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Oscar e Andrè – Roast beef e una cena alla Francese

Sarò onesta, lo scorso anno non ero pronta alle Storie che finivano male e non ci vuole particolare arguzia a capire il perché. Se c’era poi una malattia di mezzo: bingo. Per questo motivo Ron e Hermione facevano al caso mio: giovani, felici e con un futuro davanti. Westley e Bottondoro avevano un e vissero felici e contenti tatuato in fronte. Edward e Vivian tanto shopping da fare e quattro giri in Lamborghini. Gomez e Morticia tanti pleniluni, ululati e temporali romantici. Lupin e Fujiko mille inseguimenti e rapine e pure Guy e Rosemary persi a dondolare Satana parevano più felici di me. Per questo motivo coppie come Amore senza fine, Love Story e altre che al solo nominarle faccio prima a prendere ottomila pacchi di kleenex le avevo invitate ad allontanarsi dai miei pensieri, che non era proprio il momento. Tra queste c’erano Oscar e Andrè. Ora io, come tutti suppongo, ho enormi difficoltà a dire solo uno ma proprio un cartone preferito. Perché in fondo come si fa? Ma sono anche una che al gioco della torre sa giocare e che se c’è da buttare chiudo gli occhi e mi assumo le responsabilità del caso. Oscar? Rimarrebbe solo lei (che Lamù, Creamy, Candy e pure il procione mi perdonino). Ne ho parlato diverse volte. Anche di quel mercato dove Nonno Guido mi comprò la bambola di Lady Oscar con la divisa. Devo moltissimo a questa geniale figura piena di tutto. Di mascolinità e femminilità e nonostante mai abbia trovato né tantomeno cercato ispirazioni che non fossero mia madre e mio padre a dirla tutta, dopo più di trentacinque anni di vita, posso dire senza ombra di dubbio alcuno che Lady Oscar mi ha influenzato,eccome.

Un po’ anche io “dovevo” nascere maschietto. Non perché mamma o papà lo volessero. A dirla tutta desideravano una femmina entrambi ma poi per il corso della vita, per quello che è successo e per la mia condizione di unicità, un po’ maschio “dovevo/volevo” esserlo. Oscar mi ha insegnato quanto il sesso non esista e sia una convenzione; tralasciando la mera parte fisica in sé e quello che riesce a produrre o meno. Le peculiarità, caratteristiche e dogmi caratteriali che ci impongono. Le fesserie delle lingue diverse dovute alla provenienza. Marte e Venere? Ricordo bene? Non saprei. Siamo universi e le generalizzazioni sono semplici facilitazioni per tentare di riassumere e capire quello che non si può (o che si può ma sicuramente non attribuendo provenienze da pianeti alieni e lontani. L’argomento alieni è cosa seria e io e Ombretta ne siamo testimoni). Non è il sesso a determinare la fragilità, il carattere e la forza. Né quella fisica né quella mentale. E’ un percorso univoco a più strade che non si affronta diversamente se si indossa la gonna o il pantalone. Oscar mi ha insegnato che esiste per stupida convenzione un amore giusto e uno sbagliato. Quando la guardavo non mi chiedevo affatto se fosse uomo o donna. Se potesse amare Fersen, Andrè o la Regina. Non mi importava nulla di quello che per gli altri era corretto o diversamente tale. L’importante era lei. La sua forza e signorilità. Il coraggio e la caparbietà. L’ostinarsi a difendere, anche e soprattutto andando contro se stessa, la volontà del padre e quella libertà tanto mostrata per certi versi che rappresentava un incatenarsi. Non ho mai sperato che finisse con qualcuno di specifico Oscar, pur essendo innegabile che le mani di Fersen strette sui suoi fianchi nell’unica volta che ha indossato un abito lungo e largo con i capelli raccolti mi hanno fatto tribolare.

Una Rosa non sarà mai un Lillà.

Sono frasi capaci di entrarti dentro per non andar più via. Quelle che poi assurdamente nella vita di tutti i giorni rispolveri perché ne hai fatto non troppo segretamente tesoro.

