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Brutta abitudine quella di due post giornalieri lo so. Il problema è che peggiorerà la situazione. Di giorno in giornoingiornoingiornoingiorno.

Quando ho letto pane al cioccolato con marzapane e pinoli la prima cosa che mi è venuta in mente è stata “e ci infilo pure un cotechino, va”. Nel mio scarsissimo repertorio culinario la voce marzapane mal si associava a pane, cioccolato e frutta secca.

Dopo aver scoperto il pollo alla ciliegia del resto non era così assurdo pensare al cotechino con il marzapane;  fermo restando che io queste benedette melanzane con il cioccolato voglio farle eccome. Non è che qualcuno le ha mai provate e spaccerebbe ricetta?

Ma non devo confondermi. Lo sono già di default. Procedo, o perlomeno ci provo, con calma (sefaperdì).

Instagram, l’applicazione fotografica più cool dell’Apple Store.

Non è falsa modestia omettere “mancano tre ai cento followers”, o “evviva duecento followers”, “uh che bello tutte le mie foto vanno in popular”. E’ solo che non importa la quantità ma la qualità. Non è la fiera del luogo comune, ma sintetizzare un concetto.

Se poi la quantità è qualitativamente alta si raggiunge quello  a cui aspiro maggiormente.

E dei diecimila, da ieri, su Instagram posso asserire che la quantità corrisponde in percentuale maggiore alla qualità. Ci sono dentro amici datati e amici  “in progress”. Ci sono dentro conoscenze dall’altra parte dell’emisfero mentre mi barcameno con non poche difficoltà ticchettando sul traduttore internazionale dell’iphone.

Ringraziare il mio amico di Tokyo adoperando ideogrammi e facendo strafalcioni come ritrovarmi a cercare caratteri hindi e cirillici è diventato il mio buongiorno. Essere amorevolmente rimproverata dal mio amico arabo perchè non scrivo correttamente “Buongiorno” nella sulla lingua è diventata la mia buonanotte. Insegnarli la canzone “ciuri ciuri ciuriddi tuttu l’annu” , da annoverare tra le cose più assurdamente non sense ma al tempo stesso meravigliose.

E’ un susseguirsi di fotogrammi che si strappano e si riformano. Taluni deformati e altri nitidi. I più dolorosi prendono fuoco mentre mi fermi e butti acqua, a me che in mano ho solo benzina. Tu, capace di spegnere dolori e sopportarli. Di sfondare barriere costruite dalle incertezze mentre le note di Hisaishi mi perforano l’anima. Danzi con il verde, che non mi fa paura, dei tuoi occhi fermo immobile nei miei pericolosi movimenti. Una montagna russa senza protezioni laterali e binari. Saltati in aria con bulloni inesistenti che cerchi di avvitare e costruire per salvarmi la vita.

E’ un susseguirsi di violino e piano che fa spaccare le sistole insanguinate dalla profondità del male che attanaglia mentre intingi nelle tue lacrime un disinfettante di salvezza. E sono i capelli sciolti nella bufera che cadono con in mano pallottole di pelo sputate. E’ un moto perpetuo e infinito e inarrestabile e spaventoso di noi. E’ il terrore di comprendere che non potrà mai essere. Mai. Come noi. Per poi guardare l’alba tra sassi dolorosi dove metti cuscini e dire che la paura può pure andare via.

Perchè noi ce l’abbiamo fatta.

Non a guarire, quello no. Ma a restare insieme.