Home / Natale (Page 14)


Tre settimane prima di San Valentino è tutto a forma di cuore. Due mesi prima di Pasqua è tutto a forma di uovo e coniglio. Tre mesi prima di Halloween ci sono solo bare, scheletri e mostri e non faccio in tempo a metter da parte i coriandoli che già parlo di colombe e di colorare i gusci. Inutile dire che Natale, generalmente, si comincia a Settembre qui. Leggerissimi intoppi ci hanno fatto un po’ sbarellare (termine giovanile che adoro adoperare proprio perché quando l’età avanza è bello affrontarla ridicolizzandosi. Un po’ come quando le settantenni adesso con la scusa dello sciatusc non si riprendono più le meches alla radice) ma non demordo giustappunto.

Ed è tutto a forma di alberelli. Biancorosso e Argento (perché sì è l’anno del rosso, bianco e argento. Soprattutto bianco e rosso confesso. Ho pure preso una civetta bianca tutta sbirluccicosa che ricorda Edvige di Harry Potter. Orrenda e kitsch al punto giusto, si abbina benissimo alla renna smontabile e al castoro che suppongo volesse essere uno scoiattolo ma vabbè). 

L’albero è finito ed è stato tutto improvvisato. Dopo aver aperto quello verde (controvoglia perché non avevo minimamente intenzione di farlo) ho pensato che fosse  meglio il primo, quello storico argentato (da quando vivo con il Nippotorinese ho mostrato ogni anno sempre un albero diverso. E sempre un albero che eufemisticamente potremmo definire: bizzarro? uhm… bizzarro va bene?) ma poi vabbè insomma No.

Confusione.

E allora mi sono messa a scartabellare come la psicopatica che sono tutte le foto per cercare di capire un po’.

Un'idea semplice, stupida e inutile ma sognante, infantile e delicata. Mi piace sempre fare un po' di collane con i pop corn. Da mettere al collo di chi amo come fossero nuvolette. Capaci di farti volare. Dimenticare. Sognare.

READ MORE

[youtube=http://www.youtube.com/watch?v=3ZcYIiTAhpc&feature=plcp] Aggiungere scritte, riprendere come una consumata regista professionista e organizzare magistrali stacchi musicali studiati? Ma quindi davvero posso fare tutto questo e comodamente uplodare direttamente sull'App di Wordpress? Siamo davvero arrivati a questo? (è sorprendente come io conosca a stento il tre per cento delle potenzialità di tutte

READ MORE



Non è poi così triste la vita di chi ama avere un regime alimentare controllato. Sono solo leggende metropolitane quelle che raccontano di una incontestabile e ineguagliabile (e tutti i sinonimi che finiscono con -abile) ilarità davanti a cosciotti di maiale grondanti di grasso inzuppati in cappuccini di lardo di Colonnata. Confesso che da un po’ di tempo da “moderata” sono passata ad una fase che ancora non riesco bene ad individuare e definire (so che la condizione può solo peggiorare essendo dichiaratamente maniaca ossessiva). Non si avvicina minimamente alla “fanatica” né tanto meno alla “fastidiosa dispensatrice di consigli”. Va più sull’ “antipatica getta battute saltuarie”. Ecco sì credo sia collocabile proprio in quel range lì.

E range mi fa venire in mente ranch e tanti animaletti che corrono felici sui prati. Soprattutto conigli. Scodinzolano e non sono con olive taggiasche dopo essere stati marinati nel succo di pompelmo.

Insomma.

L’antipatica getta battute saltuarie viene fuori solo davanti ai miei pochissimi e veri affetti però. Di quello che mangiano gli altri, sarò onesta, me ne importa davvero ben poco e non lotto affatto per degli “ideali” che dovrebbero essere personali nel proprio iperuranio di idee, appunto, e non certamente comuni e di aggregazione.

La carne fa male. (un “ma vaaaaaaaaaaaaaa” antipatico parta dalla regia, grazie).

 E’ un dato di fatto incontestabile cui si può girare intorno come quando si mettono le luci intorno ad un gigantesco albero di Natale tipo quello di Times Square. Chi ama sostenere il contrario oltre a ricevere virtualmente una sonora pernacchia e risata isterica da parte mia, può pure accomodarsi nel divanetto sotto la luce lampeggiante “ciao. sono uno che crede ancora che Lord Voldemort possa vincere su quel fesso di Harry Potter” (solo io parteggiavo per Voldemort, a proposito?).

Lo stesso potrei dire del latte. Dello zucchero bianco. Del. E del. E del.

Ma la carne fa male e da un paio di settimane ormai non voglio sentire ragioni a riguardo. In casa hanno tutti una spada di Damocle (più spada di Iaia, in effetti. Rosa, sbirluccicosa e con un’elsa a forma di cappello di nano da giardino) e un enorme fermatempo che ticchetta sulla testa. Se sino ad adesso sono stata molto tollerante cucinandola e preparando-elaborando manicaretti, seppur storcendo il naso, da oggi:

mi ribello.

La libertà di opinione? di scelta? La capacità di discernere quello che è più giusto o sbagliato? Colnanodagiardino! Da oggi si fa come dico io! *balzando sulla sedia e puntando minacciosamente il dito contro.