Quando scrivo questo tipo di “post” sai cosa faccio? Accendo la musica e lascio che siano le dita a ticchettare. Qualche volta mi rileggo ma per la quasi totalità mai. Se non sono proprio sicura di voler pubblicare allora chiedo al Nippotorinese di leggiucchiare per un conforto. Perché mi dica: è troppo. Forse è il caso di no. E non l’ha mai fatto. Scherzando credo perché non mi legge mai e dice sempre sì giusto per sbarazzarsi di me. Ma in fondo aspetto solo questo. Una conferma che niente è troppo. Che non bisogna mai avere vergogna di premere il tasto pubblica. Aggiorna. Se lo fai con tutto l’amore. Senza interessi se non quello di far volare via un po’ di te. Per farlo afferrare da chi sta lì. E viene a riportartelo con il suo, di racconto. Come fosse un palloncino, no? Ecco. Adesso sto ascoltando Love is a Losing Game ed è una delle poche canzoni cantate che non mi infastidiscono e che riesco a sopportare oltre la mia certezza: la classica e strumentale. L’amore è davvero un gioco dove si perde? E’ davvero una mano perdente in un gioco d’azzardo? Un destino rassegnato? Come quello di Oscar e Andrè che potevano vivere felici in quel per sempre che si sogna o che ci impongono di sognare? Una vita passata ad amare e un’altra a non capire cercando qualcosa che rincorre altro? Una catena di sentimenti che si attorcigliano, aggrovigliano, ritornano e non smettono mai?

So per certo che quel bacio e quei rami pieni di spine che fanno da contorno all’abbraccio nudo di Andrè e Oscar hanno dato inizio ai miei ghirigori e alle mie storie. Derivano da quello. C’è sangue, amore e delicatezza. C’è forza, fragilità e lunghi capelli biondi con un occhio cieco che continua a vedere la vera parte del suo amore. Andrè ha commosso per devozione, presenza e forza. Nella sua smisurata e innegabile bellezza, in particolar modo interiore. “Dal momento in cui ho deciso di vivere come un uomo ho deciso di non avere più bisogno di te, Andrè. Devo imparare a vivere senza appoggiarmi a nessuno”. E via con la scena che so recitare a memoria su una sedia manco fossi una bimba di sei anni e mi stessi esercitando per la poesia di Natale (vuoi rivederla? Sicurasicura? Trovata. Prendi i fazzoletti e clicca qui). L’imposizione dei ruoli e quell’amore vero che ti ricorda chi sei. Immaginarli nel bosco nel loro unico momento felice, stroncato da una rivoluzione e dalla tisi, rappresenta l’epilogo più agghiacciante di una penna sadica che proprio non ha risparmiato nulla. Eppure nonostante sia l’amore di sempre ma vissuto in un attimo, Oscar e Andrè ci insegnano che ne vale la pena, eccome. Che non sempre occorre una vita, dei figli, nipoti e tanti Natale per dire che è stato un amore immenso. Ed eterno. Se non esiste il sesso, le convenzioni e i dogmi nell’amore, neanche il tempo può. Arrivati sin qui non sono neanche più tanto sicura che non ci sia un lieto fine e potrei contraddire prontamente la Winehouse. No. Non è mai un gioco dove si perde, l’amore. Non è affatto una mano perdente in un gioco d’azzardo e neanche un destino rassegnato. Andrè non ha mai avuto un rimpianto. Un ripensamento. Ha amato la sua Oscar per l’eternità ricevendo un attimo ma solo all’apparenza. Solo quello che vediamo noi con i nostri occhi oscurati da troppe inutili cose. Che sia in amicizia o in amore, vale sempre la pena di pensare che non è mai un gioco dove si perde.L’Amore nella forma più pura è sempre e solo una grande vittoria. Bisogna vederla e non perderla mai.

Si ritrovano Fersen, Andrè e Oscar a casa di quest’ultima. Mancava da tanto tempo dalla Francia il Conte nordico e apprezzandone la cucina è stata premura della zia di Andrè fare un’ottima cena. In realtà nei piatti si scorge un roast beef con verdure, che pare essere tra i piatti più gettonati delle inquadrature di cortometraggi, film e serie tv. Un giorno, semmai dovessi avere il tempo, vorrei proprio svolgere questa indagine che sicuramente apporterà un notevole contributo al mondo intero (risate registrate, grazie regia) sul perché questo Roast beef con verdure compaia nei momenti di disperazione. Di francese diciamo ho visto ben poco. Solo che è in assoluto il primo piatto che mi viene in mente (a dirla tutta durante le carrellate di telecamera sifaperdire sulle tavole imbandite del Re c’erano sempre le stesse portate. E indovinate un po’? Sì, il Roast beef con patate, piselli e carote). Quella cena. Loro tre.

