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Niente 12.12 oggi. Dieci e dieci.

Da “Sono figlia dell’Olocausto” di Bernice Eisenstein:

“Anni dopo la morte di mio padre, mia madre vendette la casa e si trasferì in un condominio. Era una decisione pratica e lei la portò avanti con un’autonomia toccante. Durante una visita nel suo appartamento, non molto tempo dopo il trasloco, la trovai che passava in rassegna i suoi gioielli in un ripostiglio e mi domandò se c’era qualcosa che mi sarebbe piaciuto avere. A differenza di mia madre, io ho sempre collegato dei sentimenti alle cose convinta che gli effetti personali possiedano una forza, che possano catturare l’essenza dei loro proprietari.

Mia madre, forse perchè durante la guerra le era stata tolta ogni cosa di valore, non è capace di affezionarsi ad un oggetto. Da un sacchettino di stoffa prese un anello che suo padre portava sempre, con dei brillantini incastonati nell’onice. Lo volevo? Esitai per non urtare i suoi sentimenti. L’anello del nonno sarebbe dovuto andare a una persona a cui, nel ricordarlo, venissero facilmente pensieri affettuosi. No, grazie, lo prendesse pure qualcun altro. Allora preferivo avere qualcosa della nonna? Mi porse un anello con una pietra enorme che mi fece venire in mente la parola: chaloshes, un pugno nell’occhio. Ancora una volta per un motivo diverso, pensai che quell’oggetto dovesse andare a qualcun altro e non a me. Dopo aver ripetuto alcune volte il tira e molla del generoso e dell’ingrato, mi tese un altro anello: questo lo volevo?

Molto di rado mia madre mi ha sorpreso, ma era difficile che mi offrisse quell’oggetto così, per caso. Una semplice fascia d’oro, non un cerchio perfetto, ma leggermente schiacciato, reso ovale. La fede di mio padre. “Ora ti racconto la sua storia” disse, e andammo a sederci in cucina, l’anello posato sul tavolo. Mia madre era arrivata in Canada molto prima che questo paese divenisse la sua nuova patria. Quand’era a Birkenau, ogni giorno veniva portata con le altre prigioniere in una parte del campo che aveva preso il nome dall’abbondanza che vi regnava. Per un breve periodo mia madre aveva lavorato lì, in uno dei tanti magazzini. Era un luogo dove gli oggetti confiscati agli ebrei – orologi, scarpe, vestiti, libri, bollitori per l’acqua, biancheria da letto, occhiali- venivano divisi in mucchi che crescevano senza sosta. I prigionieri diventavano archeologi che catalogavano i resti della loro cultura morente. Un giorno, mia madre aveva tanto freddo che aveva trovato il coraggio di chiedere alla guardia se poteva prendere un cappotto dal cumulo dove ce n’erano tanti e tenerlo addosso per la durata del turno. La guardia aveva annuito e con un gesto le aveva indicato la pila degli indumenti. Mia madre si era messa il cappotto e aveva infilato le mani in tasca per godersi il lusso di un momento di calore. Così facendo si era accorta che c’era qualcosa cucito dentro la fodera, e senza attirare l’attenzione, pian piano era riuscita a tirar fuori un anello: proprio quell’anello d’oro che ora stava dando a me. Se lo era nascosto in una scarpa e l’aveva tenuto fino a guerra conclusa; era tutto ciò che aveva da donare a mio padre quando si sposarono, poco dopo la liberazione. Lui lo portò sempre. Fa parte dell’immagine che ho di lui sul letto di morte. L’anello reca un’incisione L.G. 25/II 14.

Un uomo si era sposato nel febbraio del 1914 ed era morto a Auschwitz. Una volta ho letto che i cinesi attribuiscono tanto valore alla giada perchè credono che lo spirito di chi la porta penetri nella pietra e possa arrivare alla persona che la indosserà di seguito. Così porto l’anello come un’eredità dolceamara, da uno sconosciuto a mia madre, da lei a mio padre, e poi a me. Mia madre è sempre stata in grado di dare e ricevere la semplicità del contatto umano: l’abbracciai e le dissi grazie. Non so se abbia capito davvero che cosa significhi per me questo regalo. Per motivi che non sono sicura di comprendere appieno neanch’io, non sono mai stata capace di formulare davanti a lei le parole per spiegaglierlo. Mio padre è tornato da me, e io porto lo spirito dei morti dentro un cerchio d’oro. L’anello continiene tutto ciò da cui provengo”.

