Home / In Viaggio (Page 3)

Che Baratti e Milano sarà pure splendido sì ma Mulassano è nel cuore e nessuno riesce a spodestarlo. Lo shakerato senza zucchero è sicuramente il migliore insieme a quello di Gobino ma. Ma nonostante la Galleria. Ma nonostante le vetrine. Ma nonostante. Ma.
Mulassano è nel cuore.
Che aveva ragione il Nippotorinese e che Ottimo si è rivelato il massimo dell’innovazione. Lui l’anno scorso come avevo ampiamente documentato qui era già sicuro dopo aver provato il limone e salvia. Io volevo rifletterci un po’ su. E’ bastato un cucchiaino di granita lime e menta. Un altro di arancia e basilico. E non parliamo neanche del cioccolato fondente Torino alla Pietra. Il delirio delle papille gustative ma. Ma l’Ice Cream Tour sta arrivando e lì sì che potrò blaterarne ancora e ancora.
Che ho provato a mangiare il cono. Nel senso che il cono l’ha mangiato poi il Nippo ma. Ma mi ero convinta che il cono gelato non era riservato alle signorine per bene. Che la coppetta fosse più opportuna. E me  ne sono talmente convinta che anche “al chiuso” non lo mangiavo mai. Ecco. Dopo aver rifiutato un pinguino in quel di Santa Margherita Ligure (non dovevo! *si schiaffeggia*) per questo motivo mi ero ripromessa di tentarci. Ed ecco  il risultato. Cioccolato fondente senza latte goduriossssssssssso tutto spiaccicato sulla faccia (che con l’effetto earlybird sembra botulinata. La realtà è ben diversa e le rughe ci sono eccome. Santo earlybird subito!).

Sto lavorando ad un progettino che da tempo era tra i miei sogni nel cassetto. Legato alla sezione Cibo e Cinema, mia eterna passione. Io e il Nippo travestiti da investigatori privati (solo più ridicoli dell’ispettore Gadget e svampiti di Clusò che si scrive così) ci aggiriamo per il Quadrilatero ridacchiando per le entusiasmanti scoperte che stiamo facendo. Non vedo l’ora di ordinare le idee, appunti e foto e realizzare un trattato di 3190380123812038102381023 pagine che pubblicherò qui sul Blog per vincere il premio “Schizofrenica dell’anno 2012”; del resto me lo merito e nessuno mai potrà spodestarmi da questo iperuranio di idiozie. E’ un progetto oggettivamente difficile se non addirittura impossibile, richiede tempo (tanto tempo) e conoscenze visive fuori dal comune. Come anche una vena investigativa spiccata e tantomapropriotanto esaurimento.

Qualora vedeste ordunque dei tipi loschi (uno senza capelli e una pallida e vestita di nero) girare con degli impermeabili (virtuali) e lenti di ingrandimento (virtuali perché in borsetta in realtà ho solo il caleidoscopio comprato da Tiger) aggirarsi per la città magica: siamo noi. Potete fermarci e picchiarci tranquillamente (io ho preso 15 chili con tutti i gelati che misomagnata quindi mi raccomando dite ugualmente “oh ma lo sai che il monitor ingrassa un sacco? sei più magra dal vivo”. Mentite vi prego e poi corcatemidibotte).

Insomma per dire che:

Uno- ringrazio il cielo di aver così tanta roba in archivio perché non era programmata una così lunga permanenza fuori dimora.

Due- Sono pazza sì ma ho anche un degno compare e porto avanti i progetti più inutili ma divertenti che la storia dell’umanità ricordi.

Tra le varie ricette in archivio oggi ho scelto questa. L’ho preparata circa due settimane prima della partenza e aveva riscosso un discreto successo, complice l’avocado che ormai in casa è un must. Sembra passata una vita ma è di solo un mese fa l’elaborazione sempre insalatosa con il tonno, avocado, pomodorino e dressing di pomodoro (se ti fa piacere e te la sei miracolosamente persa, rovinati la giornata e clicca qui).

Questa volta però un po’ “alla greca” e quindi con l’uso immancabile del feta e della cipolla rossa accompagnata con le olive. Giusto per esagerare poi e non contenta di questo tocco mediterraneo soltanto greco ho voluto esagerare e aggiungere pure una nota di agrume con l’arancia.

