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Con il caldo rallento; a dimostrazione che sono umana e non un robot, dice il Nippotorinese, ma il fatto è che in territorio siculo si è abbattuta un’afa insopportabile. Viviamo in un forno, noi siculi, e pur essendoci abituati e contrastandolo con tuffi al mare e abiti fru fru svolazzanti per qualcuno è più difficile. E quel qualcuno sono io.

Io, che tutto rappresento tranne che il siculo medio. Il siculo medio infatti nasconde sotto il completo (ammesso che lo porti perché viste le temperature è fuorilegge indossarlo quando vigono i quaranta gradi nelle serate di luglio. E sessanta al mattino, sì) come i supereroi un’altra tenuta. Pantaloncini, costume e maglietta (nei peggiori casi la canotta ma è una tipologia che non voglio neanche prendere in considerazione perché se indossi la canotta ti prendo a ceffoni. INTESI? Devo calmarmi, sì).

Nella pausa pranzo qui il siculo medio non si siede e gusta un’insalatina leggera ma acchiappa al volo otto chili di granita e quattro brioche, ci spruzza su un po’ di salutare panna montata che potrebbe coprire la vetta dell’Etna e via tuffo a mare. Ci si potrebbe buttare vestito perché le temperature cocenti lo consentono. Ci si asciugherebbe neanche il tempo di tornare al bagnasciuga. Perché sto parlando di un tipo che fuori dall’ufficio ha mangiato la granita e si è buttato a mare? Non lo so. Ah sì.

Dicevo che essendo io una categoria estranea alla tipologia media non solo mi rifiuto di indossare abiti fru fru e comodi svolazzanti ma indosso pure le calze; perché faccio parte di quella purtroppo estinta fazione babbiona che sostiene fortemente che ” le calze otto denari estive sono obbligatorie dai trent’anni in su” .

Le cinquantenni con shorts, maglietta etnica, collana HM fluo da tribù e infradito sono esseri mitologici che venero appagando la mia sete trash. Sì fa caldo ma un po’ di decoro santo cielo.

Del resto se indossi un paio di jeans e gli stivali caballeros per la spiaggia non verrai a dirmi che otto denari leggerissimi possono infastidirti. La cosa buffa è che d’estate nessuno riesce a togliermi gli occhi di dosso. E non perché sia di rara bellezza ma semplicemente perché le mie gambe sono talmente bianche-pallide-malate che ricoperte da questi 8 denari (e nessuno sa che quelle calze invisibili mi rendono più colorita, tzè) diventano faro nel buio tra queste nuance nordafricane. Mia mamma ad esempio è già bella scuretta di carnagione e pur non amando prendere il sole si ritrova a somigliare a Balotelli dopo otto lampade già a giugno. Quando usciamo insieme è difficile anche solo credere che ci possa essere anche solo un lontano legame sanguigno . Questo per dire (sono molto sintetica sì) che ho ricominciato a indossare le mie otto denari. Ne ho giusto comprato una quantità industriale perché è difficile reperirle a luglio, figuriamoci ad agosto.

Purtroppo la maggior parte della gente non è a conoscenza dei concetti base; uno su tutti che se vai a un matrimonio in qualità di testimone o semplicemente invitata non sei affatto glamour a gambe nude. Mi piacerebbe tanto regalare dei piccoli volumi che riguardano il Galateo dell’abbigliamento a queste “wannabe a fashion girl”. E che quindi le otto denari dovrebbero proprio essere appese ai muri dei ferramenta per essere reperibili in ogni luogo considerando che sono i mesi dei matrimoni.

E no. Se indossi delle scarpe gioiello aperte puoi evitare ma dilungarsi nei meandri delle varie opzioni è cosa assai difficile.

Insomma per farla breve (risate registrate) ho dovuto sentirmi dire dalla commessa dopo la mia educatissima domanda “Buongiorno, mi scusi che tipo di collant sono disponibili?” una cosa raggelante tipo “ahahahaahahha e chi è la pazza che mette i collant adesso?!”.

“Stupida bertuccia io sono la pazza, piacere”.

Stupida bertuccia era sottinteso. Non l’ho detto solo perché un’altra regola base del galateo è sorridere. Quel sorriso un po’ finto che sta per “tenera creatura sprovveduta com’è convivere con un un quarto di neurone mal funzionante?”. 

Dopo averle spiegato che ad agosto si può andare in vacanza anche al Polo Nord o Sud con i pinguini o ritirarsi in un luogo solitario a centomila metri d’altezza in quel del Tibet tra venti gelidi e grandinate impressionanti e dopo averle spiegato il confine labile che esiste tra essere chic ed essere ridicola e che non ero io la seconda, mi sono sentita tanto una vecchia antipatica anziana che posiziona il verso del coltello rivolto verso il piatto. Ma in definitiva moltomamoltomoltomolto orgogliosa di me.