Immagino le sue spalle. Le mani si vedono appena perchè corrono veloci sui tasti. Quando la mano destra acchiappa il diesis un po’ spostato dal do centrale inclino la testa per vedere un po’ meglio e poi ecco che di nuovo scompare. Immagino di alzarmi e preparargli dei biscotti. Di poggiarglieli lì dove non vi è nessuno spartito perchè proprio come con le parole è lui che le mette sulle righe per farle danzare. Che siano cinque o una soltanto, queste righe, un’armonia rilassante si scatena. Una sensazione di per sempre.

E allora senza il metronomo che batte perchè il tempo non esiste ondeggio un po’ la testa mentre disegno quello che sono parole e musica. Sarebbe un pomeriggio semplice che odorerebbe di biscotti alla cannella. Al massimo si uscirebbe a far due giri intorno ad una rotonda per gridare fortissimamente “peperepepere”, ma subito si tornerebbe in casa per parlare dei puoti e del pandoro e di Tappa e Rella. Pure delle melanzane che c’erano nell’orto. Al massimo si va al supermercato per sfregiare un supponente panettone.

Una chiave di violino come una candela sulla torta ma che non prende sol fuoco. Ma pure do, re, mi, fa, la, si. Perchè non è solo la chiave di sol. E perchè non ti fa sentire sol.

Auguri Pani. Questi biscotti sono per te. Li ho preparati ieri sera ridacchiando e farfugliando perepepe (pure stamattina fotografandoli, eh). Non ho una rotonda in casa ma giuro che prima di infornarli ho fatto il giro della mia isola in cucina. E’ rettangolare ma credo che valga lo stesso, no?

Per i biscotti di Pani ho utilizzato un impasto di biscotti che mi piace moltissimo perchè al tatto risulta ottimo per qualsiasi forma e che ho aromatizzato con buccia di mandarino e cannella. La ricetta si trova cliccando qui >>>( in formato stampabile)

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Sono una donna stupida e, assiomi a parte, ho deciso che da domani i post verranno programmati per la pubblicazione alle ore 12 e 12 minuti. Così, giusto per confermare le voci che mi vogliono maniacalmente precisa e schizofrenica. Verranno programmati quindi per spaccare il secondo: Dodici e dodici minuti un appuntamento fisso da domani, fin quando un giorno nessun post comparirà e.

E vi sarete finalmente salvati da tutto questo.

( Max io già rido pensandoti a guardare l’orologio. Ti prego filmati o fotografati intorno alle 12.10 nell’openspeis o in riunione mentre serio dici ” scusate devo fare una chiamata importantissssssssssssssima”)


E dopo i panettoncini salati con i fichi secchi (clicca qui per la ricetta), le polpettine con i datteri provate anche con i fichi secchi (clicca qui per la ricetta), i biscotti di avena e frutti (fichi) secchi (clicca qui per la ricetta), il maiale con dattero e albicocche provato anche nella versione con i fichi secchi (clicca qui per la ricetta), la pizza con i fichi secchi (clicca qui per la ricetta), il ragù di fichi secchi per la pasta e l’appetizer con il prosciutto e il gorgonzola e basta. Insomma dopo una sfilza di follie con i fichi secchi che in casa si venerano come se fossimo monaci buddisti, è la volta della torta salata al manzo e fichi secchi.

( odio il riepilogo soprattutto quando ho fretta ma sono un tipo astuto, si sa. Oggi poi posto dall’ipad per la prima volta e non visualizzando bene le foto potrei aver messo quelle della mia prima comunione; che per inciso dovrei mostrare perchè vestita da suora con un giglio in mano ho il mio perchè)

