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[youtube=http://youtu.be/k7Rw9wIkXm0] Cosa sono gli Shirataki? L'introduzione agli Shirataki la trovi  cliccando qui  Dove comprare gli Shirataki? Io al momento ho provato questi: Shirataki Gisè Shirataki Zen Pasta ( ho acquistato anche su altri due siti ma non li ho ancora provati. Raggruppo un po' di informazioni e poi divulgo in un unico

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Adorabili le patate alla giapponese con la soia no? Uhm… mai provate? E quindi te le sei perse? sìsìsìsìsì queste qui sotto intendo.

Ah. E si può sempre rimediare cliccando qui  (anzi si trova all’interno dello stesso post) pure un’altra idea velocissima per servire le patate con la salvia. Una sorta di “cotoletta” vegetariana (non vegana perché se non erro c’è l’albume. Ma erro generalmente sempre. E potevo pure controllare invece di scrivere questa inutile parentesi) con all’interno una sorpresa salviosa davvero intrigante. Insomma ma oggi non si parla né delle patate giapponesi alla soia né di quelle con la salvia a mo’ di cotoletta. Si parla di un’insalatina casalinga molto in voga in Giappone (e allora ricordiamo pure il librotto adorabile della cucina casalinga di Harumi Kurihara, no?) semplicissima da preparare. Si tratta semplicemente di patate lesse tagliate a tocchetti (se si è sicuri che le patate siano buonebravebellebiologichenontrattateblablapulitesterilizzatelesolitecose si potrebbe pure lasciare la buccia. Girate in una ciotolina con maionese non troppa abbondante (meglio se fatta in casa che ci si sta proprio due minuti) leggermente aromatizzata con il wasabi e servita con del prosciutto crudo leggermente tostato in padella con pochissimo olio di riso.

Qualche fogliolina erbettosa prezzemolosa (anche se occorrerebbe il mitsuba mavvabbè. Uotismitsuba?) e via. In tavola anche (e soprattutto) servita fredda. Come si fa del resto con l’insalata di patate polacca o qualsiasi variazione di “insalata” patatosa (pure quella russa, sì), che il giorno dopo è sempre più buona. 

“Perché in verità, il poeta, il vero poeta, possiede l’arte del funambolo. Scrivere è avanzare parola dopo parola su un filo di bellezza, il filo di una poesia di un’opera, di una storia adagiata su carta di seta. Scrivere è avanzare passo dopo passo, pagina dopo pagina sul cammino del libro. Il difficile non è elevarsi dal suolo e mantenersi in equilibrio sul filo del linguaggio aiutato dal bilanciere della penna. Non è neppure andar dritto su una linea continua e talvolta interrotta da vertigini effimere quanto la cascata di una virgola o l’ostacolo di un punto. No, il difficile, per il poeta, è rimanere costantemente su quel filo che è la scrittura, vivere ogni ora della vita all’altezza del proprio sogno, non scendere mai, neppure per qualche istante, dalla corda dell’immaginazione. In verità, il difficile è diventare funambolo della parola”.

Che giorno è? Il terzo giorno del terzo mese. Sarà che sono nata il dodicesimo giorno del dodicesimo mese e sarà pure che ho una discreta passione per i numeri. Sicuramente perché non capendo bene a cosa servano ho dovuto trovar loro un ruolo. Vederli su un quaderno costretti tra quadretti logici che sembravano gabbie e non righe su linee continue di libertà mi ha sempre messo una discreta tristezza. Ma per non dire infinita, eh.

E allora gli ho dato un ruolo capendo che servivano a indicare che fossi nata il dodici dodici alle dodici e che il mio nome e cognome fossero di dodici lettere. Poi ho contato che io, mamma e papà siamo tre e che ogni cosa che riuscivo a moltiplicare faceva sempre tre, nove e dodici. E mi è sempre piaciuto il fatto che papà sia nato il trenta perché un tre con uno zero inutile, che mamma sia nata il nove e io il dodici e pure il Nippotorinese il tre. E che nove più tre e quindi mamma e papà come risultato danno dodici. Incredibile, mi ripetevo da piccola. Incredibile. Ma in effetti lo ripeto anche da grande.

Il mio numero di telefono, quello della vecchia casa dove abitavo con i miei, se lo sommavi faceva tre con le prime due cifre e poi nove. E quanto faceva nove più tre? E poi c’era uno zero.

