Home / San Valentino (Page 2)



L’undicesima coppia del Progetto San Valentino? (fingiamo che l’aspettavate, sì). Più tardi, ecco. 

Nessuno credeva che fosse una Torta Vegana anche perché il termine è talmente demonizzato che a solo sentirlo si pensa a qualche squallida dieta da red carpet o per disperati tre chili in tre giorni. Roba insomma da poco informati. E noi non lo siamo giusto? *disse con tono da Frank (tom cruise) motivatore schizofrenico in Magnolia. “E noi non lo siamo giusto? Una massa di mammollette disinformate che credono alle favole, VERO?” *agitando i capelli in preda a un delirio preoccupante. Vegan non è Detox. Detox è un termine abusato. L’abuso è un termine detox. Ha una sua entusiasmante logica, vero? (no ma mi piace mentirmi). Insomma per dire che la Torta Vegana nell’immaginario comune deve essere triste, poco zuccherata, insapore e di una consistenza “cartonata” insipida e a tratti plasticosa. Che una crema vegana debba essere quanto di più lontano ci possa essere dal concetto di torta. Ho preso ispirazione, per questa torta, da una ricetta buonissima che ho provato passo passo dal libro Cucina Etica, su cui presto blatererò pure nella Libreria di Iaia (ahimè abbandonata. Ma i miei libri sono sepolti nel cantiere che è la mia casa e quindi *disse fissando l’oblio e interrompendo la frase con la voce rotta dal pianto).

La decima coppia del Progetto San Valentino.

Un capolavoro anni ottanta diventato giustamente cult che rappresenta gli stereotipi dei classici fiabeschi sino a diventare a tratti geniale parodia di questi. The Princess Bride, La Storia Fantastica, oltre a dover essere citato tra i film (del genere) migliori di tutti i tempi, porta con sé la responsabilità di rievocare ricordi non solo importanti ma addirittura fondamentali nel passato di ogni adolescente di quel periodo (mi vedete con la mano alzata mentre lancio cuoricini? Gridando evvivaaaaaaaaaaaaaa la Principessa Bottondorooooooooooo!!!!!!?). Chi non ha mai visto La Storia Fantastica ha commesso un errore fatale; grazie al cielo si può rimediare in tempo reale (disponibile in dvd e facilmente reperibile). L’amore di Westley e Bottondoro si basa sui capisaldi sognanti di ogni favola che si rispetti. Ha in sé contenuti forti come i Grimm ci hanno insegnato con la loro dolcissima e sottile perfidia e l’armonia angelica di ogni fiaba. L’inizio è quello che preferisco, confesso. La lettura di una fiaba. Un racconto che viene da mondi lontani e un bimbo malato sotto le coperte che non è andato a scuola ma che grazie a una voce anziana, e amata, andrà ben oltre quel cancello tenendo salda la cartella. Oltrepasserà i confini della realtà per approdare in luoghi senza nome e tempo. Al contrario dell’inizio in Edward Mani di Forbice (la terza coppia Edward e Kim te la sei persa? clicca qui) non c’è una dolce nonnina bensì un nonno d’eccezione interpretato dall’eccezionale Peter Falk; che non indaga impersonificando l’ispettore Colombo su qualche crimine difficilmente risolvibile ma tra i caratteri fiabeschi e tondeggianti di una fiaba ricca di avventura e amore. Jimmy è il bimbo costretto a letto e benché preferisca passare il tempo a giocare con i videogiochi verrà catapultato in quella che rimarrà per sempre una delle avventure più straordinarie. L’effetto che mi provoca la sensazione di entrare tra le pagine del libro è qualcosa che mi stordisce piacevolmente (come non citare la Storia Infinita a proposito di questa sensazione?). Bottondoro e Westley si amano di quella purezza che odora di principesse e principi azzurri. Di quella che oltrepassa le maschere, i ceti sociali e le ingiustizie della vita. Di creature favolose e ambienti incontaminati dalla corruzione, abilmente messa da parte tra duelli, fatica e lacrime. Un amore che vince su tutto e che ha il sacrosanto epilogo di “e vissero felici e contenti”. Un amore che supera la (apparente) morte del garzone Westley per poi riesplodere con il temibile pirata Roberts. Elude la malvagità del principe Humperdinck e tra inseguimenti, incomprensioni, catture, liberazioni, duelli indimenticabili e tanta amicizia si svolge un’avventura ricca di scontri epici e mai scontati. Tutto condito dall’essenza del buono e del cattivo.