Mi piace troppo l’aspetto “pie” rustico che hanno queste torte/pasticci di carne. Non posso fare a meno di pensare a Sweeney Todd e a una delle mie prime ricette illustrate qui al Gikitchen nella sezione Cibo e Cinema. Mrs. Lovett che sforna pie con carne umana per cibare l’intera comunità liberandosi delle nullità. Che cosa bella è? E non vi è una volta che non sforni queste torte pensando di voler indossare un abito ottocentesco con tanto di merletti e possedere un enorme forno dove infilarle, toglierle e servirle. Per questo motivo stavolta le ho cotte realizzando un mio sogno nel forno a legna di mamma. Il colore mi ha entusiasmato e per il sapore, rusticissimo e legnoso, mi sono affidata alle papille gustative dei miei genitori e del Nippotorinese come in ogni piatto che ha la presenza della carne ( e chi dice ” olio, carboidrati e grassi equalsiasicosachenonsiaverdura ” si prende un ceffone a pieno volto)


E’ di semplicissima realizzazione e non occorre avere a disposizione molto tempo e come sempre, dettaglio da non sottovalutare, può essere gustata nei giorni a seguire acquistando sempre più sapore. La crosticina marrone dovuta all’uovo spennellato e un po’ di sale grosso tritato sopra insieme al parmigiano grattugiato, diventerà una nota appiccicaticcia e gustosa; una di quelle cose di cui si fa fatica a fare a meno (così sostiene Turi e così riporto fedelmente. Sono una cronista della tavola, insomma). Un piatto unico, se vogliamo, perchè vi è la presenza del carboidrato e delle proteine animali e anche molto sostanzioso per la presenza del fico secco che arriva a sciogliersi amalgamandosi alla carne tritata. Che poi mamma abbia detto ” piatto unico? ma smettila!” e nello stesso momento agguantava un primo, un secondo, un contorno e tre formaggi chenonsisamai.

Una delle cose più belle di questo week end, oltre a litigare con il Nippotorinese durante la preparazione del Kheer con l’esatto dosaggio del riso basmati è stato vedere in diretta Instagram il prode Cavalieringegnerefascinoso Max alle prese con la confettura di Cipolle caramellate. Vedersi recapitare sms dal supermercato con su scritto ” Ma se non trovo l’aceto di Sherry metto quello di mele?” è stato romanticissimo anzichenò. Vedersi rispondere ” e che ne so io? butto tuttoamuzzzononlhaicapito?” un po’ meno ma tant’è. Quell’uomo porta la croce di dovermi sopportare a vita e quindi poche storie.

Giusto, infine,  per rassicurare la popolazione sto dando una mano all’economia italiana. Non disquisisco più molto su come sperpero il patrimonio familiare ma ecco: volevo rassicurare tutti. Il mio plafond di Gennaio è già finito il due del mese su Analogue Life. Fortuna che avevano finito tanti articoli perchè altrimenti avrei dovuto perder tempo per chiedere un mutuo “perlapentoladelrisoinceramica”. Per questo link ringrazio sentitamente Carolina,   Semplicementepeperosa, che qui in casa si venera come una divinità nipponica.

E cominciamo, velocissimamente con gli appunti in cucina:

Premettendo che sarà un periodo ricco di Smoothie, Roba detox disintossicante, vegana e piena zeppa di ricette senza glutine, latticini e roba zuccherosa, direi di concederci questo attimo di “delizia” giusto per non deprimerci ancora di più considerato che è Lunedì.

Quando ho letto Melanzane al Cioccolato per la prima volta su un ricettario ho immaginato che ci fosse un alimento omonimo di cui non ero a conoscenza. Ripensandoci l’indecisione sul prendermi a mazzate sulle gengive o schernirmi fino al 2078 ininterrottamente mi tormenta. Nonostante sia ormai assodato che

il petto di pollo con la ciliegia come l’ananas e il petto di pollo per non parlare del maiale con le albicocche siano abbinamenti consueti nelle restanti parti del mondo, che in Italia si facessero le melanzane al cioccolato proprio no. Non ho retto.

Giorni fa  con una mia carissima amica si parlava di caponata. La vera caponata sicula con l’agrodolce e con i pezzi di verdura fritti non insieme ma singolarmente per poi essere riuniti nell’armonia dei sapori. Una sua vecchia zia metteva sempre un ingrediente segreto in quel tripudio di verdure. Si trattava di frutta. Di pera, a volerlo proprio svelare. La pera nel Chutney indiano con la cipolla e uvetta che condisce pesce e Roastbeef è la presenza protagonista. Quella che ne decreta la bontà.

