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L’idea è sempre quella di avere un’ottima resa nel minor tempo possibile e con pochissimi ingredienti. Halloween è un’occasione per dar sfogo alla fantasia più terrorizzante ma non per questo meno “kawaii” e pucciosa, indi per cui il ragnetto in cocotte è un’altra di quelle idee super veloci che tornano sempre utili. Qui delle cocotte si sono tessute le lodi come novelle Penelope mai stanche di tessere e scucire e ricominciare. E scucire. E tessere.

La cocotte oltre a essere deliziosa visivamente è comoda. Tutto quello che è preparato all’interno della cocotte può essere scaldato e servito all’occorrenza. Per questo motivo sono fidate amiche in cucina e mai dovremmo separarcene.

Dalla pasta al secondo sino ad arrivare al dolce, le cocotte riescono nell’epica impresa di tenere ben saldi i sapori, qualsiasi essi siano. La copertura ragnosa può essere allo stesso modo fatta in versione salata con della brisèe e dolce con della brisèe al cioccolato (perché no? è ottima) o semplice frolla fino ad arrivare alla sfoglia. Nella versione salata due olivette nere e verdi creeranno gli occhi mentre nella versione dolce una colata di cioccolato fondente e qualche spruzzetto di panna. Oppure glassa o ganache sino ad arrivare alla pasta di zucchero. Illimitata la fantasia decorativa.

Appurato che con il pennello (è un periodo sintattico scorretto molto lungo che va letto tutto di un fiato, ok?) non so passare il fondotinta e che mi ritrovo a dipingere su tele da 1 euro, acquistate diligentemente da Tiger, con acquerelli scarsissimi ma dignitosi con l’ausilio di un pennello milionario professionale della Mac che sul viso mi faceva un allegro effetto zebrato, ho capito che:

– alle cinque del pomeriggio alla Crocetta, esattamente al bar La Croisette, ci si deve andare con un cappotto leopardato, chignon d’ordinanza con relative meches e si beve champagne mangiando insalata di riso e salatini caldi. Perché quella disperata con i fuseaux sporchi di gelato, i capelli con le doppie punte arruffati e il trucco sbavato e il fondotinta passato senza pennello (vabbè ero io sì) era totalmente fuori luogo. E in borsa non avevo neanche un accessorio maculato o un paio di orecchini a lampadario sbirluccicosi. Ricordarsi ordunque di non fermarsi mai lì senza un gioiello di famiglia (mamma abbiamo gioielli di famiglia a parte quell’orrendo bracciale della nonna?)

– i Torinesi conoscono tutte le strade. Sono tutti probabili ed eccellenti taxisti che senza l’ausilio del tom tom o aggeggi vari potrebbero circolare senza tentennamenti portandoti nei vicoli più segreti. Via Barbaroux ma non dove c’è via XX settembre ma in piazza Arbarello. Sai subito dopo via San Dalmazzo dove c’è quella via piccola a destra. E. E così fino alle cinque del pomeriggio (e sono le sette del mattino, sì).  Per una che dopo trenta anni non sa esattamente manco se c’è una strada parallela a quella dove abita è alquanto bizzarro (ma affascinante) apprezzare le conoscenze stradali (e di viabilità) di questi meravigliosi indigeni del luogo (e conoscono pure tutti i negozi, ristoranti e credo pure famiglie che vi abitano. E’ una leggenda metropolitana quella che i nordici non si salutino e non conoscano i loro vicini. Loro conoscono pure la loro settima generazione, ve lo dico io).

–  a Torino vendono le scarpe più belle, innovative, di design e blablabla che si possano trovare in circolazione. Sì vabbè certo Milano la capitale della moda. Non conosco Milano tanto da. Ma essendo un’integralista torinese (cosa sto dicendo?) granata che nei Distinti con la maglia granata si alza e grida “CUORE GRANATAAAAAAAA” posso affermare che nell’eterna lotta Torino-Milano non vi è bisogno di spendere neanche mezza parola: vince Torino (Milanesi picchiatemi. Sono pronta. Prendete il numeretto però per non creare disordini). Torino è la capitale della moda sobria ed innovativa. Raramente si vedono scarpe di questa rara beltà. E non parlo di marchi e catene ma di quei negozi particolari, ricercati e senza ostentazione che in realtà possiedono forme e linee talmente accattivanti da costringerti a fissare le vetrine. Ecco perché essendo una donna anomala è difficile conquistarmi dal punto di vista visivo e riuscirmi a ipnotizzare davanti a una vetrata. A Torino succede ogni tre passi. Tralasciando Mauro Leone, su cui ho abbondamente sproloquiato (quello per il quale ho dovuto organizzare invii di pacchi anche lo scorso anno autospedendomi paperine e stivaletti, sì. Che detto da una che detesta davvero le scarpe ed è votata alle borse…beh. E odio i puntini di sospensione ma volevo mettere beh. Insomma!),  vi sono angoli e angoli di paradiso shopparolo.

– a Torino vi è una perversione per Vuitton e Chanel. Di Dior neanche l’ombra e Balenciaga pare essere un triste ricordo degli anni passati. Se Westwood grazie al cielo esiste e pure Givenchy, al contrario di Roma che è un’infornata di Prada e ahimè Gucci, la capitale del Cinema italiano (e di tante. Credo tutte. Altre cose) è votata a Vuitton e Chanel che la legano indissolubilmente alla cugina Parigi a cui maledettamente somiglia. Che potrebbe essere un dettaglio non di fondamentale importanza questo, ma così non è. Mi piace sproloquiare a vanvera sulla sociologia correlata alla fauna e flora legata al marchio della borsa. E lo farò al mio rientro portando documentazioni visive (sono impazzita sì. E fotografo pure campioni di donne in determinate zone per verificare l’andamento del marchio. Quando mi ricoverano secondo te?)

