senza colore mi buttano in un vortice inarrestabile di sensazioni. Certo non vedo l’ora di arrivare al secondo piano e vedere se c’è il quadro che ho da sempre avuto in cameretta, dai dodici anni in su ma. Ma quelli in bianco e nero mi mandano in coma visivo.

Mirò come Picasso, al contrario di Dalì che amo per altri elementi, è un po’ come se fosse il Burton dei pittori (che il cielo mi perdoni per questa affermazione. Anche a me non piace neanche troppo ma). Ci sono tanti (ma proprio tanti) pupazzetti. E puoi inventare e a ognuno affibbiare una storia, una vita e una galassia.

Il blu prepotente con il rosso e il giallo e il nero mi fanno scorrere brividi fortissimi e arrivati al “Modello di Coppia di innamorati che gioca con fiori di mandorlo” per poco cado a terra.

Purtroppo non si possono fare foto e non riesco a “rubarne” neanche una (come è accaduto con Picass ) con l’iphone. Non tanto perché non avrei potuto a dirla tutta ma perché non ho voluto. Quando sono impegnata sentimentalmente  con qualcosa non riesco. A fermare il tempo. Perché già faccio fatica a fermare i sentimenti che mi direbbero di buttarmi a terra e urlare nonvogliopiuusciredaquilasciatemiqui.

Nel 1974 Mirò riceve l’incarico di un’opera monumentale per il quartiere di Parigi La Defense. L’opera infatti è quattro volte più grande del modello che è situato nella fondazione. Sono due figure separate (un uomo e una donna) molto dinamiche. Sembrano quasi formare la luna e il sole . Con una rotondità fertile per la donna e una linearità maschile . Come fosse un cielo di unicità e comunione. Di diversità come solo la donna e l’uomo sanno essere. Il giorno. E la notte. Ma cielo e vita.

Vedo questo mentre gira la testa e dico al nippo che non appena a a casa anche io con il das devo fare pupazzetti e metterli nel parcheggio (in pieno delirio, sì) .

Prendo appunti con iphone in maniera inarrestabile ma non riesco a contenere tutte le emozioni.

C’è la bottiglia di vino del 1924 che piace anche molto al nippo. Ci sono diversi ombrelli, come corrente artistica vuole (Dalì) e sculture. Ci sono dei tessili incredibili uno dei quali occupa un muro grande quasi quanto un palazzo.

Mi innamoro della donna davanti al sole del 1974 e ne compro un centinaio di cartoline per fare quadri a casa (vabbè credo di aver speso una cifra vergognosa al bookshop. Dovrei togliere il credo. Ma era necessario che avessi tutta la collezione di moleskine. Tutta la collezione di matite firmate Fundaciò Mirò. Tutte le magliette. Tutti i magneti. Tutti i segnalibro. Tutte le collane. Tutto il repartoèmiodatemelostaccoassegnofirmoqui).

Ci sono gli anni quaranta e le diversi fasi di Mirò. C’è il protagonista dei quadri che è rappresentato dai neri che offre una vastissima gamma di sfumature. Il concetto di antiritratto e gli uccelli. Ce ne sono diversi insieme a tutti gli elementi ricorrenti che il grande Mirò imprime su carta e su tutte le superfici. Ci sono i video di realizzazioni di opere. C’è lui con le sue dita. Che calpesta la tela. C’è lui con tutta la sua fisicità. Mentalità. Grandezza.

Inserisce testi e parole nei quadri con una calligrafia invadente che “sporca” le tele. Non vi sono dei veri e propri messaggi o sintassi statiche ma è tutto molto affidato al caso e a quello che l’osservatore riesce a cogliere. Non vi è una interpretazione ma ce ne sono tante in un infinito ipnotico.

Non basterebbe una vita per leggere e rileggere e guardare e riguardare il genio di questa immensa opera di Mirò.

L’oro dell’azzurro del 1967,  Il diamante che sorride al crepuscolo del 1947. Il linguaggio ricorrente con questi tratti grafici come fossero scritture geroglifiche che hanno un grafismo imponente. E’ davvero pazzesco poter osservare così da vicino cotanta magnificenza.

Fa proprio male la testa

Esci dalla fondazione in preda al panico perché si ha necessità di restare e non di andare. Di restare e ancora ancora e ancora.

Agguanto velocemente, perché il tempo è trascorso maledizione troppo in fretta, libri-quaderni-appunti e pure libri pesantissimi in catalano che non so neanche come leggere. Corro al taxi e verso la nave che ci attende.

Ancora una volta arrabbiata per non aver avuto il tempo sognato.

Ancora una volta arrabbiata per essere stata portata troppo presto via da Barcellona.

Su Instagram tra l’altro scopro che sono in tantissimi a seguirmi da Barcellona e che. Consigli. Gentilissimi amici che volevano venirmi a prendere. Accompagnarmi. Portarmi per Tapas. Picchiarmi suppongo ma.

Ma la nave aspetta. Palma di Maiorca è vicina. E io di Palma ho parlato qui. Di quanto sia speciale (c’è anche sul mio libro). Di quel capodanno che mi ha cambiato la vita.

E.

Di quella bimba giapponese. Passerò il Ferragosto e non il Capodanno a Palma. Lo farò a distanza di quasi 30 anni con i miei genitori. Non ero mai tornata a Palma di Maiorca con loro. E’ un giro e un cerchio.

E’ un disegno. E’ un codice come nei quadri di Mirò. Ci sono io con la tuta rosa. C’è scritto Winner.

Mancano dei disegni e ghirigori. Delle tele da disegnare e quadri da appendere insieme. Ed è incredibile come, nonostante tutto, siamo insieme. Sorridenti. Propositivi.

E strapieni di colore.

Anche se il nero pare essere quello più forte: non è così. E’ la luce nel cemento che filtra.