Non sono entrata quel giorno in aula perché non sapevo fare lo studio di funzione e dovevo essere interrogata. Quel giorno sono rimasta in corridoio e ho contato tutte le mattonelle del corridoio del liceo. Ogni mattonella aveva trentatre palline ed era un quadrato di trentatre palline per trentatre e allora ho contato tutte le palline stando ferma con la calcolatrice seduta su una finestra. Non ero entrata ma mentre le altre mie amiche andavano a fare shopping in centro io contavo le palline del corridoio dell’entrata del liceo. Sfidando davvero tutto e tutti eh. Sfidando professori e. E non ricordo se fossero trentatre o trentacinque o. Devo tornare al liceo, è importante. Oppure devo recuperare il diario perché poi orgogliosa ho trascritto tutto lo studio sulle palline delle mattonelle del liceo. E’ una delle poche cose che mi rende orgogliosa di me.

Oggi, dopo l’introduzione alla cucina taoista e i noodle speziati e una ricetta semplicissima a base di pesce come quella del salmone glassato al mirin, è la volta della carne, mentre procrastino per le alghe che richiedono davvero (più di) un capitolo a parte. Più tardi una cosa totalmente diversa*disse fischiettando

Diversi sono i brodi presenti nella cucina taoista. Possono servire come base per alcune preparazioni o come vero e proprio pasto. Nella sezione Nihon, che ho purtroppo trascurato non per pigrizia ma per scarso tempo e doveri incombenti, già lo scorso anno ho riportato le diverse preparazioni base che appartengono non solo alla cucina giapponese e cinese ma orientale in genere. E’ difficile non elaborare qualcosa in cucina che non richieda il ichibandashi, ad esempio. Sembra tutto più complicato di quello che è ma la realtà come spesso si è dimostrato è davvero tutt’altra. Un po’ di organizzazione, voglia di prendersi cura del proprio corpo e soprattutto della propria mente e stato psichico. Chi ancora non vuole arrendersi all’evidenza che si è quello di cui ci si ciba, è giusto un tantino anni luce dalla verità. Chi con fatica è riuscito a comprendere uno dei concetti base da dove partire, lavorare, studiare e trasformare, può davvero essere soddisfatto di se stesso e darsi pure tre pacche sulla spalla in questo momento. Pure se si è in ufficio e qualcuno ci scruta. Sono pacche meritate e possiamo pure condividerle con gli ignari che magari a breve apriranno un cassetto e tireranno fuori un tramezzino con maionese e porcherie insulse (quanto sono simpatica?).

I brodi non solo possono essere yin e yang ma talvolta possono essere entrambi. Nella cucina taoista però vige una regola ben precisa e non è poi difficile capire quale e perché. Essendo il sangue animale un fattore negativo determinante, prima di procedere alla preparazione della carne, a qualsiasi categoria appartenga, è importante privarla del sangue. Nel senso che è sempre un bene non eccedere nell’assimilazione di sangue animale. Questa operazione è semplicissima. Basta riporre la carne in una terrina e coprirla di acqua premurandosi di cambiarla frequentamente affinché il sangue fuoriesca il più possibile dai tessuti. La carne poi può essere anche lasciata marinare in diversi condimenti;  molti metodi di preparazione verranno illustrati all’interno di questa mia personale rubrica sulla cucina taoista, ma generalmente si tratta sempre di salsa di soia o spezie; ma anche basi alcoliche come sakè sino ad arrivare ad altro come rum e whisky. Questo processo di “disinfezione” fa s’ che ogni tipo di germe o parassita che ha stazionato all’interno delle carni che ci aggingiamo (vabbè: vi accingete ghghgh) a ingurgitare sia bello morto stecchito. La marinatura generalmente deve essere di circa trenta minuti.

Ieri sera tardissimissimo ho ricevuto la notizia da Emanuele che non solo Apple avesse approvato la seconda versione di Gikitchen ma che sarebbe stata prestissimo disponibile sull’App Store, sempre in maniera del tutto gratuita.

Detto fatto. Neanche il tempo di scambiarci due facciotte su Imessage  ed era lì nella sua sfolgorante inutilità mondiale nella fiammante  versione 2.0. Avrò modo di tediare l’universo sulle novità e quello che sarà, ma  lo farò al momento opportuno: ovvero quando riuscirò a fermarmi.

Contando però che il Mercoledì mattina mi concedo un po’ di sano relax ( c’è una fortissima ironia in questa affermazione) rimando giusto di qualche ora. Una su tutte è la sezione in Inglese che solo grazie al supporto fondamentale della mia preziosissima amica Flo può esistere. 

Nel frattempo lascio due veloci appunti in cucina riguardanti un piatto che spero davvero possa piacere perché qui in casa ha sempre un discreto successo. E sì, si continua con la cucina taoista, etnica, connessi e annessi.

