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La rete è piena di uova pulcino ma io le conosco da quando ne ho memoria, gne gne gne gne. E voi no gne gne gne. E io sono matura e voi no gne gne gne. Ok basta. Devo darmi una regolata, santocielo.

Insomma in fondo sono figlia di quella Santa Donna che costruiva la tenda e inventava mondi. La stessa che spostava i mobili di casa continuamente per creare nuovi ambienti e che portava lunedì il salotto nella camera da letto e venerdì la camera da letto nella lavanderia. Mamma è sempre stata camaleontica e trasformista e si è sposata con Papà che è sempre riuscito ad abbattere un muro e fare una casa e buttare la casa e fare un palazzo e buttare il palazzo e fare una piscina. Tutto si trasforma, si evolve e si ridisegna. Tutto non è come sembra e diventa quello che vuoi e puoi.

Per dire insomma che le uova sono sempre stati pulcini e un concorso di colpa sul fatto che per me fossero pulcini liquidi (qui ho blaterato un po’ al riguardo e anche qui e anche ovunquenonloso) e non volessi mangiarli credo che mamma ce l’abbia. Perché mamma queste uova pulcino le fa da sempre. Mamma non aveva pinterest, libri di cucina e rete. Non aveva le ispirazioni a cui siamo continuamente sottoposti e i bombardamenti continui di riviste, media e televisione. Eppure per lei non era difficile inventare di sana pianta l’uovo pulcino. Che fossero occhi di olive e bocca di prosciutto o che fossero carote e pepe come in questo caso per mamma certamente non era un problema. Ha proprio una passione per le uova e non a caso Eggland, uno dei miei dodici progetti visivi e fotografici, è proprio legato alle uova in tutto il loro misticismo. Mamma vivrebbe solo di uova, ha una figlia che non le mangia e un marito che ha paura del tuorlo. Il Nippotorinese ama (ironia) la filosofia dell’uovo qui in casa. Ognuno ci si relaziona in maniera diversa, parlando di pulcini liquidi e di tuorli paurosi sino ad arrivare all’invasata che riesce a trasformarle in prede ambitissime. Cucinerebbe uova dalla mattina allla sera. Le imbottirebbe e farebbe barchette di uova (ve le ricordate le barchette di uova fatte per Kodomoland? No? Clicca qui e naviga in un mare di riso azzurro basmati! e quelle topolose? e la smetto altrimenti continuo fino a Ferragosto 2088) senza contare che impastarle con la maionese e il tonno è la sua passione. Qualsiasi novità con le uova per lei non lo è. Le ha messe ovunque e dappertutto. Nella parmigiana, nella pasta e pure nel cotechino. Mamma sarebbe capace non solo di mangiarle tutto il giorno ma di propinarle per endovena. Il fatto che io mi sia sempre rifiutata, escluse le rare occasioni dell’uovo cu sucu in tenera età (clicca qui per aneddoto e ricordi), credo sia motivo di dolore immenso. Trovare un’alleata in questa sua passione irrefrenabile sarebbe stata una conquista ( e saremo perite anni fa, suppongo, con valori di colesterolo imbarazzanti).

 

Ma programmando per le 12.12 con l’ora legale apparirà alle 13.12? Uhm…. Lo scoprirò quando tornerò dal mio tour fotografico

Vabbè non è che sia una vera e propria ricetta e neanche un’idea particolarmente innovativa e geniale ma dovevo possederla in archivio, tutto qui. Perché mi arrabbio sempre quando cerco nell’indice le ricette non trovandole; se poi si tratta di quelle proprio comuni che non mancano mai, non solo il nervosismo aumenta esponenzialmente ma do proprio di matto. Più matto del matto consentito nel dna iaioso, insomma. E mancavano le praline coniglio! No dico qui sul Gikitchen mancano le foto delle praline coniglio? Masiampassi? E’ un po’ come se non ci fossero i cupcake del nano da giardino (clicca qui per la ricetta). Ho rimediato subito quindi e ho fotografato questi esserini saltellanti cioccolatosi che tanto adoro. Mi rendo conto che ripeterlo fino allo sfinimento non fa che confermare le voci che mi vedono rimbambita e giusto un tantinello svampita ma davvero voglio gridarlo a gran voce ancora una volta: esiste davvero qualcuno al mondo che non fa le praline in casa? E no.