In pratica dopo aver spellato per bene l’arancia (Ducasse docet) e aver tagliato a tocchetti l’avocado ho raccolto tutto in una ciotola: feta (sbriciolato o a tocchetti come si preferisce), cipolla rossa di Tropea lasciata un po’ in ammollo in modo che risulti più digeribile, olive denocciolate, pomodori datterino, tonno (io ne ho usato uno senza d’olio di Campisi. Ottimo ma senza problema si potrà adoperare qualsiasi tipologia si preferisca. Per una versione vegetariana manco a dirlo basterà soltanto omettere il passaggio tonnoso). Una girata di olio extra vergine di oliva e una leggerissima spremuta di limone freschissimo (anche una grattugiata di scorza,  meglio se di limone bio chiaramente). Pepe nero macinato sul momento, sale grosso pure macinato sul momento e via. Pronto in tavola magari anche con qualche foglia di verdurina-spinacino fresco-valeriana-rucola se piace. A seconda se si vorrà regalare una punta amara o dolce ricordandosi sempre della particolarità dell’avocado.

Il Feta si presta davvero benissimo a qualsivoglia preparazione e in abbinato con la frutta proprio come accade al caprino (provato sia con il mango che con i mirtilli. Se ti fa piacere dare una sbirciatina per il Mango con i mirtilli clicca qui e per il Mango con il Caprino invece qui) risulta vincente. Del resto non lo dice “quella scema di Maghetta-Gikitchen” ma tutto il mondo di “non far sapere al contadino quanto è buono il formaggio con le pere” (o lo dice solo il Nippotorinese e me ne sono convinta a tal punto che l’universo non fa che ripeterlo nelle occasioni più disparate).

Ci sarà modo di fare un piccolo trip advisor all’interno del Gikitchen e quindi tediare l’universo circa i luoghi di ristorazione, bar e gelaterie da non perdere a Torino. Come faccio ogni anno del resto; che mette un po’ d’ansia scriverlo soprattutto quando in una stanza di albergo ti rendi conto (e le luci non sono affatto sbagliate. Anzi. Filtra ancor più luce che a 1.400 chilometri da qui dove ho solitamente dimora) che le zampe di gallina ci sono eccome. E quelli che erano tre capelli bianchi sono quattro. Segno che i nani da giardino beffardi sono venuti a trovarti durante la notte trascorsa tra bagordi post bicerin e hanno spennellato per bene cute e fili. Ho voglia di vedere Brave che per qualche inspiegabile ragione hanno tradotto in “ribelle”. Perché ha i capelli rossi e ho sproloquiato (anche semmai a sufficienza) per questa mia fissa visiva. Perché li ha ricci e ribelli e ha le efelidi. E mentre sfoglio Topolino che ha la principessa in copertina e leggo la recensione manco stessi sfogliando i Duellanti come l’intellettuale Nippotorinese sento anche la nostalgia di casa. Del gazebo. Dei Nani da giardino. Di SantasignoraPina. Della tavoletta grafica. Ecco perché è quella che mi manca maledettamente. Sì certo con l’ipad e Ibis paint senza parlare di Sketchbook pro si fanno tante cose. Sì certo anche con i mille moleskine e gli sketchbook di Tiger se ne fanno altrettante altre ma. Mi manca. Il suo filo attorcigliato a me come cordone ombelicale e la freddezza che diventa calore quando tutto prende corpo. Le linee. I punti. I colori anche se pochi. L’effetto di tridimensionalità mentre guardo la finestra che ho opportunamente filtrato con una  tenda tecnica perché lo spettacolo non è che mi interessi molto. Tranne quando la lava scende giù e sta per scoppiare la pioggia di cenere nell’azzurro violento del cielo. 