E PURE VOI! sììììììììììì PURE VOIIIIIIIIIIIIIIIIIII BASTA CON LA CARNEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEE. 

Queste palline credo di averle fatte ormai più di dodici-tredici anni fa. Sono piccoli globi di polistirolo ricoperti di perline, di quelle classiche in commercio facilmente reperibili in merceria per fare braccialetti-anellini-bijoux (chi non ha aperto bancarelle tra amici e parenti nell’età adolescenziale e post, alzi la mano e si becchi la pernacchia! Inconcepibile! Fallo adesso!). E dove si attaccano le perline? Sul polistirolo? Eh no.

Sulla cera tedesca per candele. Ebbene sì. Ormai più di un decennio fa ho scoperto questa deliziosa cera venduta in panetto della stessa consistenza di quella usata per la realizzazione delle candele. Con il calore delle mani, come fosse fimo-plastilina-quellarobalì, si lavora e plasma. Può ricoprire le più disparate superfici (pure il piano cottura e la nonna se vogliamo darle una rimodernata natalizia) e si presta benissimo all’inserimento di fesserie gioiellose come le perline.

Con questa cera tedesca ho fatto qualcosa come 392490324203492304903249230492304923049 candele. Parenti, amici, passanti, sconosciuti e chiunque mi capitasse a tiro riceveva queste candele. Non sapevo più come smaltirle.

Non c’è stato un “luogo virtuale”, che tutto è fuorché lontano in termini di  emozione e amore, dove io non abbia raccolto centinaia di messaggi che odoravano di calore e dolcezza. Confesso che mi hanno ancor più avvolto in una fitta e taciturna stretta quelli solitamente assenti e silenti. Comparsi per magia tra abbracci e consolazione. Non ci saranno mai grazie abbastanza ma non per questo smetterò di ripeterlo.

Grazie. Come anticipavo dalle poche, perché tante ahimè ne occorrono, parole di ieri ci attende un periodo di guerra dove bisognerà sfoderare falsi sorrisi, veri dolori e spade infuocate. Senza paura. Affrontando sempre il mostro senza mai perdere il colore delle sue orride pupille.

In maniera del tutto presuntuosa avevo sentenziato che sapevo già cosa avrei fatto e dove sarei stata il 12.12.12 alle 12.12. In realtà potrei essere ovunque tranne che nel luogo dove avrei immaginato di festeggiare ma poco importa.

Quello che conta di più è lottare. Sempre.

L’orrido essere non mi vedrà affranta su una poltrona a frignare su quello che sarebbe potuto essere perché sarà. E mi troverà con in mano un barattolone natalizio chiuso dal bellissimo tovagliolo del Tiger Store con tanto di Omino di Zenzero. Tiè.

E’ un’ottima idea regalo quella della torta (o biscotto-o dolcetto-o qualsiasicosa) nel barattolo. In pratica si sterilizza per benino un barattolo (anche di marmellata rimasto o qualsiasi cosa si abbia in casa) e ci si infilano dentro tutti “gli ingredienti secchi” ovvero la farina, zucchero, lievito, cacao in polvere, frutta secca, qualsiasicosa. A fianco si trascriverà la ricetta che necessiterà certamente degli “ingredienti liquidi”, ovvero le uova, latte, burro e quant’altro.

Il gioco è fatto. La formula è carina e nasconde un significato ancestrale difficile da ammettere ma che diciamolo non è poi così intrinseco “fattela tu la torta cheionuncihotempo!” (dolcissimo no?). Un barattolino che nasconde insomma la volontà vera di donare qualcosa e la spada di Damocle in formato clessidra e tempo che attanaglia tutti noi.

E l’immancabile cotechino è qui!

Che detto con l’intonazione carrambesca di Raffaella Carrà fa immaginare questo salsicciotto scendere le scale tra aitanti boys con i capelli intrisi di gel e abbigliati con scadenti Frac sotto le note di un’imbarazzante musica spagnoleggiante.

“Direttamente dall’Argentina il Cotechino è quiiiiiiiiiiiiiiiii”.

Applausi a scena aperta.

Il cotechino, nonostante in questo periodo sia protagonista indiscusso sulle tavole, ha un ruolo effettivamente marginale; soprattutto qui al sud. Dopo ennemila portate, difatti, arriva lui. Dopo averlo bollito dentro quell’angosciante confezione melliflua e gelatinosa invade il centro della tavola con un ricco di contorno di lenticchie “che portano fortuna”. E partono i lamenti “uhhh noooo sono pieno”, “ummamma noooo il cotechino noooo”, “no santo cielo sto scoppiando”.

Ma è un’imposizione mangiarlo. Un tassativo. Un masochismo immotivato.

Eppure il cotechino meriterebbe di arrivare ben prima di quelle ottomila portate e godere appieno del suo innegabile sex appeal. Che siano grandi o piccini difatti, generalmente è difficile dire un no convinto.

Qualora lo si giudicasse per l’aspetto e la consistenza forse qualche “no” in più potrebbe pure riceverlo ma a mortificarlo è di sicuro questa confezione commerciale.

Il vero cotechino, quello appositamente confezionato dal macellaio di fiducia, ha davvero un aspetto diverso, proprio come lo zampone; essendo maiale poi non vi è bisogno di sottolinearne la bontà (come vado? sono brava e convincente per essere una stupida vegetariana?).