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Pancake, burro, marmellata, salsiccia, fagioli, uova strapazzate. Ah no. Centrifuga di carote, mela e caffè al cioccolato (nespresso aripijati e metti in commercio la nocciola e il cocco).

Sì. Traslocano pure i vestiti (tutti neri)

Momenti di finto relax buttata sul letto quando dico ” mi riposo cinque minuti“. Invece poi scrivo. Rispondo. Perdo Email. Mi arrabbio. Bla. Bla. Bla.

E’ passata già una settimana e io ancora non ho scritto neanche una riga circa la prima presentazione del mio libro avvenuta a Catania; questo perché sono stati sette giorni di riflessioni, decisioni, constatazioni e relax. Confesso che dopo più di un anno e mezzo sono riuscita ad alzarmi “tardi”, godermi quattro minuti il mio papà e la mia mamma  e dulcis in fundo: trastullarmi su facebook con i miei amici.

Arriveranno quindi foto, ricordi e parole ma prima che una fiaba abbia il lieto fine bisogna partire dalle prime pagine. Se un sogno, infatti, diventa tale necessita innanzitutto di sacrificio e dedizione. E non sto parlando certamente di me ma di quell’adorabile famiglia di gentiluomini con cui ho l’onore di condividere la vita.

I ragazzi che lavorano per il mio papà, chi da trenta anni e chi da tre, non rappresentano per noi dei semplici dipendenti ma anime (pie, aggiungerei) che con sacrificio e devozione hanno fatto una sorta di voto. Affrontare giornalmente le bizzarrie mie e di papà (e pure di mamma, va) non è infatti un mestiere equamente retribuito ma un voto. Si trasformano da elettricisti in muratori, montatori di mobili e cucine sino ad arrivare a imbianchini, blogger ed eroi. E lo fanno sempre con una disarmante simpatia e disponibilità. Per noi non sono nomi da depennare a fine mese ma componenti della famiglia. Hanno a loro volta una famiglia che conosciamo. Un passato, un presente e un futuro.