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E’ Mezzanotte. La Porta delle Tenebre si è appena aperta.

(non è vero ma anticipo, così quelli che cadono in catalessi prima della mezzanotte hanno qualche chance in più di essere con noi)

Poche parole. Molti fatti.

Non avevo – né ho – molto tempo ma sono felice di non aver dormito. Ho organizzato Racconti intorno al fuoco come fosse un libro. Ho inserito anche i racconti dello scorso anno e pure qualche pezzo tratto  da robetta mia pubblicata all’interno del blog, anni fa. Risultato? Più di un centinaio di pagine. E mancano  moltissime cose, inciso.

 

Io e le mie profondissime occhiaie, insieme alla voce sensuale di Max (Carla scherzo, santo cielo! Pistacchi per tutti!), inauguriamo ufficialmente racconti intorno al fuoco così. E’ aperto a tutti tutti tutti tutti. E come ribadito più volte: niente paure, paranoie, “non sono in grado”, “non sono bravo”, “vorrei ma”, “non so se”.

Puro ed esclusivo divertimento, partecipazione e socializzazione. Niente di più.

Il corpino era troppo stretto e i sedici gancetti stavano quasi esplodendo. Le stecche sembrano ripiegarsi tanta era la trazione e i merletti ben stirati sul davanti facevano una piega diversa a causa del gonfiore dell’addome. Era stato un pranzo pesantissimo ma dopo aver digiunato per tre lunghi giorni, in preda ad una scocciatura con il marito, il cibo fagocitato velocemente non era proprio riuscita a digerirlo. Era rosa cipria l’abito, con nastrini che si rincorrevano come due gattini piccoli sull’erba. Non facevi in tempo a capire la trama dell’intreccio che ti giravano un po’ le pupille. Era discontinuo ed enigmatico quell’abbracciarsi di nastro e, mentre il colletto rimaneva ben stirato dritto sul collo perché almeno quello non si era gonfiato, arrivò il maggiordomo.

“Tè, Madame?”

Fiorio all’angolo. Si fermò a prendere un gelato allo yogurt. Le piaceva tantissimo. Era amaro e non stucchevole come quello delle macchinette che riempiono un cono o una coppetta in quei ridicoli distributori di acciaio ormai sparsi per la città. Prendeva sempre il gianduja lì; del resto Fiorio era proprio conosciuto per questo gusto nella città che ormai da anni era anche un po’ sua. Percorrendo la via che l’avrebbe portata al mercato si rese conto di come in fondo non fosse per nulla cambiata la zona della Crocetta. Aveva voglia di prendere un clafoutis pere e cioccolato alla Torteria Olsen. Aveva voglia di ricordi e di abbracci che non poteva ricevere se non concentrandosi molto per affidarsi ai ricordi.

Il clafoutis, doveva ammetterlo, non era per nulla dissimile da quello che le preparava sua mamma quando lei con il vestito azzurro di cotone fatto dalla zia saltellava con la corda fuori in giardino. I merletti svolazzavano mentre rideva senza motivo; cosa che le riusciva già da tantissimi anni difficile. Non tanto trovare un motivo, perchè non lo aveva, quanto ridere in sè.

Nella sua cucina, poco distante da dove quel buon gelato le rinfrescava il palato la domenica mattina, scriveva su un quaderno comprato alla Feltrinelli quello che le era accaduto durante il giorno.

Aveva salutato la signora Rossi affacciandosi al mattino per riprendere la roba stesa. Aveva abbassato un po’ la fiamma della moka quando stava per salire profumando anche le piastrelle. Aveva deciso di non stirare e continuare ad accumulare nel cesto di vimini dove anni prima c’erano un panettone, una bottiglia di vino e un cotechino. Aveva poi sistemato la spazzatura da buttare e  se era un giorno dispari scendeva giù con le buste per sistemarle nei cassonetti e risalire. Aveva riposato su una poltrona e fissato il televisore spento. Qualche volta aveva mangiato un uovo o due fili di spaghetti sconditi aggiungendo l’olio dopo. Aveva visto il programma televisivo deprimente del pomeriggio lasciando scorrere le immagini senza sentire perchè si ostinava a non pigiare nuovamente sul mute, messo anni prima, e aveva aspettato la sera.

Il gelato allo yogurt era proprio una festa, pensava mentre il sole le bruciava un po’ la pelle. Per il clafoutis avrebbe dovuto aspettare. Non poteva lasciarsi sopraffare dall’ingordigia anche perchè doveva andare a fare colazione come ogni domenica mattina nel suo bar preferito.

Mezzanotte e dodici minuti. Era riverso per terra. Su un pavimento di marmo pregiato color avorio scorreva il rosso con pezzi di carne ben visibile. La parte superiore non era riconoscibile. Più volte trafitto e squartato aveva subito barbare sevizie. Piccoli tagli dapprima per una sofferenza cosciente, diventati poi accanimento per chi aveva provato smisurato piacere nel sguazzare tra rossi e schizzi.

Intorno a lui era stato disegnato un tracciato con vernice color ocra; un cerchio dove lungo la circonferenza a intervalli regolari vi erano dei piccoli lumini accesi. Gli stessi che fiocamente illuminavano il corpo inerme, deturpato e massacrato proprio nell’esatto punto della circonferenza.

L’ispettore richiuse dietro di sè il cancello dove stazionavano già gli agenti con lo sguardo assonnato. Avevano mangiato, visto la partita e nei dormitori credevano di dover passare un’altra notte priva di allarmi e chiamate urgenti.

Camminò lentamente. Al telefono gli era stato detto che avrebbe visto dinnanzi a sè la scena più cruenta di tutta la sua carriera e che forse mai nessuna avrebbe potuto equipararla in futuro.

Respirando affannosamente si diresse verso quella luce fioca perfettamente tonda che intravedeva già nonostante il percorso fosse piuttosto lungo. A passi volutamente lenti cercava di godersi a pieno quegli ultimi attimi di calma. Avrebbe dovuto concentrarsi al massimo e trascorrere parecchie notti insonni. Studiare ogni minimo dettaglio e capire gli elementi nascosti nella scena del crimine che  sempre parlano e gridano verità.

Non ci sarebbe stata una colazione insieme a lei, lasciata lì che dormiva beata tra le loro lenzuola.  Niente risate sorseggiando un caffè e progetti per il week end. Un caso così importante gli era stato affidato proprio perchè, pur essendo a inizio carriera, era lui il più bravo e intuitivo detective degli ultimi anni.

Le forze si sarebbero dovute concentrare tutte su questo caso e, mentre abbassava lo sguardo in segno di saluto verso il fotografo e i collaboratori, arrivò lì. Quasi a ridosso di quella linea color ocra che tracciava il confine tra la fine di quell’Estate trascorsa troppo velocemente e l’inizio di Settembre con il primo caso. Un po’ come il primo giorno di scuola, era arrabbiatissimo ma al tempo stesso eccitato.

Sto facendo degli esperimenti, oltre ai miei soliti brevi racconti nonsense intendo. Esperimenti  vegani pasquali . Non soltanto privi di lattosio   perchè questa sfida dell'assenza di uovo mi entusiasma parecchio e perchè non è mica vero che sono così male. Continua così la Rubrica dedicata alla

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