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Una semplicissima insalatina con fagiolini lessi in abbondante acqua salata e fragoline di bosco opportunamente lasciate raffreddare in freezer per almeno 12-15 minuti prima di servire perché adoperarle molli, inconsistenti e che si spiaccicano nel piatto è un’immagine esteticamente orrenda e anche il gusto ne risente. Sarà perché mangio tutto praticamente crudo (i fagiolini potrebbero risultare leggermente crudi se cotti da me *disse fischiettando mentre guardava il Nippotorinese con i canini rotti in seguito all’ingurgitamento fagiolinesco*) ma l’idea del fagiolino sfatto e scotto con le fragoline molli buttate nel piatto mi fa correre un brivido lungo la schiena che non si limita solo a salire velocissimamente per poi raggiungere un culmine di dolore. Piuttosto sale come se fosse nelle montagne russe con triplo salto mortale e rifà il giro almeno un centinaio di volte. Un fastidio infinito. Ecco potevo dire solo questo (sottotitolo: se avessi un cervello funzionante).

Ho una scusa oggi però. Per i miei neuroni stanchi.  A Torino è Natale. Piove, fa freddo e per strada i bimbi si rincorrono lanciandosi vicendevolmente (devo usarlo più spesso) palle di neve. I negozianti tirano fuori le luci di Natale e i primi vischi fanno capolinea all’entrata degli esercizi commerciali. Il gusto del mese di Grom sarà panettone ne sono sicura e non è colpa mia se adesso sarò costretta a un sano shopping invernale perché non avevo minimamente preso in considerazione di dover mettere in valigia un maglione a collo alto e i moonboot pelosi fucsia.

Parlare di insalatine estive con fagiolini e fragoline mentre decido se avvolgermi i fuseaux a mo’ di sciarpa è surreale ergo in linea con questo meraviglioso e vaneggiante viaggio che sto compiendo e di cui parlerò nei dettagli al mio rientro (purtroppo per voi).

Non mi basteranno dodici anni per raccontare questi giorni fuori casa. E’ come se fossi via da almeno tre decenni  (ma anche sei) tante sono le cose successe. Il bombardamento visivo di mostre che ho visto e continuo a vedere, i luoghi e le persone, gli amici nuovi e ritrovati. Le cene e le stelle. Gli incontri e gli allontanamenti.

E’ il viaggio. Quello con l’articolo determinativo. Non “un” viaggio indeterminativo.

Tante piccole polpette di emozioni amalgamate e trite a lacrime di felicità con pane ammollato in preoccupazioni. Irrorate di un sughetto speziato che racconta caratteri diversi e provenienze. Un miscuglio semplice seppur complesso in quel gesto familiare ma non per questo  meno insidioso. Ti bagni le mani leggermente con la purezza dell’acqua e cominci a lavorare. Mischiando quello che hai e cercando qualche ingrediente segreto. Nascondendo, ma neanche troppo perché possibile non è, un minimo e sperando di riuscire a dare l’esatto contrario. Quello che si riesce a fare, alla fine.

Perché eroi non si è ma se stessi sì. Ed io sono una semplice polpetta. Ho capito che altro oltre a non voler essere, non posso proprio. Come ho capito infine di esserne anche un po’ orgogliosa.

Di essere me.

La dignità della polpetta! *urlò agitando i capelli*

( non è mica vero . Sto cercando di convincermene vaneggiando sulle polpette. Mica sono orgogliosa di me. Sono pur sempre quella che è caduta dallo scalone di Palazzo Madama)

(vabbè pure quella che  è stata “sgamata”  dalla dolcissima commessa della Mac ” tu passi il fondotinta con le dita e non con il pennello ! confessa! “. E sì. Ho confessato. Adesso mi ritrovo con un pennello milionario che vorrei usare su una tela 40×30 perché sul mio volto proprio non so che farmene. A parte lasciare lunghe pennellate sugli zigomi che formano discromie e strisciate manco volessi ottenere l’effetto maculato alla Lady Ga Ga)