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C’è stato un 4 Maggio che dicevo questo  in una terra di mezzo e un 4 Maggio nella festa del verde , sta di fatto però che il 4 Maggio Alice attraversa lo specchio ed io che di parole generalmente ne spendo tante oggi, data importantissima di visioni e accadimenti lascio solo un’immagine di me che è diventata simbolo di qualcosa di estremamente personale e profondo e un po’ di biscotti.

Ciò che è , non sarebbe e ciò che non è, sarebbe. Perché niente è impossibile. Lo è solo quando pensi che lo sia.

E’ un po’ difficile. Combattere con il mostro che ti ha reso tale e trasformalo in vita. Sistemarlo su di un piatto senza assaggiarlo e fotografarlo per poi parlarne al mondo e a quelli che hai creato, tu. Mentendo a volte sul fatto che non avevi voglia di assaporarne la croccantezza . Sfornando  una torta mentre infili uno stecchino per  vedere se fuoriesce asciutto quando lo è al contrario dei tuoi occhi. Sforzandoti di infilarne un pezzo e masticare. Ritrovandoti a sputare in una pattumiera quello che incautamente in un momento improvviso di normalità ti aveva portato quasi a inghiottire. E’ facile essere se stesse e combattere lo schifo, l’invidia, il qualunquismo e la bassezza morale con un sorriso. Non per sentirti superiore, perché a volte è facile esserlo dipende con chi ti confronti, ma semplicemente perché è davvero tutto inutile. Sono intralci al tempo e lo hai capito con fatica e dolore. Allora lo applichi senza pensarci e continui. Mettendo l’ennesimo giocattolino lì. Da solo. In quel cassetto di ricordi che apri e chiudi all’occorrenza. Alcuni marciscono tra formiche e caramelle mentre altri rispolverati poi potrebbero pure non essere guasti del tutto.


No. Non sono oggetti obsoleti. E’ il primo apparecchio che mi ha permesso di sentire la tua voce. E’ la prima videocamera che abbiamo acceso insieme su un divano rosa che non era nè mio e nè tuo e che poi è stato l’inizio della nostra casa.E’ il primo ipod con dentro i  Cure e i primi nastri di fotogrammi di noi. Cassette con disperazioni e sogni. Parole giapponesi, inglesi, siciliane e da tutte le parti del mondo e dei mondi. Stando fermi. Stando in movimento. Stando zitti. Urlando. La tua prima videochiamata dal treno. La cam che usavi quando lavoravi a Shanghai. Tasti pigiati con forza e amore per riuscire ad annullare qualsivoglia distanza si fosse creata tra noi. Quando Tokyo sembrava dietro l’angolo in una via vicinissima a Catania e quando dalla camera da letto alla cucina era un tragitto troppo distante per noi.

C'è qualcosa che ti inculcano con insistenza sin da quando sei piccolo. Forse per convincerti che gli stupri subiti dalla tua terra possano essere cancellati con il mare e il sole. Si trascorrono ore a inserirti, come monete in un salvadanaio vuoto,  delle parole piene

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“Perché in verità, il poeta, il vero poeta, possiede l’arte del funambolo. Scrivere è avanzare parola dopo parola su un filo di bellezza, il filo di una poesia di un’opera, di una storia adagiata su carta di seta. Scrivere è avanzare passo dopo passo, pagina dopo pagina sul cammino del libro. Il difficile non è elevarsi dal suolo e mantenersi in equilibrio sul filo del linguaggio aiutato dal bilanciere della penna. Non è neppure andar dritto su una linea continua e talvolta interrotta da vertigini effimere quanto la cascata di una virgola o l’ostacolo di un punto. No, il difficile, per il poeta, è rimanere costantemente su quel filo che è la scrittura, vivere ogni ora della vita all’altezza del proprio sogno, non scendere mai, neppure per qualche istante, dalla corda dell’immaginazione. In verità, il difficile è diventare funambolo della parola”.

Ho smesso di bere caffè quando ho smesso di fumare. Poi ho ricominciato a fumare e ho ricominciato a bere caffè. Ho smesso poi di fumare nuovamente e ho continuato a bere il caffè. Adesso che sono passata al  decaffeinato se i conti tornano dovrei ricominciare a fumare.

Mi sono seduta e sulle note dell’ipad, che non è vero che riscalda tanto, mi sono scritta tutti i possibili vizi.