La zia introduceva la pera nella caponata in un periodo in cui l’innovazione culinaria non è che fosse proprio alla portata di tutti, eppure la frutta troppe volte sottovalutata nei piatti salati ha da sempre un ruolo da protagonista seppur per pochi eletti. Per chi insomma non si lascia abbindolare da chi la vuole relegata al ruolo di dolce e dopo pasto. Quando ho letto delle melanzane al cioccolato con l’arancia candita di primo acchito ho pensato si trattasse di un piatto salato; credo completamente offuscata dalla presenza del cacao amaro nella pasta e nella carne (senza dimenticare che a Ragusa ho visto pezzi di provola intinti nel cioccolato fondente durante il matrimonio di mia cugina).

Al contrario si tratta di un dolce che ribalta ogni sensazione si possa avvertire inizialmente. E’ un connubio francamente insolito che non fa saltare di gioia durante l’enunciazione. Insomma mi esalterei poco sentendo “Sette veli e Peperoni arrostiti!”

Fastidiosa lo so ma l’epifania ricorre a dodici giorni (uh guarda un po’)  dal Natale. E per una che è nata  il dodici – dodici –  lledodici*blablablablabla.

( nessuno ha notato che sulla testata ci sono dodici nuove maghette fiammanti. Sono ufficialmente in depressione)

L’Epifania del Signore rappresenta insieme alla Pasqua, l’Ascensione, la Pentecoste e il Natale una solennità della Chiesa Cristiana. Mi rendo manifesto, questo è il significato e come comunemente si sa corrisponde alla visita dei Re Magi al bambino Gesù.  Molte sono le versioni della legenda ma quella che piace di più è questa:

Melchiorre, Baldassarre e Gaspare, i re Magi,  partono  per portare doni a Gesù: oro, incenso e mirra. Seguono una stella. In ogni luogo dove transitano si uniscono a loro viandanti e abitanti di terre lontane. Tutti vogliono  il bambino Gesù. Solo una vecchietta si rifiuta ma il pentimento arriva e quando cerca di raggiungere i Re Magi, ormai troppo lontani, perde l’opportunità. Non potendo mai più vedere Gesù Bambino, la notte in cui non si unì a loro, tra il cinque e il sei gennaio, prepara tanti dolci da  portare ai bimbi . Gli stessi che avrebbe voluto portare a Gesù (sorprendentemente sintetica).

Non ho avuto mai l’opportunità di credere a Babbo Natale e alla Befana. Mamma è stata chiara sin dall’inizio con il topino dei denti e inquietanti figure addolcite da leggende. “Non esiste nulla di tutto questo amore, ma potrai sempre crederci a modo tuo”. Ed io a modo mio continuo a non crederci credendoci fortemente. La befana mi è sempre stata particolarmente simpatica. Ne ricordo in particolare una. Avevo dieci anni e la mattina del sei gennaio mamma mi fece trovare un astuccio enorme di color rosso con dentro una quantità di colori esorbitanti.

Tutto il giorno. Non ho smesso tutto il giorno di temperare e disegnare. Credo che fossero già finiti il dodici gennaio. Eppure continuavo a colorare con quelle matite alte meno di tre centimetri che mi sfuggivano dalle mani tanto erano piccole ma continuavo imperterrita fino alla fine con quella caparbietà e quell’ostinata testardaggine che mi hanno sempre contraddistinto. Non che i colori fossero un regalo inaspettato, contando che chiedevo soltanto e sempre colori, quaderni, pupazzetti e cioccolato (chi dice che con il tempo si cambia, con me prenderebbe un abbaglio colossale) ma quell’astuccio color rosso e mamma che mi accarezza i capelli e dice “Sono io la Befana e papà è Babbo Natale” è uno dei ricordi più belli di tutta la mia vita.

L’anno scorso ho preparato per la prima volta il carbone di zucchero ( il post lo trovi cliccando qui >>> )

Ricetta del Carbone di Zucchero per il giorno dell’Epifania.

Il Carbone di Zucchero non è mica difficile da preparare. So che lo ripeto continuamente e ho poca credibilità. Le dosi sono indicative per un piatto abbastanza ricco di carbone, giusto per orientarsi. Calcolarlo per persona riesce alquanto difficile non sapendo se dovrà essere inserito in una calza e dato in dono o semplicemente sgranocchiato. O lanciato dal balcone.