Se per un attimo si focalizzano i diversi intrecci: Fersen pensa alla Regina, Oscar pensa a Fersen, Andrè pensa a Oscar, ti gira la testa. Sembra tutto così dannatamente complicato e contorto. Ma alla fine è un semplice roast beef con patate, piselli e carote visto e rivisto. Considerazione che nulla toglie alla mia smisurata passione per questo amore indimenticabile che porto nel cuore.

Un roast beef classico da qualche parte in archivio c’è, ma mi ricordavo di questo con gli agrumi, senza contare poi i diversi chutney buonissimi, soprattutto pera e cipolla, che col tempo sono diventati dei veri e propri cavalli di battaglia. Piacciono moltissimo a tutti qui, soprattutto in abbinamento alle carni. Sempre in occasione delle coppie poi lo scorso anno ne ho parlato in riferimento a Kim e Edward (Mani di forbice).

In quell’occasione avevo trascritto le piccole regole per un ottimo Roast beef. Che facciamo? Le rispolveriamo? (vado di copia e incolla)

Poche semplicissime regole.

Ma anche lì. Mi sa che anche nel Roast beef regole precise, come in amore, non esistono affatto. Può essere al sangue, medio cotto e bruciato. Adesso dovrei dire “ma vale la pena mangiarlo” per far filare tutto, no? Ecco.

Regola numero uno per un Buon Roast Beef:

Scegliere prima di tutto un pezzo di carne adatta.

Fonte Wikipedia: Il roast beef, che nel Regno Unito si ricava classicamente dalle prime costole della lombata (“prime rib roast beef”), viene tradizionalmente servito “rare” o “pink”, nel senso che il centro del pezzo di carne è stato riscaldato ma non cotto per cui mantiene il caratteristico colore rosso-rosato.

Sul “nome del pezzo di carne” arrendiamoci all’evidenza che nelle diverse parti di Italia si chiama in diversi modi. Lombata potrebbe non essere inteso in egual modo in Trinacria e Lombardia, per dire.

Regola numero due per un Buon Roast Beef: Pesarlo sempre e comunque, perché da questo dipenderà il tempo di cottura.

Regola numero tre per un Buon Roast Beef: Prima di infilarlo nel forno il roast beef “va chiuso”; nel senso che per mantenere tutti i sapori e gli umori non vanno in alcun modo inferti colpi o tagli. Né con forchette. Né con coltelli. Va maneggiato con delicatezza e cura e va rosolato in padella da tutte la parti per qualche minuto con abbondante olio extra vergine d’oliva caldo; se si vuole aromatizzarlo maggiormente con battuto sedano-cipolla e carota e magari spezie (nel caso in cui si scegliesse la via dello “speziato”. Naturalmente la carne lo sarebbe poi solo all’esterno). Dopo averlo rosolato va poggiato sulla carta da forno e innaffiato con tutto l’olio che ha cotto insieme alla carne (e le eventuali verdure).

Regola numero quattro per un Buon Roast Beef: La Temperatura e il Tempo di Cottura.

Deve essere al massimo. 250 sarebbe perfetto (se il forno ci arriva altrimenti al massimo). Poi verrà abbassata sul finale. Questo perché le carni devono dapprima cuocere ad altissima temperatura e poi subire un abbassamento. Trenta-trentacinque minuti sono necessari per cuocere in perfetto stile Roast Beef e quindi rosato internamente (e non propriamente al sangue). Ovvero:

250 per 15 minuti poi abbassare a 180 per altri 15. Bagnando con gli umori e con la base che ha cotto nella prima fase iniziale nella padella.

Proseguire significherebbe servire il roast beef troppo cotto. Diminuire significherebbe chiaramente servire il roast beef “troppo” al sangue secondo i parametri comuni. Al Nippotorinese 25 minuti per chilo, ad esempio, sono più che sufficienti. Io per sicurezza faccio massimo 27 (è chiaro che il tipo di carne influenzerà tutto. Diciamo che rimane comunque un terno al lotto. Ma pure una cinquina. Ammesso che ci sia la cinquina nel lotto vabbè).

