A Triaca

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Iaia
Una che disegna, scrive, cucina e fotografa ma non fa bene nessuna della quattro cose.

Della triaca -fagioli rossi- te ne ho già parlato lo scorso anno in questo viaggio senza fine #SICILIAIA, in Sicilia con Iaia, tra ricordi e luoghi. In quell’occasione abbiamo fatto la pasta ca a triaca, ovvero la pasta estiva siciliana con i fagioli. La triaca sono i fagioli; quelli disegnati come da una china 0.5 impazzita alternata a una 0.8 color rosa su sfondo bianco.

Non è Estate senza la triaca

Ogni fagiolo ha un ricordo, una storia e un’emozione e scovarli nel baccello e prendersene cura uno a uno diventa terapeutico.
Come si fa la pasta?
Battuto sedano, cipolla e carota e patate tagliate piccole piccole piccole. Ho detto piccole? Poi i pomodorini datterini, acqua quanto basta e la triaca. Sbucciata sul momento. Aggiungi la pasta al momento opportuno, ovvero quando i fagioli sono praticamente cotti. Meglio i ditali o pasta corta.
Ogni fagiolo mi riporta nell’ orto di nonna, avvolto dalle vite. Con le galline in fondo, il forno a pietra vicino al pozzo che dovevi salire tre scalini sgangherati. A zucchina logna cresceva poco distante e i grappoli d’uva solo se alzavi gli occhi. Sulla tua testa. Come stelle, solo più succose. E afferrabili. .

“Titti se ti faccio la pasta con la triaca senza la pasta?”

“Titti se ti faccio la pasta con la triaca senza pasta vieni a cena da me?”. Così ha detto lo zio Benny, l’altra sera. La triaca sono i fagioli; quelli disegnati come da una china 0.5 impazzita alternata a una 0.8 color rosa su sfondo bianco. Lo zio Benny mi chiama Titti perché quando ero piccolina con i capelli biondi e scompigliati la ricordavo un po’ Tweety. La pasta con la triaca era uno dei piatti preferiti del mio papà. Insieme alla Norma. Un’occasione perfetta per passare del tempo prezioso in famiglia insieme a Benny, Agata, Guido, Ettore, Martina e Clelia -che anche se studia a Roma- con il cuore era lì. E anche se Cate era a Torino, uguale. In un terrazzo magico pieno di piante e un albero di giada talmente enorme da farmi spalancare la bocca è trascorsa la sera. Ho una famiglia bellissima, io. Riscoperta da adulta e compresa con i tempi maturi. Lavoriamo anche insieme a dimostrazione del fatto che si può, eccome. Siamo amici e ci siamo scelti. Non siamo capitati e non è solo importante per me. Ma fondamentale. La pasta con la triaca senza pasta era buonissima e tra una risata, un racconto e un ricordo mi sono gustata ogni cucchiaiata. La zia Agata e lo zio Silvestlo (perché altrimenti che Titti sarei?) mi hanno detto che si fa così: battuto sedano, cipolla e carota e patate tagliate piccole piccole piccole. Ho detto piccole? Poi i pomodorini datterini, acqua quanto basta e la triaca. Sbucciata sul momento. Se la fai con la pasta allora l’aggiungerei al momento opportuno quando i fagioli sono praticamente cotti. Meglio i ditali o pasta corta. Se fai la versione magica appositamente inventata per me della pasta con la triaca senza pasta allora no. Non dovrai aggiungere la pasta.
Da quella sera almeno una volta a settimana la faccio. Non è buona come quella dello zio Benedetto ma è giusto così. Quella speciale posso mangiarla solo con loro. L’attesa di questo tipo è sempre poetica e mai straziante, del resto.

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