Gli ingredienti sono: 750 grammi di zucchero semolato extrafine, 100 grammi di zucchero a velo, 1/2 albume (circa 20-25 grammi), colorante nero o se piace colorato (a me non piace affatto, ecco l’ho detto). Soffermiamoci un attimo sulla storia del mezzo albume che fa venir voglia di bruciarmi la macchina perchè santa pazienza mezzo albume è assurdo. Però e dico però. Con i 100 grammi di zucchero a velo e l’albume si dovrà preparare della glassa. Per quanto mi riguarda adopero sempre la ricetta base di Valentina Gigli che è un po’ la base comune; ovvero per ogni 600 grammi di zucchero a velo vanno 100 grammi di albume. Con questa dose viene fuori qualcosa di abnorme.  Con 100 grammi di zucchero a velo e 1/2 albume orientativamente viene fuori una quantità chiaramente minore ma pur sempre eccessiva per i 750 grammi di zucchero semolato. Come si fa? Io ho conservato la glassa rimasta e farò dell’altro carbone per arrendermi all’evidenza dei fatti. Lo darò anche a chi si è comportato bene*risata malvagia*. Ricoprirò anche qualche cupcake e la pelata del Nippotorinese se dovesse servire. Questa snervante pappardella per anticiparvi quello che vi troverete davanti. E per non desiderare che io venga travolta da una mandria di cinghiali quando anche voi come me fissando il vuoto vi chiederete “e ora? con la glassa che ci faccio?”.

 


Ieri sistemando un po’ di file in archivio mi sono capitate a tiro alcune di queste immagini custodite gelosamente. I miei giorni, la mia vita passata e le visioni raccontate attraverso dei formati .jpeg scadentissimi .  Non avevo a disposizione come adesso la tavoletta grafica migliore, le matite con la punta adatta, i programmi più evoluti e una serie illimitata di amenità che  a conti fatti non servono  a nulla se non c’è passione. Passavo ore e notti a fumare cercando di disegnare con il mouse. Difficilissimo. Disegnare con il mouse è difficilissimo. Non desistevo però e continuavo imperterrita. Un pasticcio che prima riuscivo a fare in trenta minuti adesso vien fuori in tre minuti. E’ davvero questa la spaventosa proporzione. Nonostante la mia autocriticità feroce riguardando queste vi è un quid che le attuali non hanno. Una personalità celata e mascherata, che a distanza di tempo apprezzo. Un germe che è poi diventato inaspettatamente un punto di forza per la mia salvezza.

All’epoca, nel 2005-2006 soprattutto,  la “Blogosfera” pullulava di Blog Star. Gente super wow che non diceva nulla di eclatante ma che sembrava essere di fondamentale importanza per il genere umano. Eventi, Blogfest, Camp, interviste e autografi. Parlavano solo tra di loro e non con i sudditi e quando si concedevano al popolo le loro manifestazioni d’affetto erano paragonabili a un “saluto da miss”. Sì,  quando giri la mano come fosse paralizzata da una parte all’altra.

Il termine Blogstar è finito nel dimenticatoio e adesso viviamo nel  periodo di ” Professione Blogger”. Bisogna dare una definizione a quanto pare perchè “blogger” ,semplicemente,  non appaga; come neanche ” ho un blog”. Non si ha credibilità. Assisto quindi basita a questa ondata di ventenni che nel curriculum  non scrive più “diplomata a…” ma ” Blogger con centomilioni di accessi al giorno”.

Sono sempre stata in disparte nel mio angolo a disegnare e osservare.  Un animale solitario come sempre che un giro nel branco se lo farebbe pure ma che tendenzialmente lo classifica come una perdita di tempo.

Ultimamente quando qualcuno mi scrive, soprattutto su instagram e twitter ” sono una tua fan” mollo carta penna e pupazzetti e rettifico. Termine obbrobrioso quello del “fan”.  Mi sento quasi in dovere di specificare che non appartengo a “quel genere di gente super wow – super cool”. La stessa che non si è mai resa conto di una cosa: che sono sempre stata io  a snobbare loro e non il contrario.

Scrivo questo perchè ho ricevuto diverse email da alcuni di quella casta super wow, che adesso vorrebbero qualcosa da me. Non essendoci stata nessuna risposta da parte mia volevo rassicurarli dicendo che sì. Ho letto. E come accadeva anni fa ho riso e continuato a disegnare.