Non voglio sapere l’aberrante verità nella remota ipotesi che a questa domanda volutamente retorica si risponda in un modo che non è contemplato dal codice iaioso. Tutti fanno le praline in casa. Tutti regalano praline fatta in casa. Tutti a Pasqua confezioneranno tonnellate di conigli di cioccolato e le impacchetteranno. Tutti, altresì, le regaleranno per diffondere conigliosità cioccolatose in modo che il mondo sia salvo.

Certo siamo già invasi dai conigli. E’ da Febbraio, manco era San Valentino, che i coniglietti dorati della Lindt turbano le mie notti. E’ passato da poco Natale e ti ritrovi già con i coniglietti dorati, potresti pure essere colto dall’ansia da prestazione no? E allora mettiamo insieme alla Calze della befana la colomba pasquale e non parliamone più, no? Pensiamo direttamente adesso ai ragnetti per Halloween e a cosa prendere per Natale alla prozia.

E’ un miscuglio continuo di tradizioni, consumismo, propinamento-selvaggio-di-merce e lotta estenuante contro il tempo. Per questo motivo sarebbe un bene sapere che le praline davvero durano tanto eh. E che con una spesa minima si possono regalare delle dolcezze fatte in casa che assumono certamente un altro sapore e significato.

Aggiungendo poi il fatto che per prepararle occorrono tre minuti e son già troppi, beh perché non approfittarne? A seconda dei gusti si potranno aromatizzare e via. Fiocchetti, bigliettini, letterine e via verso una Pasqua all’insegna conigliosa. Queste praline sono state aromatizzate con il peperoncino rosso di calabria, sìsìsìsìsìsìsì. Proprio quello fiammante calabrese che manco se venisse Grisù potrebbe spegnere in tempo l’incendio orale. Sono con il peperoncino, giustappunto perché indirizzati ad una persona (oltre che calabrese) amante del peperoncino. E chi se non la Sacra Nonna da Scigliano?

Sì perché a Nonna organizzo spesso questi cestini ricolmi dove a farla da padrone sono peperoncino, aglio e cipolla di Tropea. L’intenzione per questa Pasqua è proprio focalizzare i tre succitati ingredienti e organizzare un allegro cesto pro alitosi. Poi la nonna ti continua a ribadire che l’aglio fa bene alla pelle e tu non puoi negarlo considerando che ha meno rughe di me. Poi la nonna ti continua a ribadire che il peperoncino fa bene alla salute e riesce pure a compiere atti paranormali e tu non puoi negarlo perché nonna possiede anche il dono dell’ubiquità. Riesce a strapparti le ortiche dalle aiuole mentre prepara turdilli, fa la maglia e si passa lo smalto.

Fastidiosa lo so ma l’epifania ricorre a dodici giorni (uh guarda un po’)  dal Natale. E per una che è nata  il dodici – dodici –  lledodici*blablablablabla.

( nessuno ha notato che sulla testata ci sono dodici nuove maghette fiammanti. Sono ufficialmente in depressione)

L’Epifania del Signore rappresenta insieme alla Pasqua, l’Ascensione, la Pentecoste e il Natale una solennità della Chiesa Cristiana. Mi rendo manifesto, questo è il significato e come comunemente si sa corrisponde alla visita dei Re Magi al bambino Gesù.  Molte sono le versioni della legenda ma quella che piace di più è questa:

Melchiorre, Baldassarre e Gaspare, i re Magi,  partono  per portare doni a Gesù: oro, incenso e mirra. Seguono una stella. In ogni luogo dove transitano si uniscono a loro viandanti e abitanti di terre lontane. Tutti vogliono  il bambino Gesù. Solo una vecchietta si rifiuta ma il pentimento arriva e quando cerca di raggiungere i Re Magi, ormai troppo lontani, perde l’opportunità. Non potendo mai più vedere Gesù Bambino, la notte in cui non si unì a loro, tra il cinque e il sei gennaio, prepara tanti dolci da  portare ai bimbi . Gli stessi che avrebbe voluto portare a Gesù (sorprendentemente sintetica).

Non ho avuto mai l’opportunità di credere a Babbo Natale e alla Befana. Mamma è stata chiara sin dall’inizio con il topino dei denti e inquietanti figure addolcite da leggende. “Non esiste nulla di tutto questo amore, ma potrai sempre crederci a modo tuo”. Ed io a modo mio continuo a non crederci credendoci fortemente. La befana mi è sempre stata particolarmente simpatica. Ne ricordo in particolare una. Avevo dieci anni e la mattina del sei gennaio mamma mi fece trovare un astuccio enorme di color rosso con dentro una quantità di colori esorbitanti.