Sin City è una serie di storie a fumetti di rara bellezza nate dalla meravigliosa penna di Frank Miller, che amo. Pubblicata negli Stati uniti con uno stile raffinato dark e noir, racconta le storie che avvengono a Basin City (abbreviata in Sin City, per l’appunto). Ambientata nella Gomorra fumettistica ovvero la Città del Peccato dove si intrecciano e diramano storie indipendenti che diventano micro e macro storie le une nelle altre, è di quelle letture che non andrebbero mai tralasciate. Neanche per chi proprio amante del genere fumetto non è. Ero a Rimini quando per la prima volta ho aperto il primo volume. Io e il Nippotorinese ci conoscevamo da poco tempo. Lui lavorava in giro per il mondo con la base a Coriano, paesino che porto nel cuore e nel quale vorrei ritornare; fosse solo per fare un giro al supermercato Boschetto e poi alle Befane (e poi correre dalla mia Luci, sì. E Frugoletto). Lavorava moltissimo quando era fermo in Italia e visto che non poteva sempre lui volare a Catania, a volte per lunghi periodi stavo io lì. Due, tre settimane. Ci vedevamo praticamente solo la sera. Io stavo tutto il giorno ad aspettarlo. Avevo un enorme portatile che pesava dieci chili. Rosso. Si chiamava Kokoro e una delle prime chiavette fiammanti che mi permetteva di connettermi. Stiamo parlando di dieci anni fa nonostante sembri proprio pochi fogli girati di calendario fa.  Non sono mai stata particolarmente amante di questo genere e il Nippotorinese lo sapeva eccome; solo che il disegno e i colori, era sicuro, mi avrebbero fatto completamente perdere la testa. Nonostante le storie fossero troppo forti. Lontane anni luci da quello che mi piace, pur trattandosi di dark, mi sono raffrontata sin da subito con qualcosa che visivamente ha cambiato moltissimo il mio modo di concepire il fumetto e l’arte infinita che vi è intorno. Non ero ancora appassionata di Graphic Novel. Non c’era stata ancora la Satrapi che mi aveva fatto commuovere come poche volte e non conoscevo neanche il mio mito Delisle. Era proprio tutto agli inizi in fatto di fumetti. Fino ad allora. Fino a quando non è intervenuto il Nippo, intendo. Io non avevo ancora bene capito le potenzialità e l’impatto che da lì avrebbe avuto tutto questo nella mia vita e nelle influenze visive che ne sono derivate.

L’ottava Coppia del Progetto San Valentino

Non sono una fan della nuova saga di Guerre Stellari; per me esistono solo i capitoli che vanno dal quattro al sei, gli Ewok e compagnia cantante (un duetto con il mio Dart. Sospiro). Rimane indubbio però che io abbia da sempre una cantonata pazzesca per il gigante sfigurato senza arti (che detta così è proprio bella). Certo è che chi (cho cha?) ormai si infligge la pena di leggermi per una forma di masochismo preoccupante sa che il mio ideale maschile è rappresentato da Frank-N-Furter in The Rocky Horror Picture Show (si potrebbe aprire un dibattito psicologico e disquisirne fino a Pasqua) e che se proprio devo fare un nome “normale-reale” direi sempre e solo Jack Nicholson (con un’ascia in mano che grida “little piggggggg! Honey I’m home!”). Un gigante sfigurato senza arti, uno psicopatico che vuole uccidere moglie e figlio e un travestito dalla Transylvania che affetta con una motosega lo stinco del suo amante gay. Sono una donna abitudinaria e scontata.

Darth Vader/Dart Fener è il MASCULO per eccellenza (masculo per una sicula ha una valenza molto pregnante e significativa; vorrei sottolinearlo tre volte con l’evidenziatore). Questo cosa significa? Oltre al fatto che non dovrei mai abbandonare la psicoterapia e trascorrere il resto dei miei giorni tra quattro mura candide imbottite? Che il Travestitismo-potere supremo-disturbi personalità/borderline hanno su di me un appeal particolarmente forte. Quando parte la musichetta e roboticamente cammina e ansima mi sento sommersa da sensazioni tipiche della “cotta adolescenziale”. Per Frank-N-Furter c’è anche un misto di adorazione-simpatia confesso, mentre per Dart vi è proprio venerazione/sudditanza (forse è meglio non continuare perché le sirene sono lì in fondo che si avvicinano). Va da sé che i primi tre capitoli della nuova saga di Lucas (nessuno mi dica che ce ne saranno altri o spacco tutto) essendo a lui interamente dedicati mi hanno interessato esclusivamente per questo. A me mica importava di sapere chi, come, quando e perché. La guerra, frizzi e lazzi e compagnia cantante (oggi si può indire la giornata della compagnia cantante?). A me interessava solo il percorso della vita del mio fidanzato-padrone (datemi un calmante). Dall’infanzia alla morte l’unico scopo era seguire, capire, comprendere e amarlo incondizionatamente ancora di più. Ricordo ai gentili ascoltatori (?) che sono sempre quella che stava dalla parte di Freddy e Jason. La stessa che comprendeva il disagio mentale di Michael Myers e che per certi versi lo giustificava; perché mai avrei dovuto tifare per la Repubblica? IMPERO! Dart è il mio padrone (lo vedete come sto messa? lo vedete? E’ grave. Me ne rendo conto *disse tra le macerie della sua casa distrutta*).