Sì lo so c’è scritto Samone sulla foto. Ma sono esaurita OCCHEI?! nessuno osi contraddirmi. Si scrive SAMONE senza la elle, uff.

E che salmone ho tra le mani? Sarà il salmone dell’atlantico o quello reale? Sarà l’argentato o il rosso o il rosa? Sarà quello del Danubio o quello giapponese?

Molto probabilmente sarà quello dell’atlantico. Per fugare ogni dubbio basta chiederglielo se è ancora in vita o eseguire un’autopsia. Perché chi è non è specializzato nelle autopsie per stabilire la provenienza del Salmone? Cioè siamo proprio alle basi eh.

Questo pesce che è diventato rappresentativo del lusso e delle feste ma soprattutto come finitura per tartine e paste anni ottanta con vodka, nuota felice nell’Atlantico orientale vicino al Circolo polare artico. Una bella vita insomma sempre con la pelle tonica e il corpo molto sodo (cosa sto dicendo?). Insieme agli eschimesi (cosa c’entra?) a fare baldoria tra gli igloo e con i baccalà a salutare i pinguini che ballano e cantano (devo smetterla perché ben so che quando comincio così finisco nel delirio preoccupante).

Insomma a me il salmone fa davvero tanta simpatia e quando mangiavo pesce giusto per dimostrarglielo ne spazzolavo confezioni da otto chili alla settimana. Ecco perché,  a me il salmone non è che piaceva: di più. Un’anima anni ottanta inside, la mia. Mi piaceva il caviale, quello vero, e il salmone. Non per stereotipi assurdi e insulsi ma proprio perché ne apprezzavo il sapore. Del resto ero quella che non mangiava formaggi ma un pizzico di gorgonzola sulla pizza non lo disdegnava. Ah la mia meravigliosa incoerenza. Potevo darle molto più libero sfogo di adesso, uff.

Riflettendo, giusto per mantenere alto il mio inesauribile tasso di incoerenza, potrei inventarmi di non mangiare pesce ma salmone sì; del resto una volta a tavola mi è capitata una che ha detto “ah anche io non mangio carne. Solo mortadella e salame. E poi vabbè il pollo e il coniglio uuuhhhh quanto mi piace”.


Il salmone fresco non è così difficile da reperire e qui perlomeno il prezzo non è poi così diverso da quello del tonno e del pesce spada, eppure c’è una qual certa reticenza del siculo nell’affrontare l’algido e nordico pesce. Vince sempre il pesce spada, che certo è comprensibile ma per qualche assurda ragione questo pesciotto allampadato ( pare abbia preso la tintarella in qualche isola deserta senza protezione o sbaglio?) pare essere riservato solo a feste, tartine e pasta sfumata con vodka. In realtà le elaborazioni che ho notato, soprattutto orientali, sono infinite e interessanti. Una di queste è senza dubbio la versione del salmone glassato con il Mirin; questa che segue è la versione Nigelliana ma in moltissimi libri asiatici che possiedo ve ne sono diverse. Nulla togliendo alla tanto amata guru anglosassone c’entrano poco le sue scelte con la cucina taoista ma a conferma che non tutto necessariamente è come sembra e che occorre davvero un minimo di informazione ecco qui un piattino leggeroleggeroleggero. Anche Nigella può.

Nella cucina taoista, su cui ho fatto giusto ieri una brevissima introduzione ( sono oltremodo felice che possa essere di interesse per chi giornalmente compie l’atto masochistico di seguirmi -vi amo) il pesce e il riso sono proprio alla base del benessere. Ci sarà modo di sproloquiarne fino allo sfinimento ma è importante partire dalla basi e proprio per questo un semplicissimo salmone scottato e glassato nel mirin su un letto di riso, simbolo dell’equilibrio, fa proprio al caso nostro; come è accaduto ieri con i Noodles Speziati e come accadrà domani con un’altra elaborazione taoista seppur comprendente la carne.

 Paola (seguono cuori)  mi ha fatto saggiamente notare che da rincitrullita quale sono non ho trascritto la ricetta dei Noodles Speziati . Si tratta di noodle cotti con radice di zenzero fresca e spezie senza dimenticare le alghe kombu che conferiscono come in tutte le preparazioni un sapore irrinunciabile. L’alga poi è un elemento fondamentale nella cultura succitata e oltre a insaporire rappresenta un importantissimo elemento nutritivo in termini mentali. Procurarsi la kombu  grazie al cielo non è più così difficile e in qualsiasi biologico si può reperire senza problema. Stessa cosa per la wakame, che come ho ribadito fino allo sfinimento, oltre ad essere la mia alga in assoluto preferita ( nota irrilevante) apporta una serie di benefici infiniti.