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(Per la ricetta e le considerazioni – se non hai tanto tempo da perdere con i miei deliri, giustamente – salta a piè pari e vai giù giù giù. Dove c’è scritto “tre-due-uno si parteeeeee!”. Però ecco ci potrebbero essere degli appunti interessanti anche nella prolissa introduzione *disse fischiettando e fingendo indifferenza)

Su Pinterest ne ho viste di ogni. In pratica girano queste foto di ciambelle, plumcake, torte e solo il cielo sa cosa che una volta  tagliate mostrano disegni incredibili. Unicorni, stambecchi, paesaggi marini, sirene che si attorcigliano. No dai non è vero. Cuori, cuori, cuori e cuori. Ma anche qualche coniglietto, su. Cuori, cuori e cuori perché  il periodo è chiaramente contaminato dalla follia cuoriciosa dilagante. Per quanto mi riguarda il mio limite è stato ampiamente superato. Sarà che io quest’anno il San Valentino (“sì ma l’amore si festeggia tutto l’anno gne gne gne. Non è un giorno blablabla”. Sì lo so. BASTA. Pietà. Festeggiare è divertente. AMEN) lo festeggerò in un salotto senza salotto apparecchiando un tavolo non avendo un tavolo e sedendo su delle sedie metaforiche perché indovinate un po’.

Non ho più le sedie.

Il predicozzo non è mai interessante nonché equilibrato in generale. Non metto a tacere mai la parte “estrema” di me, riguardo alimenti/cibo e annessi, per impostazione o costruzione. Rimane lì tranquillamente sopita senza bisogno di gridare proprio perché mi sono sempre reputata sbagliata in tutto tranne che in una cosa di cui sono orgogliosa: l’essere rispettosa. Lo sono delle idee altrui, seppur parallele alle mie. Non reputo mai nulla giusto o sbagliato. Saggio o folle. Solo diverso;  seppur  incomprensibile nel mio iperuranio, è degno comunque dello stesso valore che attribuisco alle “mie idee”. Ieri quando affibbiavo i link alle trenta ricette con l’Arancia giusto per qualche spunto ho sentito un fremito alla vista dell’Anatra. E di altro. Ho cancellato istintivamente il link dicendomi che la carne è il male assoluto. Che la carne porta al tumore sicuro. Che la carne è.

Per poi provare tenerezza per me. Quasi al punto di desiderare la possibilità di abbracciarmi e tranquillizzarmi. E mi è apparsa Agata con il suo “patata, smettila” che mangia Sushi. Che mangia pollo fritto e patatine. Per ricordarmi che non è morta. Per questo. Eppure è difficile crederlo davvero, mettendo a tacere quella voce che cerca di farmi morire di dolore. Allo stesso modo quando vedo papà mangiare la Carne; che per un sadico scherzo del destino è la cosa che, nonostante stia facendo una chemio continua da quattro settimane,  desidera di più.

Tutte le ciambelle riescono con il buco. TUTTE. Basta avere una teglia con il buco in centro. Lo voglio cominciare così questo difficile Lunedì mattina. Con un po’ di sano genio. Ogni volta che sforno una ciambella mi siedo quindici secondi sullo sgabello dello snack. Poggio la mano sotto il mento. Fisso un elemento della mia cucina disastrata a caso (dove ci sono buttati i libri che prima erano nel salottochenoncèpiù. Dei Nani random. E pure i doposci. Ma che poi perché ho dei doposci se dove vivo ci sono quindici gradi a Gennaio?) e mi pongo una domanda. Solo una. Semplice, diretta e lineare.

“Ma è davvero così semplice fare una ciambella?”

Vogliamo ricordarla così. Ritratta con Muki. Ora non so esattamente chi sia e da dove venga Muki (anche se si può intuire che sia un gran bel  pappagallo) ma per qualche oscura ragione su Instagram oltre a queste bizzarri effigi girano foto di me  e fumetti di Maghetta Streghetta riprodotta in tutte le salse; a volte opportunamente taggate e altre no. Ci sono e saranno  i ladri di immagini ma  è opportuno soprassedere perchè oltre profonda tristezza non si può provare altro.

Essendo arrivati a cifre astronomiche che non potevo prevedere,  dubito fortemente che possa in qualche modo monitorare cosa stia succedendo. Due parole su Muki, però ecco quello sì;  in un primo momento vedendo questa polaroid mi sono sentita oltraggiata. Irrazionalmente ho creduto di dover chiedere delle spiegazioni a riguardo. Denunce, rimozioni e vaneggiamenti. Dopo dodici secondi, perchè sono bastati quelli non ho potuto che.

Scoppiare fragorosamente a ridere e capire.

Che le idee sono alla mercè di tutti e tutto, come la nostra immagine. E che spiattellando il mio facciotto acconsento anche a questo. Nei limiti poi del decoro e dell’educazione, neanche a specificarlo. Ed è strano come respirando e inspirando ( e per certi versi ragionando. Operazione in cui non riesco ad eccellere) tutto possa essere diverso. Dall’oltraggio sono passata alla lusinga. Leggere “I love her” , “I love maghetta streghetta” ed essere osannata dalle dodicenni (e non) che mandano mail chiedendomi  che penna uso e come faccio,  fa parte del mio sogno. La comunione delle idee e del sogno. Estraniarsi da questo e viaggiare in altri. Ma nei viaggi non puoi essere mai da solo.

E allora ecco io oggi volevo fermare un attimo il tempo su Muki. Sull’idea di un’idea. Di uno sconosciuto incontrato in un  iperuranio non solo mio. Con i colori, illogicità  e affetto. In una vicinanza cromatica di ammirazione.

Muki, insomma,  merita proprio una storia. Non escludo che diventerà il mio pappagallo immaginario amico. Anzi. Lo è già.

 ( sarebbe meraviglioso adesso se dopo il mio vaneggiamento filosofico scoprissi che è un pazzo maniaco serial killer e che sul luogo del delitto lascia penne di Muki.

Nel caso dovessi scomparire: Muki è l’indizio principale. Concentratevi!)

Vogliamo altresì ricordarla così in questo scatto del 9 Febbraio 2012, completamente esaurita dopo dodici ore ininterrotte di disegno e quattro di scrittura con occhiali opportunamente finti. Allucinata e in preda all’Overlook Hotel Moment. All work and no play makes Giulia a dull girl (in Italia conosciuto come il momento “il mattino ha l’oro in bocca”). Fotografata non dal serial Killer dei Pappagalli ma dal granfarabuttnippotorinese che continua a minare la mia intimità ( a lui lo denuncio sul serio).

( se fosse anche lui un serial killer al posto della piuma del pappagallo, lasciarebbe un dvd di Kurosawa. Lo so). 

E insomma ciancioallebandebandociancie. End de uinnneriiissss....

E ripeto sempre grazie ma come faccio a smettere? non si può. Grazie infinite ancora e ancora dunque per aver partecipato numerosissimi alla seconda edizione di Vinci una Momiji e la Mug. Le relazioni e i deliri che nascono all’interno dei commenti (e non) sono appunto la conferma che l’oggetto in sè non ha valore alcuno ma è solo un aggregatore di meraviglie e nulla di più.

Lascio quindi il video con la proclamazione del vincitore (eletto grazie alla  tabella excel di Max. Fosse per me avrei passato la notte a contare a uno a uno i commenti).

Attendo in email maghetta_streghetta@yahoo.it un indirizzo dove poter spedire tutto. Pioggia di cuoricini compresa.

E' ovvio guardare un girasole e pensare a Van Gogh, come lo è altrettanto guardare un papavero e pensare a Monet. Nonostante siano dei colpetti leggerissimi di pennello rosso è lapalissiano. L'occhio li registra come papaveri e difatti così è. Camille e Jean, moglie e figlio di

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