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Come ho anticipato sarà un anno di Fiabe e Pappamondo. In giro per il Mondo che non c’è e il Mondo che c’è. Che poi sia l’uno o sia l’altro chi può dirlo? Per cominciare l’anno ho scelto Hansel e Gretel. Purtroppo è tipicamente usuale correlare l’immagine della Befana a una Stregaccia. Seppur chiaramente così non sia. Mi ha sempre affascinato la figura della Befana come ho avuto modo di ribadire più volte, sicuramente perché correlata al fatto che Mamma si fosse “identificata” in lei quando io ero piccola e la cosa mi faceva sorridere parecchio. E’ un insulto paragonare la Stregaccia Mangiabambini di Hansel e Gretel a quella buona e generosa della Befana che in realtà nell’immaginario comune è bruttarella e angosciante (pure l’immagine iconografica bambolettosa. Vedi Befana di un metro che mi ha appena regalato Nandina; giusto per non esagerare, eh. Un metro). Dodici giorni dopo il Natale arriva; e io che quando sento dodici drizzo le orecchie e noto correlazioni non potevo certamente non subirne il fascino. La Befana essendo tradizione pagana venne condannata con estremo rigore dalla Chiesa definendola addirittura un’influenza satanica (come sempre per nulla esagerati, dai). Ed è qui (come sempre, aggiungerei) che si mischia il sacro e il profano trasformando quella che in origine era una dolcissima, pacifica e generosa vecchietta in una strega maledetta brutta e con outfit discutibili. Vi sono diverse interpretazioni come quella che rappresenti l’anno vecchio che vola via mentre altre per tradizione antica romana si rifanno alle dodici Dee che volano sopra i campi appena seminati come auspicio di buoni raccolti e prosperità. Altre ancora correlate ai Re Magi diretti a Betlemme (ho straparlato a riguardo negli anni scorsi).

Chiunque sia davvero, la Befana cattiva non è. Anche se porta un gran bel po’ di carbone. E’ sempre cosa buona e giusta fare della sana autocritica. Una vagonata di carbone ce la meritiamo a prescindere tutti.

La Befana, vecchietta generosa piena di caramelle e zucchero, rievoca comunque l’immaginario comune della strega. Strega e dolcetti? Hansel e Gretel, ovviamente.

Ho diverse volte adoperato carta al posto della tovaglia durante le mie apparecchiature. Questo sicuramente perché, come confessato più volte, se c’è una cosa che non smetto mai di fare è: disegnare e scrivere. In qualunque parte del giorno. In qualsiasi situazione ed anche “di nascosto”; quando gli altri magari si perdono in chiacchiere e un personaggio, un fumetto, un’idea viene a trovarmi e non posso (e soprattutto non voglio) mandarli via. Cerco quindi escamotage per disegnare-scrivere- appuntare con mezzi tecnologici o moleskine di fortuna sperando di non risultare asociale, antipatica e maleducata. Anche se fosse francamente mi importa poco. Negli ultimi anni bado molto più a far stare bene me e non preoccuparmi di come risulto agli occhi degli altri.

Avevo già postato una foto che ritraeva dei tortelli con una “tovaglia” di carta modello cucito (ottima per la realizzazione di questa idea, tra l’altro. Per chi ama la base bianca) ma non riesco a trovare il link. Mi impegno anche poco e ho i movimenti rallentati; perché venerdì in seguito a un bruttissimo urto mi è saltata l’unghia (nel senso che mi è saltata TUTTA) e ho una fratturina alla falangetta del medio sinistro che è appunto rimasto totalmente senza letto ungueale. Senza cercare neanche di descrivere il dolore che non occorre a nessuno, men che meno a me, ricordare, basta dire che di positivo vi è solo una cosa: non è successo alla mano destra. Perché se così fosse stato sarei caduta, senza mezzi termini, in depressione. Farmi male alle mani, mio tallone d’Achille, è la sofferenza che mi terrorizza di più. Tengo moltissimo a questi arti. Credo si sia vagamente intuita questa forma di “feticismo”.

I piatti della Zia Pia, i tovaglioli ricamati della Nonna e i sacchetti dove riporli della zia Mimma. Tra un sottopiatto di ricordo e un piatto d’amore con forchette che nulla c’entrano se non che odorano di nuovo si può nascondere la famiglia. Quella che non c’è più. Che potrebbe esserci. E che ci sarà.

Tengo moltissimo a questi momenti di riflessione tra un decoro e un ricamo. Credo siano i pochi momenti dove percepisco di appartenere anche un po’ a qualcosa e qualcuno che non sia strettamente riconducibile solo a papàmammanippotorinese.

Poi svanisce e sono felice così.