Io non sono qui per farmi dire dagli altri che sono super wow e super cool per avere un po’ di autostima ma per dimostrare a me stessa, e solo a me, di essere  una persona che può farsi rispettare non per quello che ha nella vita reale ma per quello che è. Senza corpo.

Non è una polemica, in sintesi,  è solo una pernacchia . Pernacchia in pubblico per voi che siete sempre stati abituati a ricevere riconoscimenti così, tra applausi e standing ovation.

Ecco Maghetta Streghetta – Gikitchen vi consegna una bella pernacchia. Per la gif ” Sono stato insignito della pernacchia di Maghetta Streghetta”, da mettere nella barra destra del template scrivete pure al mio Nano da Giardino. Dubito che vi risponda, ma tentateci. Al massimo vi spernacchia e allora sì che potrete pensare bene di cominciare una collezione.

Passiamo alle cose serie, adesso, che i comunicati pubblici mi sfiancano.

I classici biscottini speziati con le decorazioni in glassa. Nulla di particolarmente sconvolgente. Risiedevano in archivio queste foto, fatte in una mattinata frenetica quando ti cade l’ipad per terra dopo un volo che come minimo richiedeva il passaporto aggiornato e non hai neanche il tempo di dire ” eeeeufffa” ( leggi bruttissima parola che ti piace di più e che si confà maggiormente all’occasione). I classici biscottini speziati che ritagli con la nuova formina a forma di stella ghiacciata ma non hai il tempo e allora come in una catena di montaggio, piuttosto che rilassarti e canticchiare un po’ tra i fornelli, ritagli sulla pasta stesa velocissimamente che rinforza i bicipiti con il mattarello e lanci sulla placca che hai foderato automaticamente senza neanche rendertene conto.

Lo confesso. A me questo Natale se per certi versi è piaciuto moltissimo in termini di presenze che ci sono state e assenze fortemente volute da me, è diventato francamente il fulcro di una stanchezza cosmica che pur tardando ad arrivare aspettavo.

Per inerzia continuo ma osservando le mie riserve come fossero rappresentate da quel piccolo cilindro onnipresente negli schermi del cellulare vedo esattamente una tacca. Una tacca scarsa e  il messaggio ” dieci per cento di carica”.  Il caricabatteria pur essendo funzionante e facilmente reperibile ostino a nasconderlo in un cassetto pensando che. Che ancora manca il dieci per cento eh. E in positivo posso ancora tiraretiraretiraretirare.

[Ho avuto problemi con Vimeo e il Video. Per questo il vergognoso ritardo della pubblicazione]

Dovevo fare 20432094829048209482390482408 cose stamattina e poi ho deciso di farne una soltanto. Rilassarmi e parlare al telefono con Max. Un autoregalo che dovevo concedermi da troppo tempo. Rigenerata, felice e onorata di avere un amico (l’amico. Con articolo determinativo suona meglio) così speciale mi sono ricaricata. Neanche un’iniezione letale di tavor e lexotan potrebbe abbattermi in questo momento.

Ringrazio infinitamente tutti i partecipanti del Giveaway. Il video sotto mostra l’implacabile e severissima giuria composta dagli Elfetti Natalizi e dal Supremo Nano da Giardino Natalizio con la sua Sacra Bibbia (regalo di Max) durante la proclamazione. Il resto, cioè individuare il vincitore, è stato semplicissimo grazie all’elaborazione dati affidata al mio inviato di fiducia nonchè amicoprezioso nonchèregalatoredibibbie nonchèvabbè FA TUTTO MAX QUI! Io sono una comparsa, mi avete scoperto!

Per motivi chiarissimi di mancanza di tempo il premio verrà spedito subito dopo le feste natalizie ( vedo ridere Alessandra in fondo alla sala. Ti prego amore, contieniti) sperando che venga recapitato prima dell’inizio dell’anno nuovo.

1422 commenti validi….Enddeuinnerisssss….

Every move you make
Every vow you break
Every smile you fake
Every claim you stake
I’ll be watching you

Ogni movimento che fai, Ogni passo che fai, Io ti guardo, Io ti guarderò

(sì è per te, anche se tu non lo sai)

A sorpresa poi ho fatto una seconda estrazione, come accade sempre, ed è uscito il numero 1363 che corrisponde a *rulloditamburi* Azzurra Ginevra Turner che quando avrà tempo e voglia mi spedirà il proprio indirizzo per un pensierino da parte mia.