L’antieroe per eccellenza. Sono sempre stata dalla parte dei più deboli in fondo (?). Facile tifare per Superman (anche perché l’unico eroe che mi è piaciuto è stato e rimane sempre e solo Batman. Ma poi. Mi piaceva Joker e. Perché sono spudoratamente sincera rischiando di apparire ancor più psicopatica?) ma per Dart? Chi era dalla parte di Dart?

Io *disse agitando la manina.

La settima coppia del Progetto San Valentino

Seriamente dai. Ce ne sono troppe di coppie. Mentre mi trastullavo tra Lady Marian e Robin Hood pensando di poter fare anche una bella pie in loro onore (o al massimo la zuppetta carotosa che compare in una scena clou), Harold e Maude, Lady Oscar e Andrè e Cary Grant con Ingrid in Intrigo internazionale senza dimenticare Ferro 3, Dolls, Time e.E.E.E.

E mi sono detta sì d’accordo il cinema impegnato. Sì d’accordo ho trenta anni e passa. Sì d’accordo sto con un cinefilo e mi scoppierà a ridere in faccia semmai dovesse leggere questo delirio sgrammaticato. Sì d’accordo ma santo cielo. Vivian e Edward vogliamo non metterli? Seriamente chi (in)sano di mente non li piazzerebbe nella pole position delle Coppie più Belle? Certo mica Baby e Johnny ce li dimentichiamo in un angolo o Molly e Sam diventano fantasmi che non valgono un penny (cielo ma quante citazioni assurde riesco a fare? E soprattutto cretine. Volete farmi i complimenti per cortesia?) ma diamine. Pretty Woman. Alzi la mano chi non l’ha visto almeno quindici volte! (mamma abbassa la mano). Poi martedì sera, immobilizzata a letto dopo la caduta, lo rimandano su Rai Uno e mi dico: è un segno (è un segno che devo ricoverarmi).

(per dovere di cronaca: sì. Ho pianto di nuovo alla fine. E ho emesso gridolini quando ha messo lo smoking per dirigersi all’Opera. Gere in smoking è una dura prova da affrontare)



No ma io con i Gingerbread non ho un problema dai. No. Non li attacco ovunque facendo anche mini ballettini davanti agli alberi. Non ci finisco con collane chilometriche su La Sicilia visto che ho tediato il web intero. Non emerge neanche nei miei pasticci quella che potrebbe erroneamente apparire come una mania. Non ci faccio cestini di vimini interi per portarli in dono (ho perso la diapositiva) e neanche Video in Stop Motion. Non ne provo diverse versioni continuamente dal vegano al gluten free. E neanche ci deliro su e li metto nel mio primo Libro.

Io proprio con i Gingerbread ho un rapporto indiscutibilmente sano e moderato (regia sì, i buuuuuu possono partire). Insomma però (ah vero li ho fatti pure in formato Zombie morbidoso sanguinante) con la finestra di Caramella in formato cuoricino no. In realtà volevo farli per il libro in questa versione (aridaje con sto libro!) ma poi ho optato per le Finestre nelle Stelle e ripetere non era proprio il caso. Allora mi ero detta che li avrei rifatti ed eccoli.