Non faccio che cucinare nelle cocotte ultimamente (sì, non ho intenzione di smettere. Credo che chiuderò il Gikitchen e comprerò “Gicocotte“).

E’ diventato imbarazzante per tutti. Mi sono convinta di poter fare il bucato in queste piccole dolcissime pentoline che tanto mi ricordano l’infanzia e gnocchi fatti con il didò nella soffitta di nonna con mia cugina. Santo cielo quanta roba sfornavamo in quel ristorante.

Spaghetti con la cera pongo, salsa colante  e contorno di pisellini , erano quelli che riuscivano meglio.  Ore ed ore a passarsi tra le mani quella pasta profumata verde per fare piattoni di verdura. L’unica che sembrava credibile, tra l’altro. Insieme alle carote. Ma vallo a fare un cavolfiore o gli spinaci!

Troppo complicato.

Erano gli gnocchi però i re di quel ristorante frequentatissimo, tra due serbatoi d’acqua e un bucato che odorava di buono e di sapone di marsiglia. La voce della nonna veniva giù dalle scale “scendete! è pronto!” e noi due a scapicollarci giù per quei gradini perché dalla finzione si sarebbe passate alla realtà e degli gnocchi veri erano in tavola. Le ricordo come le giornate più belle della mia vita. Tra pentoline piccole e il desiderio del dolce forno Harbert che mai arrivò perchè se mamma a venticinque anni non voleva farmi usare il fornello per fare un semplice caffè figuriamoci a otto anni un aggeggio che poteva far saltare tutto il paese.

In compenso però mi aveva preso la macchina da cucire ma dovevo usarla spenta prima che potessi cucirmi qualche dito. C’era una meravigliosa e surreale  coerenza in lei  e nonostante mi sfugga a volte anche oggi, non posso che considerarla affascinante.

Da quando sono entrata nel vortice delle  cocotte oltre a bramarle di qualsivoglia marca e colore, che ahimè non è mai nella nuance che avevo deciso di acquistare, ci infilo dentro di tutto. L’altro giorno stavo tentando di convincermi che forse una spigola da un chilo e mezzo divisa in ventiquattro pezzetti avrei potuta cuocerla comodamente in trentotto  cocotte. Le avessi avute, ho pochi dubbi al riguardo che avrei agito in tal modo.

Quindi bisogna necessariamente correre ai ripari e acquistare al più presto trenta cocotte ( ne ho solo venticinque e me ne servono altre trenta santo cielo). No dico perchè è da una settimana che sforno incessantemente dolci in cocotte. Mi sono scocciata a lavarle ! Devo buttarle e usarle a mo di usa e getta ( cosa sto dicendo?) 

Comunque.

E più elaboro e pasticcio e più giuro amore eterno a questo metodo.

Sono stata nominata con grandissimo onore su Gazduna ( clicca  qui per l’articolo). Come ho ribadito fino allo sfinimento ma questo non significa che mi stancherò mai di dire quanto apprezzi/ ami/ adori/ termini- cuoriciositutti questo Magazine senza rivali che oltre ad avermi dato l’opportunità di conoscere la meravigliosa Marianna è stata in assoluto la prima ad aver visto in me il potenziale psicopatico intervistesco ( per chi non lo conoscesse non si preoccupi. Non so neanche io cosa sia). Gazduna per me è ricordo, casa e amicizia. Vera. 

Grazie infinite quindi a tutta la meravigliosa redazione che ha sempre parole lusinghiere per me.

La mia (prima-emozionante) intervista su Gazduna. Per leggerla clicca qui>>>

No. Non potevo assolutamente rinunciare alla cheesecake in cocotte e come la Torta al Cioccolato al Microonde questa preparazione velocissima diverrà qui in casa un cult. Anzi a dirla tutta lo è già diventata e oltre a questa versione fragolosa se ne sono preparate altre; una su tutte quella con i mirtilli ( devo provare assolutamente con i mirtilli congelati, giusto per curiosità e per un paragone perlomeno obiettivo e non basato su qualunquismi).

In pratica anche questa preparazione lascia sbigottiti. Queste cocotte hanno difatti il potere di sbalordirti. Sarà che nella loro piccolezza incosciamente riesci a riporre poca fiducia o semplicemente sarà che non facendo parte degli attrezzi comuni della cucina, dove cuocere e preparare, si ha sempre quella qual certa diffidenza per certi versi giustificata.

La (il . bohhh) Cheesecake si sa è in assoluto una delle torte più semplici da preparare perché in fondo altro non è che una base di biscotto con della crema di formaggio versata sopra che si può declinare all’infinito in fatto di sapore e gusto ( e uff devo riprendere il progetto illustrativo in fatto di dolci)

Un ottimo modo per far fuori biscotti e rielaborarli che siano di semplice farina, uovo, burro e zucchero sino ad arrivare alle versioni cioccolatose. Non c’è bisogno di dire che i Pan di Stelle sono ottimi per le basi delle Cheesecake al cioccolato ma giusto per asserire ovvietà lo farei senza indugio ed eccomi qui:

sì. I Pan di Stelle per cheesecake vere o presunte sono davvero perfetti come base. La Coulant della cheesecake che non è una cheesecake, una delle elaborazioni iaiaose ( se non l’unica) davvero riuscita e anche riprodotta da tantissimi (lusingata sono*accento siculo*) aveva proprio come base i biscottini stellati più buoni del pianeta. Per la ricetta della Cheesecake che non è una Cheesecake Coulant clicca qui