Tutto il giorno. Non ho smesso tutto il giorno di temperare e disegnare. Credo che fossero già finiti il dodici gennaio. Eppure continuavo a colorare con quelle matite alte meno di tre centimetri che mi sfuggivano dalle mani tanto erano piccole ma continuavo imperterrita fino alla fine con quella caparbietà e quell’ostinata testardaggine che mi hanno sempre contraddistinto. Non che i colori fossero un regalo inaspettato, contando che chiedevo soltanto e sempre colori, quaderni, pupazzetti e cioccolato (chi dice che con il tempo si cambia, con me prenderebbe un abbaglio colossale) ma quell’astuccio color rosso e mamma che mi accarezza i capelli e dice “Sono io la Befana e papà è Babbo Natale” è uno dei ricordi più belli di tutta la mia vita.

L’anno scorso ho preparato per la prima volta il carbone di zucchero ( il post lo trovi cliccando qui >>> )

Ricetta del Carbone di Zucchero per il giorno dell’Epifania.

Il Carbone di Zucchero non è mica difficile da preparare. So che lo ripeto continuamente e ho poca credibilità. Le dosi sono indicative per un piatto abbastanza ricco di carbone, giusto per orientarsi. Calcolarlo per persona riesce alquanto difficile non sapendo se dovrà essere inserito in una calza e dato in dono o semplicemente sgranocchiato. O lanciato dal balcone.

Gli ingredienti sono: 750 grammi di zucchero semolato extrafine, 100 grammi di zucchero a velo, 1/2 albume (circa 20-25 grammi), colorante nero o se piace colorato (a me non piace affatto, ecco l’ho detto). Soffermiamoci un attimo sulla storia del mezzo albume che fa venir voglia di bruciarmi la macchina perchè santa pazienza mezzo albume è assurdo. Però e dico però. Con i 100 grammi di zucchero a velo e l’albume si dovrà preparare della glassa. Per quanto mi riguarda adopero sempre la ricetta base di Valentina Gigli che è un po’ la base comune; ovvero per ogni 600 grammi di zucchero a velo vanno 100 grammi di albume. Con questa dose viene fuori qualcosa di abnorme.  Con 100 grammi di zucchero a velo e 1/2 albume orientativamente viene fuori una quantità chiaramente minore ma pur sempre eccessiva per i 750 grammi di zucchero semolato. Come si fa? Io ho conservato la glassa rimasta e farò dell’altro carbone per arrendermi all’evidenza dei fatti. Lo darò anche a chi si è comportato bene*risata malvagia*. Ricoprirò anche qualche cupcake e la pelata del Nippotorinese se dovesse servire. Questa snervante pappardella per anticiparvi quello che vi troverete davanti. E per non desiderare che io venga travolta da una mandria di cinghiali quando anche voi come me fissando il vuoto vi chiederete “e ora? con la glassa che ci faccio?”.

 

Il pandoro diventa base per dei tiramisù velocissimi al mascarpone e caffè ma si imbottisce di gelato e ganache; diventa soffice alternativa al pan di spagna e sbriciolato nell‘impasto dei muffin ha un suo perchè. Si possono fare crumble e unire creme spalmabili al cioccolato così da ottenere merende gustose e nutrienti o semplicemente come alternativa da inzuppare nel latte o accompagnare al tè delle cinque. La scadenza si protrae tranquillamente anche sino a dopo pasqua e ci saranno pure strepitose offerte da accaparrarsi a prezzi stracciati che visto il periodo è meglio non sottovalutare.

Stessa cosa per il panettone che sia con uvetta o canditi o entrambi, offre davvero molteplici occasioni per rivisitarlo, riadattarlo, trasformarlo, rielaborarlo e tutti i sinonimi che si possono tranquillamente trovare su virgilio.it, mio fido amico quando la pigrizia grammaticale mi coglie in queste giornate che definire frenetiche sarebbe un eufemismo.

La mia passione per Alessandro Borghese è cosa nota. In queste vacanze natalizie sono rimasta incollata su Real Time ad ammirare le sue idee velocissime e sfiziose. Una di queste la ripropongo oggi perchè tra tutte quelle viste e lette a mio modesto avviso è sorprendente nella sua semplicità.

Non ci sono grammi, ettolitri e indicazioni precise ma solo un po’ di occhio e accortezza durante la preparazione.

Non sono richiesti ingredienti particolari e tutto può essere sostituito o variato. Una metodologia di preparazione che francamente mi piace ed è soprattutto legata al periodo. Senza troppi schemi e regole. E’ già tanto essere sopravvissuti a questi cenoni (e i “pranzoni” dove li mettiamo?); chiedere di dosare, procacciarsi particolari ingredienti e dedicare ore a una preparazione dolciaria è assurdamente impensabile.

