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Cookies con Cioccolato Bianco e Avena


Per 20 Cookies medi

  • 240 grammi di zucchero di canna grezzo
  • 280 grammi di burro morbido a temperatura ambiente
  • 3 uova di media grandezza
  • 360 grammi di farina bianca 00
  • 200 grammi di avena (vengono buonissimi anche con il muesli)
  • 380 grammi di cioccolato bianco tagliato a pezzetti (va benissimo anche quello fondente e in minor quantità. Dipende dalla tua voglia di cioccolato)
  • 300 grammi di cranberry disidratati o quello che preferisci
  • 10 grammi di bicarbonato
  • un pizzico di sale

Meglio se adoperi il robot ma puoi farlo anche a mano. Lavora il burro con lo zucchero e ottieni un composto soffice e omogeneo. Aggiungi poi le uova una alla volta come sempre. Aggiungi l’avena, la farina setacciata pian piano, il bicarbonato e poi il sale. Amalgama per bene tutto e infine aggiungi il cioccolato tagliato a pezzetti piccoli ma grossolanamente e infine la frutta disidratata che hai scelto. Avvolgi in pellicola e lascia riposare un’oretta. Trascorso il tempo fodera la teglia, imburra leggermente e forma delle palline schiacciandole un po’. Distanziale perché si allargheranno. Inforna a 180 per 20-25 minuti dipende sempre dal forno. Quando vedi i biscotti belli dorati tira fuori e lascia raffreddare.

Io non volevo andare in nessun posto alle 12.12 del 12.12 proprio ad essere sincera. Da due anni ormai questo giorno è riuscito a diventare l’emblema della mia improvvisa tristezza e nonostante io sia sempre quell’inguaribile ottimista che per le feste, le prime senza papà, invece di chiudersi al buio comincia a fare tre alberi, un giro per il Pappamondo e compra il calendario dell’avvento a Koi, rimango pur sempre quella bambina a cui oggi mancheranno gli auguri, senza nulla togliere  a nessuno, più belli. Perché l’abbraccio forte e possente del proprio eroe non si dimentica e per quanto io possa indossare i suoi vestiti, i suoi orologi, le sue sciarpe e sia ridicola con i suoi maglioni, a me il mio papà manca in un modo che lacera costantemente momento per momento il cuore. E mi forzo ogni secondo per non far venir fuori questa voragine di dolore. Gioco con Koi. Organizzo Tombole qui sul Blog (grazie. Perché mai riuscirò a spiegare quanto fate per me) e pure quelle per far divertire la nonna. Ho liste compilate da spuntare, altre mai cominciate e alcune che mai finiranno. Ho sogni in quel cassetto. Tutti ordinati e messi in fila che cerco di contare distrattamente (perché non si conta mai. E’ proprio una legge) per vedere se me ne sono perso qualcuno. Li tiro fuori e me ne ricordo stupendomi per poi riporli senza tristezza ma con la consapevolezza che un altro sapore in tutto quello che faccio, dico, vivo c’è. Ed è un sapore mai completo. Una ricetta mai finita. Sbagliata per certi versi. Allora ricomincio e la riassaggio ma non va mai bene. Non è difficile sentirmi ribadire quanto sappia di essere una donna fortunata. Ho molto più di quanto chiunque, oggettivamente, possa sperare. In diversi ambiti addirittura sperare in una vita intera. Se riuscissi a essere un elaboratore di dati comprenderei che a volte non bastano diverse vite per ottenere quello che ho. Che talvolta non vi è denaro, laurea, raccomandazione, ceto sociale o chissà quale altro fattore che porti ad avere tutta la montagna di soddisfazioni che ricevo in termini di amore, comprensione, vicinanza e potere. Quel potere che poi in fondo cerchiamo tutti. Chi in un modo e chi in un altro. Ho la stima di molti, che non si paga. L’attenzione, l’ammirazione e tutto quello che si possa obiettivamente desiderare. Allora sono quello stupido luogo comune che dice: non ci si accontenta mai nella vita? In realtà no, ma forse guardando in fondo in fondo un po’ sì. Perché baratterei tutto pur di avere quell’abbraccio.

Voglio confidarvi una cosa. Non ho mai pregato. Non ho un buon rapporto con lui. Mi sono fatta delle domande quando ero piccola. Mamma non mi ha saputo dare delle risposte. Papà mi ha detto che dovevo trovarle io da sola e che mai nessuno avrebbe potuto. Né lui. Né la mamma. Né  i sogni. E io da brava bambina religiosa che ha fatto la comunione vestita da suora e che ha studiato tantissimo tra preghiere e rosari vicino alla conca con la Nonna e la Zia, ho rinunciato alla Cresima. Solerte e sicura all’età di dieci anni ho avvisato mamma che non avrei voluto cresimarmi perché c’era qualcosa che non mi convinceva in tutta la vicenda. Mamma lo prese come un affronto personale e ci stette malissimo. Non vi dico neanche quando risoluta le imposi di togliere il crocifisso dalla testata del letto. Papà sorrise e mi incitò a cercare ancora le risposte. A non fermarmi mai. Oggi sono trentasette anni che le cerco e non smetto.

