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Uhm poi il peperone ha rovinato tutto e mi sono anche arrabbiata un po’. No dai, molto più che un po’. Avevo letto su una bibbia di cucina orientale però che per i contrasti visivi e per l’armonia della cucina taoista e tutte quelle meraviglie celate tra gli odori, i piatti e i contrasti appunto, occorreva necessariamente una punta di colore. E io di colore in quel momento avevo solo un triste peperone verde abbandonato che era stato escluso da una peperonata selvaggia confezionata con Mamma. Robina leggera sempre la nostra impavida Nanda.

Vento  a più di 60 km/h. Allarme meteo in Sicilia, scuole chiuse e plaid-piumoni buttati addosso per proteggersi nella terra del sole dove già a 15 gradi gli indigeni locali battono i denti all’unisono lamentandosi “brrrrr che freddo”. Se per certi versi ero felice stamattina all’alba perché speravo di poter rispolverare le mie doti da Mary Poppins aprendo un ombrello, acchiappando una borsa e volando verso i tetti, quello che mi si è poi presentato davanti agli occhi è stato uno scenario raccapricciante. Non è volato il gazebo. Non è volato il dondolo. Non è volato il tavolo e neanche le sedie a sdraio. Avevo puntato sul fatto che sarebbe volato il bonsai ma  nemmeno quello. Nella mia stoltezza non ricordavo i nanetti piccoli nell’angolo del Gazebo. Quei nanetti che da anni vivono lì.

Leggerissimi e piccoli. Li avevo acquistati dal signore che vendeva nani sul cofano della macchina ( non ci credi? diffidente! clicca qui!) e confesso. Un significato e un affetto particolare. Oggi mi ritrovo con cocci di nano da giardino tra le mani invocando la tragedia e maledicendo questo stupido vento. Doveva servire a dimostrare che con quello giusto si può volare e andare a fare la baby sitter in paesi pieni di pinguini che fanno i camerieri e invece no. Nefasto. Giorno nefasto, questo.

Oh ma ve li ricordate i pinguini che facevano i camerieri, vero? Perché se così non fosse direi di dare una ripassata a Mary Poppins che è sempre cosa buona e giusta. Prima di trascorrere la giornata piangendo, incollando e litigando con il vento lascio giusto due appuntini velocissimi in cucina.

Uh, la vecchiaia quasi dimenticavo. Ieri su Twitter ho fondato il PDC– Il partito del Cuoricino. Il programma devo ancora presentarlo ma nonostante questo molte adesioni sono state fatte con mia somma gioia; a dimostrazione del fatto che:

“Più cuoricini per tutti”, è la soluzione per salvare l’Italia. E’ un lungo percorso e anche discretamente faticoso ma pian piano, coadiuvata dai miei nani da giardino ( anche morti-risorti-zombie) conquisteremo il mondo e porteremo il giusto apporto cuoricioso per un quieto vivere.

 たまご Tamago=Uova e やき Yaki=alla griglia letteralmente “Frittatone”; un malloppotto uovoso giapponese perfetto per essere conservato nei bento box. Generalmente vengono mischiate uova, salsa mirin e diversi componenti senza dimenticare la soia e il sakè che in alcune elaborazioni è onnipresente. Non volevo che mancasse questa base in archivio, un po’ come l’okonomiyaki (cliccca qui per la ricetta), solo che poi piuttosto che fare il classico roll tamagoyaki è venuta fuori questa sorta di pasticcio molto usuale anche in Oriente. E rimandiamo il tamagoyaki originale, va. Incredibile come io non l’abbia mai fotografato. Mi sono talmente stupita che poi per riprendermi ho dovuto schiaffeggiarmi; ma sono retroscena inquietanti che potrei omettere.

Certo non avevo la piastra di Marrabbio (il grembiule di Licia, gatto Giuliano sul telefono rosa e Mirko in arrivo dopo il concerto e il colorante per capelli di Satomi) per cuocere degnamente e il sapore ne ha di certo risentito ma rimane un’idea base velocissima ed etnica.

Che giorno è? Il terzo giorno del terzo mese. Sarà che sono nata il dodicesimo giorno del dodicesimo mese e sarà pure che ho una discreta passione per i numeri. Sicuramente perché non capendo bene a cosa servano ho dovuto trovar loro un ruolo. Vederli su un quaderno costretti tra quadretti logici che sembravano gabbie e non righe su linee continue di libertà mi ha sempre messo una discreta tristezza. Ma per non dire infinita, eh.

E allora gli ho dato un ruolo capendo che servivano a indicare che fossi nata il dodici dodici alle dodici e che il mio nome e cognome fossero di dodici lettere. Poi ho contato che io, mamma e papà siamo tre e che ogni cosa che riuscivo a moltiplicare faceva sempre tre, nove e dodici. E mi è sempre piaciuto il fatto che papà sia nato il trenta perché un tre con uno zero inutile, che mamma sia nata il nove e io il dodici e pure il Nippotorinese il tre. E che nove più tre e quindi mamma e papà come risultato danno dodici. Incredibile, mi ripetevo da piccola. Incredibile. Ma in effetti lo ripeto anche da grande.

Il mio numero di telefono, quello della vecchia casa dove abitavo con i miei, se lo sommavi faceva tre con le prime due cifre e poi nove. E quanto faceva nove più tre? E poi c’era uno zero.

Non sono entrata quel giorno in aula perché non sapevo fare lo studio di funzione e dovevo essere interrogata. Quel giorno sono rimasta in corridoio e ho contato tutte le mattonelle del corridoio del liceo. Ogni mattonella aveva trentatre palline ed era un quadrato di trentatre palline per trentatre e allora ho contato tutte le palline stando ferma con la calcolatrice seduta su una finestra. Non ero entrata ma mentre le altre mie amiche andavano a fare shopping in centro io contavo le palline del corridoio dell’entrata del liceo. Sfidando davvero tutto e tutti eh. Sfidando professori e. E non ricordo se fossero trentatre o trentacinque o. Devo tornare al liceo, è importante. Oppure devo recuperare il diario perché poi orgogliosa ho trascritto tutto lo studio sulle palline delle mattonelle del liceo. E’ una delle poche cose che mi rende orgogliosa di me.