Ci sarà modo di fare un piccolo trip advisor dicevo e poi vabbè tra rughe, polvere di lava e cielo azzurro mi sono persa. Ma La Deutsche Vita (ne ho parlato qui qualche tempo e fa) si riconferma gestita da esseri adorabilmente tedeschi. Chi anche poco ha avuto la sfortuna di leggermi sa della mia zia tetesca (che adesso ha un pastore tedesco e la cosa chiaramente fa ridere solo me perché sono la stupida della famiglia) e del mio amore nei confronti di questo paese (tranne quando gridavo come un’invasata crucchimaledettiiiiiiiiforzaitaaaaaliaaaaa durante i mondiali e gli europei “sapete solo cucinare i crauttiiiiii noiciabbiamo i friarellllliii e la cicoriaaaaaa tiiiièèèèèèèè!!!” ma sono dettagli suppongo). Ci siamo seduti qualche sera fa. Nelle panche esterne perché nonostante a Torino ci sia stato un Natale precoce nei primi giorni di settembre la situazione pare essersi normalizzata (nel senso che è autunno inoltrato per una sicula) e abbiamo ordinato. Un plurale scenico perché io alla Deutsche Vita vado solo in veste di accompagnatrice purtroppo. Nel menù non è presente una voce che sia una adatta a me. Ho qualche dubbio fortissimo sui crauti; nel senso che non ho nemmeno chiesto se si potessero cuocere senza olio e magheggi ma alla fine seriamente: chi se ne importa? A disposizione difatti ci sono dei barattoli di cetriolini che mi sogno la notte. Sedici calorie per cento grammi. Anche quando te ne mangi nove chili hai assimilato pochissimo, hai un alito pestilenziale che ti provocherà asocialità che è sempre una cosa bella e crampi e spasmi e.
E mica l’ho capito davvero se mi piace o no il cetriolino. Lo dicevo davanti alle facce sbigottite di: nippotorinese, sacra dottoressa suocera, bellissima cognata socia Piola. Senza pudore ho sostenuto con convinzione che non sono davvero sicura del fatto che mi piacciano i cetriolini. E che albergano in quel confine labile e pericoloso (oltre che pericolante) dove stanno i finocchi. Non ho davvero mai capito se i finocchi mi piacciono davvero oltre al turbamento fisico che mi provocano proprio come i cetriolini (anche i peperoni eh. Ma di quelli sono sicura. Mi piacciono davvero e molto e sul gusto punterei qualsiasi cosa. E sì mi sono persa la Sagra del Peperoni di Carmagnola nonostante in albergo continui incessantemente a rigirarmi nella vasca da bagno emulando Superman nella cabina telefonica. Non mi trasformo. Non mi sdoppio. Non riesco ad avere il dono dell’ubiquità. Perché?).

 

Appunti di Viaggio dimenticati come se fosse trascorso tantissimo tempo (è difficile per me organizzare foto e parole in movimento. Mi manca la staticità.  Se fino a qualche giorno fa mi mancava poco. Adesso: molto. E anche un tantinello in più). 
Scrivo di Roma su un Frecciarossa che mi sta portando a Torino. Dei romani sorridenti servono dolcetti e salatini e ti offrono La Stampa e succo di arancia, senza zucchero se vuoi. Il paradiso in movimento? a quanto pare sì.
Abbiamo appena superato Firenze Santa Lucia ed è salita una Madamina Torinese. Un’altra è dietro di me con suo marito; lo stesso  che da venti minuti abbondanti vorrebbe far funzionare la connessione internet parlando di pacchetti. Vorrei poterlo aiutare ma il galateo non lo prevede e quindi me ne dispiaccio e mi lascio andare all’indifferenza come è giusto in alcuni casi ahimè. Maledetto galateo, però.
Del resto non mi piacciono le persone che si intromettono se non interpellate e spesso “discuto” in maniera anche un po’ “antipatica” circa l’annosa questione, ergo è meglio non spiegare il wifi al simpatico gentleman torinese che tanto mi piace (vabbè mi giro e gli spiego che può usufruire del mio tethering del samsung e via. Ho capito). La sua signora gioca al solitario con l’Ipad. E a me queste cose commuovono e non posso non guardare il Nippotorinese e con fare sognante dire “saremo così tra cinquanta anni vero?”.
Per sentirmi dire “tra molto meno considerato che non ricordi di non avere più 25 anni”, è un’altra storia meno romantica che è meglio oscurare.
Sono state poco più di 48 ore in ostaggio degli amori più grandi. Roma la ricorderò così. Un ostaggio d’amore con mamma, papà e il Nippotorinese.
Avrei voluto potermi iscrivere a Foursquare (che detesto e non possiedo) solo per fare un ping (come si dice nel caso di foursquare? sono preparatissima con tutti i social tranne che con questo. Perché seriamente: ma che me ne importa dove sei geolocalizzato mentre compri la verdura?) e organizzare un flash mob in pieno stile maghetta. Esattamente a Montecitorio. Tutti vestiti da nano da giardino e poi via da Nonna Vincenza a mangiare granita di gelsi sicula! Evvivaaaaa.
Certo quattro euro una granita senza brioche è una rapina a mano armata. Mi perdoneranno i miei concittadini, perché Nonna Vincenza è Catanese come azienda. Pur capendo che i prodotti provengono dalla mia terra, la difficoltà di trasportare gelsi, il costo e quant’altro (vabbè pure l’aggravante psicologica di essere proprio sulla piazza di Montecitorio che ti porta a “fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te” – risate registrate) rimane assurdo esportare la vera granita sicula senza neanche un pezzetto di brioche a questa indecorosa cifra; fermo restando che li vale tutti.