Di risposte ne ho ottenute davvero ben poche e tutte quelle che ho raccolto vengono rielaborate nel tempo e trasformate. Per certi versi è giusto così. Questo piccolo cenno per dire che non ho mai pregato. Da quando ho deciso di non fare più la cresima. Non l’ha mai fatto neanche papà con una frase che ho scolpita nel cuore “Non pregherò adesso per disturbarlo. Non l’ho fatto una vita. Non vedo perché dovrei farlo adesso. E’ una questione di coerenza e rispetto”. Ero d’accordissimo con lui. E mentre tutti parlavano di strofinarsi l’aloe addosso, sniffare erbe, pregare e partire per santuari, io e papà stavamo lì a ridere di loro. Lui attaccato alla flebo e io attaccata a lui, stanca di non avere un catetere perché avrei voluto fare a meno di lasciarlo tre secondi per andare in bagno. Fortuna che riuscivo a trattenere. Strano che non sia implosa. Ce la spassavamo proprio. Perché io sono questo. Sono lui. Siamo sempre riusciti a ridere nel dramma. Razionalizzare quello che non si può e viceversa. Capitava che i nostri occhi talvolta si incontrassero e si inumidissero. Ci abbracciavamo fortissimo e ci sussurravamo.

Coraggio. Dignità e Coraggio.

Ma una bugia a papà l’ho detta e voglio confidarvela. Io ho pregato. C’è stato un momento che mi sono buttata in ginocchio e gli ho detto: Toglimi tutto. Toglimi l’opportunità di essere madre. Toglimi tutto l’amore e l’affetto. Paralizzami la mano e non farmi disegnare mai più. Scrivere più. Rendimi cieca. Non voglio più leggere. Toglimi le gambe. Non voglio correre. Toglimi tutte le opportunità ma lasciami lui. Mi vergogno per certi versi. Proprio perché credo fortemente nel fatto che, semmai davvero possa esistere, non può interferire nella vita e nella morte altrimenti banalmente non si spiegherebbe le atrocità che ogni giorno ci passano sotto gli occhi, in particolar modo riferite ai bambini.

E sono qui senza di lui e con tutto il resto che non posso odiare perché non me lo ha tolto. Ma che devo rispettare in quanto me l’ha dato. E me l’ha dato tutto papà che è il mio unico Dio. Tutto questo per dire che non volevo fare un giro nel Pappamondo oggi in un primo momento, ma che quell’immagine di me che prega e spera di perder tutto per ottenere altro a mio grandissimo malincuore devo ammettere forzatamente che è sbagliata. Papà all’idea di non avermi visto madre, realizzata, o sapendomi cieca e senza mani, della propria vita e salute non se ne sarebbe fatto nulla. L’inno alla mia vita sarà l’unico prosieguo della sua ingiusta morte.

Vi ringrazio ogni giorno e quando posso più di una volta al giorno. Mi mortifico continuamente per non riuscire a rispondere a tutti ma è davvero una mole incredibile che mi travolge e, per quanto possa impegnarmi, oggettivamente risulta ai limiti dell’impossibile. Ma ugualmente ci provo. Oggi sono andata, toccata  e fuga, in America perché chi ha letto dei Biscotti gelato a New York (che puoi trovare qui) sa il motivo per cui l’America rimarrà un sogno irrealizzato. Una maratona con papà.

L’amore mio amava questi biscotti. Li ho fatti in diverse versioni diversi anni fa. Mi ha chiesto di prepararli più volte. Ci cenava facendone fuori sacchetti. E diceva “Ma tanto sono solo con la frutta, no?” e rideva. “Ci sono i cereali e fanno bene! Te ne puoi mangiare quanti ne vuoi”. E io quella voce, quel sorriso, quell’abbraccio ce li ho cuciti nel cuore e nell’anima. Vivo solo per non scucire quelle impunture. Cercare di tenere tutto ben  saldo. E non morire di dolore.

Questo bicchiere di latte, cena preferita di papà, insieme a questi biscotti mi portano a una maratona mai corsa ma che vincerò. Perché non ottieni una vittoria se patteggi un traguardo. Devi solo correre. Non fermarti. Fino alla fine.

Auguri Grazia o come direbbe semplicemente il mio bellissimo papà:

Auguri Amore mio. Facendo un piccolo saltello e facendo finta di ballare un po’. Accennando un passetto.

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Una che disegna, scrive, cucina e fotografa ma non fa bene nessuna della quattro cose.

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