E’ ora che qualcuno spieghi concetti semplici. Se ti chiami Calzedonia, chiedere se ci sono calze anche il 15 d’agosto è lecito. Altrimenti chiamati “Sciattedonia”.

Dopo aver reperito in deposito le mie otto denari e averne prese solo trenta paia, ovvero quelle disponibili, ho destato in lei ( la stupida bertuccia, sì) una curiosità che mi ha fatto ben sperare nel futuro:

“Ma quindi lei in questo momento le indossa?” (passare dal tu al lei senza che nessuno gliel’avesse fatto notare è stata una delicatezza che ho apprezzato tanto da invitarla a continuare con il tu. Apprezzo l’autocoscienza improvvisa).

“Sì. Le indosso”. Il suo “ma non sembra! E la gamba risulta davvero bella anche se non è abbronzata! Complimenti! Proverò”. Ora sono due le cose. O stupida bertuccia si è presa gioco di me, ma occorreva ironia e caratteristiche che sembravano non appartenerle o qualcuno nella solitudine della sua casa tra poster di Justin Bieber e Madonna con il seno di fuori sta riscoprendo un po’ di sano buon gusto. Ed è difficile con il ciuffo di Justin Bieber sul capezzale eh.

Cosa voglio io stamattina con le paturnie da calze? Voglio e pretendo che mi sia riconosciuto il titolo di “Iaia, colei che divulgò il concetto degli otto denari”. E’ davvero importante per me.

(oh fa caldo e sragiono CHE VOLETE?!?!? e tu? eh tu? Bestiabionda indossi le otto denari vero?)

(con bestiabionda è peggio che andar di notte mi sa)

* le immagini egocentriche mostrano come una donna attempata debba convincerci che gli otto denari non siano poi così visibili ergo non impossibili da indossare (nessuno mi contraddica! NESSUNO!). Il vestito verde indossato (paura Iaia del verde! paura!)  ad agosto dello scorso anno era una scommessa. Che ho chiaramente vinto. 

Come tutti i maschietti a cui è stato imposto da questa società malata di detestare il rosa, i fiori e la roba sbirluccicosa, il Nippotorinese è un po’ arrabbiatino con me per l’angolo dalle nuance estremamente parishilton sul terrazzo. Premesso (sta per scapparmi “In primis” ma ho fatto un fioretto e giurato sull’amicizia Panosa e quindi no. Non lo dirò) che il mio rapporto controverso con codesto colore è stato ampiamente studiato e analizzato in questa e altre sedi, sosterrei fortissimamente che di lavoro si tratti. Mi occorreva un angolo shabby total pink per dei set fotografici, indi per cui non potevo esimermi e rimandare ulteriormente.

Una bobina rosa, una fontanella rosa, dei nani con i capelli rosa a pois, un mobiletto rosa, una carriola/fioriera rosa, aiuole rosa e steccato rosa e tutto il set da giardino rosa compreso un vassoio rosa, pentoline rosa, servizio di piatti rosa e tovaglie rosa non mi paiono affatto esagerati.

Il televisore per il terrazzo in fondo l’ho scelto bianco, mica rosa. Di rosa c’era solo quello di Barbie. L’avrei preso perché la nuance era perfetta ma il facciotto biondo da quando hanno cambiato il restyling fisiognomico della stangona non mi convince affatto. Non si tratta certamente della mia vecchia amica.

Tutto questo per dire che anche se il Nippotorinese odia il rosa si ritrova la sera a dover mangiare in un tavolino rosa davanti a una bobina rosa con un servizio di piatti e bicchieri e tovaglioli e soloilcielosacosa rosa. E lo deve fare per rispettare il lavoro dell’amata.

 Nonostante a Gennaio io non abbia apportato alcun tipo di modifica, a causa di troppolavorosantocielo, all’Applicazione Gikithcen, ieri Ispazio l’ha recensita ( ho difficoltà a crederlo anche io, sì)

L’articolo si trova cliccando qui >>>

A questo punto considerato che le parole e i ringraziamenti mi sono davvero finiti procedo solo a commuovermi e basta.

Perchè santapizzetta, davvero, tutto questo è surreale e inaspettato. Da fine mese poi, sono previste davvero tantissime novità in merito alla App.

Insomma: Grazie. Grazie infinite.

Credo che sia stata la prima ricetta in assoluto che ho visto fare a Nigella. Ero rimasta particolarmente entusiasta del fatto che ci fosse il wasabi. Avevo da poco scoperto che non era poi così malaccio e che non provocasse soffocamento e conati di vomito se assunto nella quantità giusta. Come tutti (i rimbecilliti, sottinteso) ne avevo preso una bella cucchiaiata la prima volta. E come tutti (i rimbecilliti, sottinteso che non cambia) avevo annuito dicendo “ecchesaràmai” prima che le mie narici eruttassero magma e diventassi l’esatta reincarnazione di Grisù, ma senza divisa da pompiere ( mi sarebbe piaciuta però, lo confesso).

