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Sì ma dai avevo detto che l’estate era finita e qui ci sono trenta gradi? I muratori in canotta cantano Vamosalaplaya. Il Nippotorinese esce con la tavola da surf intonando i Beach Boys. Papà fa la pesca a traino nel parcheggio prendendo mattoni buttati a terra piuttosto che spigole. I ragazzi del negozio cheilcielolibenedicaamicimiei mi portano al capannone a raccogliere olive. In costume e infradito (ci sono pure gli ombrelloni in mezzo al cavidotto eh).

Manco lo sapevo che al capannone ci fossero olive. Vi sto per caso confondendo? Insomma per dire. Che in mezzo alle bobine, cavi elettrici e tubi fluorescenti noi abbiamo degli ulivi. La domanda sorge spontanea “e tu non sapevi di avere degli alberi di ulivo?”. No. Non lo sapevo. In pratica mi sono ritrovata a raccogliere olive. A documentarmi su come “spaccarle”. Metterle sott’olio. Metterle sott’aceto. Sino ad arrivare alla giardiniera.

Ah finalmente sei tornata, Grazia. Perché ho sempre saputo che la più forte sei tu. Per questo vuoi essere nominata poco. Ti svegli presto e sali sul tapis roulant. Smetti di ascoltare Hisaishi, Sakamoto e Chopin e ti spari altissimo, tanto che l’ipod ti segnala “volume troppo alto”, Papa Don’t Preach in un vergognoso revival trash dove seguono pure Material Girl e hit da supermercato anni ottanta. Sei la stessa che si commuove per l’addio di quellochenonricordoilnome della Microsoft. Che sceglie I’ve had the time of my life come nel finale di Dirty Dancing. Per mettere fine alla sua carriera. Finalmente sei tornata, Grazia.

Che non mangi a colazione tre chili di pane con la nutella annaffiandoli di coca cola, mi rende estremamente orgogliosa di te. Significa che alla soglia degli anta (perché è inutile raccontarsela. Non manca mica così tanto, poi) hai messo un po’ di impegno in quella testolina.

A me. A noi. A chiunque sono e siamo c’è solo una cosa che fa stare bene. Correre. E’ quando non corro che sto veramente male. Perdo le certezze. Dimentico chi sono. Vacillo. Arranco. Mi muovo lentamente. Ma è quando ricomincio SERIAMENTE a correre che mi ritrovo. Non mi acchiappo ma mi scovo. Mi scruto. E allungo la mano. Il piede. E ci sono quasi… sto quasi per acciuffarmi.

E so anche perché. Perché sono figlia di un grande maratoneta che correrà a New York con un tumore in corpo. Perché noi non abbiamo paura di chiamare le cose con il proprio nome, vero papà? Fosse l’ultima cosa che facciamo insieme, papà. E io che sono uguale. Che ho le stesse labbra. Che ho lo stesso naso (no mamma gli occhi sono tuoi. Non cominciare a lanciare pentole in aria. Sono tuoi). Che ho la stesso corpo. Le stesse gambe. E lo stesso piede (io e papà abbiamo un po’ l’indice e il medio uniti. Come due innamorati. Noi due). Io che sono uguale a te papà. Devo correre. Non sono una grande maratoneta come te. Ma sono una che lo vuole diventare. Sono il prolungamento del mio papà. Io sono papà. Tutte le sue responsabilità. Tutto il rispetto che riceve. E che non riceve.

E allora stamattina mentre correvo  fortissimo dopo aver dato il buongiorno alla Bionda perché Grazia crede moltissimo nel buongiorno e nelle chiacchierate con le amiche (e infatti ieri me ne sono sparata una pesantissima con la mia Cri. Dove ho parlato solo io stressandola per TRE ore) ho detto.

Papa don’t preach.

Non mi sono ancora vista in libreria. Un po’ per mio volere. Un po’ per no. Perché pare che la Mondadori di Catania appartenga per il novanta per cento a un simpatico gruppo che per motivi a me ignoti non accetta nessun tipo di ordine. E allora è lecito pensare che io al momento “denunci” questo “increscioso accadimento” attraverso i miei spazi pubblici approfittando della (poca) popolarità sul web. Ma così non è. Anzi.

Il mio sadismo masochistico ringrazia pure; così evito di guardarmi. Perché in realtà sapevo di dover fronteggiare pure questo. Pur accantonando e buttando giù un altro po’ di mandorle con sale e pepe. L’esposizione. La critica. Gli sguardi.