Lo stesso farà Sybil Biscuit perchè non contenta ho fatto anche una terza estrazione ed è venuto fuori il numero 961. Sybil, anche, vince un pensierino sperando che possa piacere.

Pressione psicologica ai massimi storici e invocazione dello spirito natalizio. La voglia di picchiare i passanti e far saltare teste in aria correndo via con il carrello della spesa infilando dentro robe a caso, è l’unico regalo che vorrei ricevere da me stessa.

Al supermercato finisco per essere alla mercè di tutti. Signore che al reparto dolci mi chiedono cosa sia esattamente la colla di pesce e perchè sono aumentati i fagottini al cioccolato della coop. E io quel cotechino neanche lo mangerò quindi perchè devo incontrare il tizio che mi consiglia quello fresco del macellaio. Lo so! LO SO MA NON CE L’HA!!!!

E mentre vorrei urlarglielo mi intrattengo elargendo sorrisi e spiegazioni. Senza sapere come, finisco a parlare dell’agar agar come sostituto naturale della colla di pesce e che i fagottini alla fine si possono pure fare in casa risparmiando un po’ fino ad arrivare a quanto deve essere buono il cotechino a Bra perchè me l’ha detto il Nippotorinese e io sulla fiducia gli credo.

Insomma per dire che nonostante mi ostini a volermi disegnare timida, riservata e apparentemente altezzosa, nella vita reale mi ritrovo ad abbracciare le vecchiette che non arrivano allo zucchero e a tenere in braccio bimbi sconosciuti mentre le mamme “un attimino prendo il pane”.

Una delle meravigliose teorie del Nippotorinese è sempre stata quella che il problema non fosse mio ma della geolocalizzazione. Al Nord tutto questo non sarebbe accaduto perchè si è un po’ più schivi e distanti.

Prima del consueto delirio da “appunto in cucina” ricapitolerei. Più per me perchè sto cominciando seriamente a confondermi e mentre ticchetto, cucino, fotografo e scrivo oggi è pure la giornata dell’impacchettamento selvaggio. Pur avendo eliminato la marmaglia di inutilità a cui donare pensieri e amore i regali sembrano essersi centuplicati.

Emozionatissima e con la grande responsabilità di essere sul  vostro Iphone, Ipad ( litigherò con le altre icone già lo so) mi attende una full immersion per la versione Inglese. Vorrei che Santo Max da Romamoremio fosse qui. Io potrei limarmi le unghie e preparargli tanti buoni manicaretti e lui capirci qualcosa di più tra cup, grammi, teaspoon e solo il cielo sa cosa.

Ci sarebbe poi pure il Giveaway Natalizio. Vi sto leggendo di corsa corsissima ( e rido come  una matta. Ma quanto siete adorabilmente folli?)e  dovessi pure impiegarci otto anni risponderò e ringrazierò come è giusto che sia. Il termine è previsto per domani alle 12.12 e per parteciparvi basta lasciare ottomilioni di messaggi a questo post ( clicca qui) 

Avrei voluto partecipare molto più attivamente questa volta ma non credevo che la Apple approvasse  immediatamente l’Applicazione Gikitchen come non credevo che una serie di eventi si sarebbero accavallati proprio questa settimana (dovevo prevederlo. Murphy docet)

Meno 5 giorni al Natale. Dico solo questo. E l’immagine riassume perfettamente.

Il bastoncino Natalizio. Ummamma quanto mi piace il bastoncino Natalizio ( umamma ne ha parlato pure Katia ! Voi lo leggete il Blog “Idee di Natale ” di Katia , vero?!) . Lo scorso anno avevo pure invaso l’albero con questo adorabile stecchetto e messo caramelle della stessa forma ovunque. Le stesse che continuo a trovare solo in rosa-bianco e mai rosso-bianco. Vorrei proprio parlare con il responsabile colore stecco natalizio caramelle di questa azienda per mollargli un ceffone, imbavagliarlo e poi con calma farmi spiegare le sue assurde ragioni per la scelta di questa ridicola nuance che mal si sposa con il periodo natalizio.