Nigella in pratica acchiappava un po’ di granchio già lesso, lo sbatteva su un piatto e con un po’ dell’immancabile avocado (oh lo mette pure nel caffè come io metterei i fichi secchi) e qualche listarella di peperoncino annaffiava il tutto con questa salsetta che lei epitetava come: giapponese.

C’è da dire che basta miscelare un po’ di mirin, soia e aceto di riso e dire che è giapponese per ottenere attenzione. Questa smania orientale modaiola sulla quale abbiamo ( mi do un tono con il maestatis)  blaterato a sufficienza, se per certi versi è scandalosa e noiosa, per altri “costringe” il consumatore influenzabile all’uso di prodotti oggettivamente buoni e interessanti; uno di questi è il mirin.

A me il mirin l’ha fatto conoscere sette e passa anni fa il Nippotorinese ovviamente. Ghiotto di Teriyaki e Mirin, da quando ha messo piede in casa questo liquidino gustosissimo non è mai mancato nella dispensa. Con il mirin, proprio come con la soia e il wasabi, credo di aver provato di tutto. La polpa di granchio mi mancava e ci ha pensato Nigella.

 

Meno due giorni al Natale. MENO DUE.

Inspiriamo. Espiriamo.

Ebbene sì, sono impazzita e ho fatto il calendario.

Il calendario di Gikitchen ! ( finto entusiasmo)

Non per megalomania (quella si è capita da mò). Il fatto è che settimane fa ho mostrato nei vari social il Calendar-Iaia, ovvero un calendario che racchiude delle foto che ho fatto quest’anno con relative ricette (chi ha pensato che fossi io abbarbicata su uno scoglio in bikini può pure andare nell’angolo buio a ridere di se stesso).

E l’ho fatto per mia mamma così può pavoneggiarsi con nonna e zia dicendo “guarda quanto è brava mia figlia. E’ una cretina ma sa fotografare il pollo. Ti ricordi quando non sapeva condire l’insalata?” , e cose lusinghiere così.

L’ho mostrato perchè avevo provato il servizio Iphoto e piacendomi non poco condividere i servizi al fine di poter essere d’aiuto con lusinghe e critiche, nulla di più, mi sono ritrovata a dover dire “no. Non lo vendo”.

E perchè mai dovrei vendere un mio calendario? Essendomi stato chiesto però di pensarci io.

Ci ho pensato, eccome ed eccolo. Nessuna vendita, per carità.

Ho impiegato qualche oretta e alla meno peggio ho cercato di organizzare un calendario che troverete a risoluzione alta cliccando qui in formato pdf (clicca qui per il calendario )  e che qualora interessasse si potrà stampare e tenere sempre con sè (come se fosse una cosa bella, insomma). Confesso di aver bramato una versione fumettosa con “Maghetta Streghetta” ma il tempo tiranno non me l’ha permesso. Dovessi riuscire a fare anche questa notte in bianco però, potrei davvero cominciare a lavorarci su. Nel frattempo lascio qualche anteprima :

CALENDARIO GIKITCHEN>>>>

( per salvarlo clicca col tasto destro su ” CALENDARIO GIKITCHEN” e “Salva con nome”. Oh che non si sa mai eh. Mica si deve sapere per forza, uff!)

Per chi si fosse perso il Vincitore del Giveaway ( anche se in realtà trattasi di Vincitori), ecco il video con la proclamazione:

Mamma comincerà a friggere baccalà dal mezzogiorno di oggi sino ad arrivare a Santo Stefano. Ne deduco che rilassarmi facendo uno shampoo al bergamotto comprensivo di massaggio e crema ristrutturante dalle note di jojoba sia praticamente una perdita di tempo.

Odorerò di un meraviglioso olezzo baccalesco. Certo non viviamo nella stessa casa e questa operazione di friggitoria professionale la vedrò soltanto a fasi alterne e non perpetuate, ma dubito che qualcuno rimarrà indenne, dovesse entrare in casa di mamma anche dopo due settimane dal Natale.

Risparmierò questo tempo prezioso rinunciando alla fragranza di jojoba per dedicarmi alla manicure che voglio rigorosamente sobria. Dopo le strisce rosse e bianche con tanto di vischio e bianco neve credo che un bel glitter rosso fosforescente faccia proprio al caso mio.

Adesso che ho questa immagine di me con capelli unti e sporchi che odorano di baccalà fritto e una manicure sobria da far impallidire Lady Gaga, sono davvero più serena.

Il fatto è che il Baccalà fritto è un’istituzione al sud. Non vi sarà tavola imbandita durante la Vigilia (sì perchè qui al sud la Vigilia è ancor più importante del Natale blablabla) che non ne abbia almeno otto tonnellate. Una moria di Baccalà si abbatterà un po’ come i tacchini durante la festa del ringraziamento.