Si dà inizio al Riciclo del Panettone, ordunque!

Prima del consueto delirio da “appunto in cucina” ricapitolerei. Più per me perchè sto cominciando seriamente a confondermi e mentre ticchetto, cucino, fotografo e scrivo oggi è pure la giornata dell’impacchettamento selvaggio. Pur avendo eliminato la marmaglia di inutilità a cui donare pensieri e amore i regali sembrano essersi centuplicati.

Emozionatissima e con la grande responsabilità di essere sul  vostro Iphone, Ipad ( litigherò con le altre icone già lo so) mi attende una full immersion per la versione Inglese. Vorrei che Santo Max da Romamoremio fosse qui. Io potrei limarmi le unghie e preparargli tanti buoni manicaretti e lui capirci qualcosa di più tra cup, grammi, teaspoon e solo il cielo sa cosa.

Ci sarebbe poi pure il Giveaway Natalizio. Vi sto leggendo di corsa corsissima ( e rido come  una matta. Ma quanto siete adorabilmente folli?)e  dovessi pure impiegarci otto anni risponderò e ringrazierò come è giusto che sia. Il termine è previsto per domani alle 12.12 e per parteciparvi basta lasciare ottomilioni di messaggi a questo post ( clicca qui) 

Avrei voluto partecipare molto più attivamente questa volta ma non credevo che la Apple approvasse  immediatamente l’Applicazione Gikitchen come non credevo che una serie di eventi si sarebbero accavallati proprio questa settimana (dovevo prevederlo. Murphy docet)

Meno 5 giorni al Natale. Dico solo questo. E l’immagine riassume perfettamente.

Il bastoncino Natalizio. Ummamma quanto mi piace il bastoncino Natalizio ( umamma ne ha parlato pure Katia ! Voi lo leggete il Blog “Idee di Natale ” di Katia , vero?!) . Lo scorso anno avevo pure invaso l’albero con questo adorabile stecchetto e messo caramelle della stessa forma ovunque. Le stesse che continuo a trovare solo in rosa-bianco e mai rosso-bianco. Vorrei proprio parlare con il responsabile colore stecco natalizio caramelle di questa azienda per mollargli un ceffone, imbavagliarlo e poi con calma farmi spiegare le sue assurde ragioni per la scelta di questa ridicola nuance che mal si sposa con il periodo natalizio.

In questo periodo io posso tranquillamente ingurgitare colazione-pranzo-merenda-cena-dopocena-mezzanottespuntino due chili di mandarini, otto chili di arance e novemilachili di cedri.

Mi piace da impazzire il cedro come altrettanto il limone con il bicarbonato e sale. Non tutti apprezzano questo friccicorio del bicarbonato con il sale sul limone. Io continuo a trovarlo un sapore meravigliosamente e antipaticamente esilarante.

Mi ricorda però più l’estate il limone con il bicarbonato e il sale, mentre giustamente al contrario il mandarino queste notti davanti al forno di mamma e al camino. Perchè sì a casa mia, quella dove abitavo con i miei, oltre ad esserci un forno a legno dove quest’anno vorrei sfornare qualcosa come 342 tonnellate di biscotti che assumeranno di certo un altro sapore, vi è un camino bellissimo. Acceso troppe poche volte perchè Mamma ha  un rapporto con il camino un po’ simile a quello che ha con il freezer (chiunque si sia perso fortunatamente uno dei tanti deliri a riguardo e volesse però rovinarsi il Natale può trovare giusto qualcosina cliccando qui).

Il tappeto avrebbe potuto prendere fuoco e ci saremmo potuti addormentare bruciando vivi. Un lapillo feroce avrebbe potuto perforare la mia pupilla ed io cieca per sempre non avrei più potuto disegnare. Era necessario mantenere una distanza di sicurezza tale da garantire alle folte chiome di non incendiarsi al passaggio quando noncuranti tra una fetta di panettone e una di pandoro si sa, i capelli finiscono sempre nel camino per poi ustionare cranio e corpo del malcapitato che era meglio si fosse diretto vicino al tavolo delle noccioline, vicino la finestra.

E' ovvio guardare un girasole e pensare a Van Gogh, come lo è altrettanto guardare un papavero e pensare a Monet. Nonostante siano dei colpetti leggerissimi di pennello rosso è lapalissiano. L'occhio li registra come papaveri e difatti così è. Camille e Jean, moglie e figlio di

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