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[youtube=http://youtu.be/k7Rw9wIkXm0] Cosa sono gli Shirataki? L'introduzione agli Shirataki la trovi  cliccando qui  Dove comprare gli Shirataki? Io al momento ho provato questi: Shirataki Gisè Shirataki Zen Pasta ( ho acquistato anche su altri due siti ma non li ho ancora provati. Raggruppo un po' di informazioni e poi divulgo in un unico

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Aggiornamento Nanoso per la Rubrica NanoTravel: Qui per essere catapultato su Garden Gnome>>>>>>

Preparare un hamburger è semplicissimo perché basta raccogliere della carne tritata e condirla come più si preferisce e dopo essersi inumiditi leggermente le mani si prosegue all’impappettamento (termine tecnico) e via la delizia è servita. Preparare un hamburger vegetariano o vegano che sia risulta meno semplicissimo, ecco. La consistenza della carne agevola moltissimo e quindi non si tratta di mancanza di manualità nel secondo, seppur raro, caso di quello vegetale. La consistenza del malloppotto varia a secondo quindi dell’ingrediente base che si è scelto di adoperare. I ceci saranno sbriciolosi al contrario del seitan (e il tofu a secondo della qualità) conferirà morbidezza-consistenza (più) o meno. Ci sono già diversi preparati, anche secchi, per l’elaborazione di polpettine e hamburger altrimenti si procederà come se si adoperasse della normale carne sostituendo semplicemente con il seitan, giusto per dirne uno.

Quest’autunno, o almeno proprio al rientro delle vacanze, vorrei dedicarmi alla preparazione del seitan seguendo le istruzioni del genio di Salvini nella sua Cucina Vegana editore da Mondadori che non vedo l’ora di inserire nella Rubrichetta del Gikitchen ” La Libreria di Iaia”.

Lo scorso anno tra i Bar Storici d’Italia veniva segnalata la Fabbrica Finocchiaro, confetteria con specialità al cioccolato in quel di Giarre. Allora io e il Nippotorinese, era la stagione estiva, ci catapultammo come saette per sondare un po’ il terreno. Ristrutturazione e saracinesca abbassata. Mogi mogi saremmo ritornati. Poi complice un giretto di perlustrazione in quel di Monterosso, Fleri e Sarro che sono proprio alle pendici dell’Etna e si respira un po’ di aria sana nel verde che è sempre cosa buona e giusta siamo arrivati in Corso Italia a Giarre e senza alcuna premeditazione ci siamo trovati davanti la Fabbrica Finocchiaro.

Saracinesca chiusa e abbassata. Disdetta. Fortuna però vuole che il Nippotorinese sia un tipetto curioso e mentre spiaccicava il nasino sulla vetrina per vedere orari o eventuali creature all’interno un simpatico signore ci ha invitato ad attendere ben tre secondi perché l’apertura era imminente. Eravamo già preparati a qualcosa di speciale ma non così tanto. Al soffitto vi è una cornice dal sapore barocco appesa quasi come fosse una plafoniera sospesa e diventa elemento d’arredo interessante. A farle compagnia poi vi è una modernità di illuminazione che contrasta con il cigolio delle sedie di legno; come quelle che aveva la mia nonnina che non c’è più. Di legno con i fiori intarsiati sulla seduta e il poggiaspalle tondeggiante scoperto che ti viene un mal di schiena epocale dopo tre minuti. Quando mi sono seduta per bere dell’ottimo caffè Illy e ho sentito quel rumore ho capito cosa significasse avere un luogo, un bar, un ritrovo personale dove potersi sentire a casa seppur in territorio straniero. Mi sono detta che semmai non avessi saputo finire le storie in casa, sul terrazzo, sulla pedana, sul divano, sul letto, nella cabina armadio sarei andata lì. Bevendo caffè e mangiucchiando pastiglie Leone sentendo quel cigolio di casa che rievoca ricordi.


Sa ancor più di casa la Fabbrica Finocchiaro perché c’è molto di Torino. Scatole di latta di Baratti e Milano con dentro biscotti e caramelle, cioccolato e scorze. Enormi contenitori di vetro che contengono Pastiglie Leone come fossimo in una vecchia confetteria o nella Fabbrica Leone stessa. Distributori antichi di caramelle e confetti. Bilance del primo novecento e del dopo guerra e un angolo iper moderno colmo di cioccolato; quasi come fossimo in una vetrina di Gobino si tagliano a pezzotti i gianduiotti o cioccolati enormi con scaglie di nocciole piemontesi. Tavoli e poltrone di pelle e un affaccio su un cortiletto dove c’è un vecchio strumento a pedale che sembra quello del cemento utilizzato per fabbricare caramelle, vecchie lantine di fanta, un automobile d’epoca che ti va venire in mente il picnic della domenica con donne elegantissime dentro. Un cestino di vimini e il foulard in testa. I bimbi con i calzoni corti e i capelli sistemati e lui che guida con una sigaretta in bocca. E se proprio dobbiamo sognare somiglia un po’ a Connery con la sua Marnie nel meraviglioso film di Hitchcock.

Io non vengo pagata dalla Fabbrica Finocchiaro per scrivere questo. Tengo fortemente a dirlo e ribadirlo in primis perché non accetto alcun tipo di collaborazione di questo tipo e poi perché di fare sviolinate in cambio di due dolcetti è roba che non mi interessa; e chi mi legge da un po’ lo ben sa. Purtroppo il sistema malato blogosferico fa sì che il pensiero comune sia rivolto a un blablabla per il proprio tornaconto.

Si ha un po’ quest’immagine ridicola davanti che presentandosi come “una blogger” per paura di pubblicità negativa sul web, che al momento è quella più spietata e “pericolosa”, si venga serviti e riveriti.

Avendo un po’ di raziocinio e buon senso non è difficile invece pensare che è importante parlar bene di un luogo che non sa di essere preso “in esame”.

Più volte qui si è blaterato circa il Bento ( qualche reperto archeologico e la categoria bento qui) e se ne sono eseguiti diversi; da quelli più semplici senza alcun impatto scenografico particolare a quelli leggermente più elaborati ma sempre da realizzare in pochi minuti. Parlottando con una mia amica però mi sono resa conto che non vi sono delle vere e proprie spiegazioni che riguardano  i vari attrezzi. E’ come se tutti sapessero ma nessuno sa; si va un po’ alla cieca cercando di intuire come, quando e soprattutto perché.