Io ci credo.

Ho dormito sempre sotto il linguaggio di Mirò. Ce lo avevo sulla testa. Tutto questo non può che essere l’ennesima tela. Da appendere e ammirare e non da distruggere e dimenticare.

Ci torno di nuovo a Barcellona con il mio papà, io.

La sera a bordo un ragazzo filippino mi dice che il Dragon Fruit è indicato per le persone che soffrono di cancro. E che nelle Filippine quando qualcuno è malato di cancro lo beve sempre. E fa bene. Si guarisce. Così. Me lo dice mentre parliamo di Dragon Fruit e di colori. Mentre socializzo e trascorro il tempo come più mi piace fare, ovvero scambiando le mie poche conoscenze linguistiche con persone ricche di contenuto e vita. E insomma per dire che a me la mia sirena ha insegnato una cosa:

notare le coincidenze e farne punti di forza.

E io le ho notate e l’ho fatto. Ne ho fatto un punto di forza. Winner. Dragon Fruit. Mirò pupazzetti. Anello di zucchero alla Rambla. Questa è senza ombra di dubbio una favola con il lieto fine.

Papà mi accompagna all’altare. Il Nippo becca l’anello giusto. Mamma si tiene il bambino e lo rimpinza di Sobrasada maiorchina perché rievoca quella calabrese e io.

Vinco. Per il mio papà. Lottando contro il mostro.

Winner.

Vero?

Una che disegna, scrive, cucina e fotografa ma non fa bene nessuna della quattro cose.

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19 COMMENTS
  • Wish aka Max 15/08/2013

    Prrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrimoooooooooooooooooooooooooo!

  • sta diventando un’abitudine o sarà il sonno.
    ma buttano per terra questi post, uno dietro l’altro.

    • Iaia 15/08/2013

      Devo raccontarti della balena o della creatura che parla a 5 decibel . Dobbiamo scrivere e disegnare questa favola insieme . Ieri ho pensato solo a te . A lei . A questo .

      • (fa impressione leggerti quando parli di arte. anzi, non fa solo impressione, ha un effetto fisico non contrastabile.)
        ci penso tantissimo quando mi cadono le mani. che noi due abbiamo cose importanti da disegnare insieme. che i paragoni non servono a nulla (specie quando ti paragoni a. insomma. stiamo parlando di ARTE ecco. non so neanche darmi tempo.)
        ti penso molto forte. e rischi di ricevere un messaggio chilometrico ma. per ora sono buona.

  • Wish aka Max 15/08/2013

    Così ne hai un’altra, di coincidenza (parlo del primo).
    Ma come sai bene, io sostengo con forza che niente è per caso. E che le coincidenze non esistono. Se qualcosa accade, c’è una ragione. E non è un credere ad un fato o destino prefigurato e predeterminato. E’ credere fermamente che ci sono dei momenti in cui noi siamo pronti perché certe cose accadano. E allora, semplicemente, ci accorgiamo di qualcosa che non avremmo mai notato se non fossimo stati pronti. E le cose accadono. E io non sono un aruspice, e non so trarre benefici presagi dai fatti che narri, ma mi piace pensare che vincerai.
    Ti voglio bene, Iaia. E ti abbraccio stretta. Come ci abbracciamo noi.

    • Iaia 15/08/2013

      Grazie . E come ci abbracciamo noi sí . Non ho il uoterpruf e piango al ponte 10. Ti voglio bene Max . Non sai quanto .

  • ssandrici 15/08/2013

    <3 si

  • Bibi 15/08/2013

    e mi accodo anche io, sostenitrice del fatto che il caso non è lasciato al caso e che le coincidenze sono segni o segnali.
    io lo so.
    e non ci sono foto eppure io ho visto tutto.
    (e per il catalano, te li leggo io, che mia nonna era di Alghero e il catalano lo so XD )

  • marypoppins1968 15/08/2013

    Ci sono stata 2 anni fa ed e’ molto bella!

  • bestiabionda 16/08/2013

    coincidenze o disegni o come si chiamano non è importante.
    è importante il segno che lasciano e quella briciola di stupore che.
    come il penny, quando capisci che sì sei nel posto giusto con le persone giuste.
    e Mirò va bè, non dico nulla su Mirò o potrei stare qua fino a dopodopodopodomani (e alla casa di Dalì a Figueres? ne vogliamo parlare pure di quella? okbasta)

    <3

  • marypoppins1968 16/08/2013

    ci sono stata due anni fa per pasqua ed è molto bella…. chissà Madrid

  • n! 16/08/2013

    Leggerti è una vertigine. Ci provo a seguirti, ma quando mi sembra di esserci sei già un milione di miglia più avanti, più in su e mi viene quella sensazione allo stomaco come quando prendi un sottopasso feroce e veloce.
    Sei bella come poche cose.

    nadia

  • apity 17/08/2013

    Al ‘mango e cocco’ ho sbavato sulla tastiera.

    Vorrei finire rinchiusa nella Boqueria. Tra tutta quella frutta strana, le composizioni, i profumi e i colori. Prima o poi a Barcellona ci andrò e sarà durante quel viaggio che deciderò che è la mia città preferita in assoluto. Batte Parigi, secondo me. Parigi è la città preferita di mia sorella, mentre Barcellona è la mia preferita.

    E’ stato bello leggere i frammenti su Dalì, anche se ultimamente mi sono fissata con Egon Schiele. Forse mi piace più di Dalì? Non lo so e non voglio dire cose di cui poi mi pentirò.

    L’anello mangiabile *0*

  • tittisissa 20/08/2013

    Meravigliosa la descrizione della Fondazione Mirò. Sembrava dimessere lì con te ad ammirare quelle meraviglie. Anche senza le foto 😉

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