In questo periodo io posso tranquillamente ingurgitare colazione-pranzo-merenda-cena-dopocena-mezzanottespuntino due chili di mandarini, otto chili di arance e novemilachili di cedri.

Mi piace da impazzire il cedro come altrettanto il limone con il bicarbonato e sale. Non tutti apprezzano questo friccicorio del bicarbonato con il sale sul limone. Io continuo a trovarlo un sapore meravigliosamente e antipaticamente esilarante.

Mi ricorda però più l’estate il limone con il bicarbonato e il sale, mentre giustamente al contrario il mandarino queste notti davanti al forno di mamma e al camino. Perchè sì a casa mia, quella dove abitavo con i miei, oltre ad esserci un forno a legno dove quest’anno vorrei sfornare qualcosa come 342 tonnellate di biscotti che assumeranno di certo un altro sapore, vi è un camino bellissimo. Acceso troppe poche volte perchè Mamma ha  un rapporto con il camino un po’ simile a quello che ha con il freezer (chiunque si sia perso fortunatamente uno dei tanti deliri a riguardo e volesse però rovinarsi il Natale può trovare giusto qualcosina cliccando qui).

Il tappeto avrebbe potuto prendere fuoco e ci saremmo potuti addormentare bruciando vivi. Un lapillo feroce avrebbe potuto perforare la mia pupilla ed io cieca per sempre non avrei più potuto disegnare. Era necessario mantenere una distanza di sicurezza tale da garantire alle folte chiome di non incendiarsi al passaggio quando noncuranti tra una fetta di panettone e una di pandoro si sa, i capelli finiscono sempre nel camino per poi ustionare cranio e corpo del malcapitato che era meglio si fosse diretto vicino al tavolo delle noccioline, vicino la finestra.

 Il  Post del Giveaway, visto il periodo, non potrà essere messo in primo piano ma sulla destra c’è questa  iconcina maghettosa. Basta cliccarci su per essere catapultato al post interessato e lasciare quanti più commenti per vincere la Videocamera Tascabile HD. C’è tempo fino a Mercoledì 21 Dicembre fino alle ore 12.12.

Questa volta ho allungato un po’ più i tempi per dare  la possibilità di parteciparvicicivici.

La settimana cruciale è arrivata e da questo momento in poi siamo tutti autorizzati a dare i numeri. Chi, come me, li dà anche nei restanti 358 giorni ( ho dovuto prendere la calcolatrice, lo confesso) potrà godersi appieno questo rush finale respirando a pieni polmoni la deliranza.

Ieri ho provato il mio nuovo giocattolino al Porto, tra gabbiani impazziti e reti attorcigliate. La mia prima foto dinamica con la funzione  Motion Snapshot (clicca qui ) è stata un’esperienza mistica ai limiti del paranormale anche perchè l’aggeggino in condizioni di luce scarsissima riesce a fare queste cose qua (clicca qui) . E’ la volta buona che posso fotografare il cibo la notte? Mi agevolerebbe di molto il lavoro e non dovrei attendere l’alba.

Sogni irrealizzabili a parte mi attende una tonnellata di biscotti e panettoncini da sfornare e semmai dovessi sopravvivere non escludo che questo possa essere uno dei post giornalieri e non “il post”.

Post, questo,  Fotografico velocissimo per un’idea veloce.

Segnaposto, regalo, dolcetto chiudi pasto, colazione speciale, merenda, benvenuto a tavola su un piattino decorato e con nome, qualsiasi cosa.

Qualsiasi cosa, davvero.

Per la base dei cupcake non c’è che l’imbarazzo della scelta e possiamo scegliere tra queste ricette o qualsiasi altra si sia già provata.

Per la pasta di zucchero basterà seguire questa semplicissima ricetta. Clicca qui per il formato light stampabile.

Per la Glassa reale 100 grammi di albume con 600 grammi di zucchero a velo lavorati con lo sbattitore elettrico sino ad ottenere un composto liscissimo ed omogeneo che servirà anche da collante.

Per i coloranti alimentare è preferibile prediligere quelli in gel piuttosto che quelli liquidi. La Decora è un’ottima marca. La migliore che io abbia provato sinora e quella cui in assoluto mi affido .  Non me ne viene in tasca nulla; per dovere di cronaca, si sappia. Trattasi di pura informazione personale.