Farlo raffreddare prima di tagliare. Il roast beef è un alimento versatile perché prima di tutto si può conservare per diversi giorni e poi può essere proposto e insaporito nei più disparati modi. Dai Chutney alla frutta o verdure (lascio qualche link giù) sino ad arrivare a delle semplici salse come maionese e senape (il Nippotorinese va giù di brutto con la selezione di Maille) sino ad arrivare ad agrumi, verdure lesse, tempura di verdure e tutto quello che la fantasia più sfrenata (ma non solo) suggerisce.

“Sì ma io volevo qualcosa di francese per Oscar?”

Bene. Ecco qualcosina di seguito:

Le Coppie del Progetto San Valentino e le Ricette abbinate sono:

Una che disegna, scrive, cucina e fotografa ma non fa bene nessuna della quattro cose.

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8 COMMENTS
  • Chemical 10/02/2015

    Mi piacciono queste coppie che non “vissero felici e contenti”, il mio stato d’animo attualmente le preferisce 😉
    Stavo per piangere leggendo la parte sul tempo, “Eppure nonostante sia l’amore di sempre ma vissuto in un attimo, Oscar e Andrè ci insegnano che ne vale la pena, eccome…..”
    Grazie Iaia <3

  • Deborah 10/02/2015

    Un post magistrale!!! Che altro dire!!!
    Lady Oscar è forse anche il mio cartone animato preferito (se proprio proprio devo concentrarmi e riuscirne a dire uno ecco!) e le musiche di sottofondo mi sono rimaste nel cuore, erano meravigliose!!
    Complimenti!! =D
    E buon San Valentino con il tuo nippotorinese!! 😉

  • kuroko 10/02/2015

    ho i brividi. e gli occhi esplosi.
    dopo averlo visto in loop da bambina c’è stato un periodo in cui non l’ho più scomodato dalla mia memoria. quando l’ho rivisto anni dopo sono tornati a galla cadaveri e evidenze e origini di ossessioni meravigliose. lo guardavo e non potevo finire di sgranare gli occhi. posso tentare di paragonarlo a tante altri film o cartoni visti da bambina ma nulla ha lasciato una traccia tanto profonda che si è fusa completamente con quello che sono e immagino e sogno. per quello quando l’ho rivisto mi ha paralizzato il cervello. non mi aspettavo di trovare me. invece continuavo a ritrovare frammenti e pensieri appena accennati che col tempo sono diventati ciò che sono oggi.
    mi ricordo quanto amassi la voce di Oscar e il suo nome. era il nome che sceglievo per le mie bambole o per me quando inventavo un gioco. era un nome che iniziava per O e in genere non mi piacevano i nomi con questa iniziale. credo di aver anche fantasticato sul chiamare una mia futura figlia così. (l’ho scoperto molti anni dopo che era un nome da “uomo”: e continuo a non riconoscerlo come tale. Oscar è solo lei, questo nome non può evocarmi nessun altro.)

    dopo questa esternazione di pazzia posso abbracciarti per qualche ora? così interrompo le dita. <3

  • gluci77 10/02/2015

    L’amore totale e devoto di André per Oscar è stato senza dubbio uno dei primi esempi di amore passionale con i quali mi sia rapportata ed è indubbio abbia lasciato un segno forte nel mio immaginario. Un segno forte, profondo, proprio per quella mancanza di lieto fine. Non era più l’amore tutto cinguettii e dolcezza di Cenerentola e Biancaneve, ma era altrettanto autentico e potente. Un altro post carico di emozioni….grazie Iaia! <3

  • bestiabionda 10/02/2015

    Chissà perché ho sempre pensato a te proprio come ad Oscar.
    Con la spada e la gonna, ma anche i pantaloni.
    E sì, ne vale sempre la pena.

    <3

  • Ninphe 11/02/2015

    L’amore, che sia per sempre o per un attimo, vale sempre la pena. Meglio aver amato e poi odiato che non aver amato mai (evabbescusatemilefrasifattemacista)

  • Bibi 11/02/2015

    Ed io con la scusa vado a rivedermi Candy Candy

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