La sesta coppia del Progetto San Valentino

Come ho avuto modo di ribadire piùpiùpiùpiù (ad libitum) volte, Rosemary’s Baby è un’altra visione che sento dentro (qui l’ho inserita in Cibo e Cinema). Da quando avevo poco più di tredici anni. Negli anni sono cambiate molte cose. L’amore viscerale per il Cinema del Sol Levante è arrivato solo ed esclusivamente grazie al Nippotorinese, senza il quale poco avrei imparato (in generale, intendo. Della vita stessa, specificando); c’è da dire che quello però che c’era “nella mia vita precedente” non solo è rimasto ma si è cementato. Rafforzato e insediato. Sino alle viscere. Ero davvero molto piccola e ingenua quando ho visto per la prima volta Rosemary’s Baby. Era in videocassetta. L’avevo vista in una videoteca; ma non certamente da Blockbuster che a Catania poi è arrivato in leggerissimo ritardo pari a più di un decennio rispetto al resto dell’Italia “civilizzata”. Si tratta infatti, di collocare l’esperienza Ammmerigana Blockbuster (e conseguente McDonald) nell’età di fascia d’età pari ai vent’anni. Prima però c’era Ciak. Gestito da una coppia giovane (lei addirittura credo fosse Venezuelana o comunque dell’America del Sud; roba che per la provincia catanese era qualcosa che andava “oltre”. Di una tale modernità da essere “razionalmente” inconcepibile. Retroscena: fuggì e divorziò dopo due anni ma insomma non è di questo che dovrei parlare, giusto?). Avevo la tesserina. Roba che se ci penso. Allora mi sentivo una persona adultissima (i superlativi non sono mai abbastanza).  Non avevo le chiavi di casa (le avrei avuto intorno ai vent’anni perché mamma si sa è di larghe vedute) ma possedevo il potere di una carta completamente intestata a me tutta carica (confesso che avendo due videoregistratori qualche volta ho commesso atti pirata registrando film in videocassette vergini. Ok Polizia Postale arrestatemi! Li facevo anche per parenti e amici. Gratis eh. Anzi ci rimettevo il tempo e il costo della videocassetta ma una Signora non dovrebbe far notare certe sottigliezze *disse buttando giù un po’ di tè con il mignolo alzato*). Uno dei primi film Rosemary’s baby che ho poi deciso di duplicare in barba all’illegalità insieme a Dirty Dancing.

Ahem… (che va detto all’epoca era assolutamente autorizzata. A me ad esempio l’ha spiegato il Signore di Ciak come duplicare. O forse era solo gentile e dolce. Emerge un quadro inquietante. Lui dolce e gentile e la Moglie giovane venezuelana che lo lascia. O è stato lui a lasciare lei? Ma perché adesso mi sono fissata con la storia matrimoniale del Signore di Ciak? Inspiro espiro e vado avanti. E se li inserissimo tra le coppie di San Valentino?)

Rosemary’s Baby. Una calamita. Già la copertina del film mi aveva ipnotizzato. Poi comincia innescando un’inquietudine reale che ha continuato a perpetuare nel tempo aggiungendo sempre più nuove sfumature. Negli anni. Nei decenni. Perché si comincia con quell’immagine della culla e il volto dolce di Mia Farrow in uno sfondo verde, che definire angosciante e paralizzante è riduttivo,  sotto le note “esaurite” e quel lalala-lalala (che se vuoi sentire – clicca qui. Anche se ormai  è quella di Pani che porto nel cuore, che se vuoi sentire – clicca qui). E’ un lalala rassicurante e raggelante. E’ come essere accolti finalmente da qualcosa di materno dopo un lungo freddo per poi sentirsi ghiacciare  l’anima. E’ un film che ha vinto Premi Oscar, Golden Globe, David di Donatello e qualsiasi tipo di statuetta e riconoscimento (e sono sempre pochi). Roman Polanski, lasciando perdere le questioni personali che non conosco e dalle quali mi discosto fermamente, ha tutta la mia stima. Visiva. Dopo L’inquilino del terzo piano che mi aveva mandato al manicomio tanto per bellezza, ha poi fatto l’en plein. Una denuncia (che gli costerà poi molto in termini personali, suppongo) contro le aggregazioni potenti degli ambienti “alti” newyorkesi, vere e proprie congreghe del potere maligno. Da qualunque punto di vista si voglia vedere. Ma procediamo con calma *disse tirando un sospiro di sollievo; anche perché devo tenere a bada la mia smania di parlare delle letture che ho fatto al riguardo e concentrarmi, visto il tema, solo ed esclusivamente (vabbè con meno disciplina di quanto sto professando) sulla coppia protagonista (ma è difficile non diretuttoquellochevogliodire *sempre tutto di un fiato).

La quinta coppia del Progetto San Valentino  Lupin è davvero incorreggibile, ineguagliabile e furbo (lupinlupin*continuò a cantare agitando le anche per giorni. Se solo avessi delle anche funzionanti dopo la caduta intendo). Come nel caso di Morticia e Gomez si tratta innanzitutto di un disegno trasformato in movimento.

READ MORE
POST TAGS: