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Un’insalata frutto-verdurosa buona da impazzire che mi ha definitivamente conquistato nonostante non sia una grande estimatrice del kiwi. Si tratta di sbollentare semplicemente gli asparagi in acqua bollente e poi condirli con uva (privata dei semi), pezzotti di kiwi e lattuga o verdura che si preferisce. Io impazzisco per lo spinacino fresco ma anche la rucola potrà certamente essere presa in considerazione. Pochissimo limone emulsionato con olio extra vergine d’oliva e una grattugiatina leggerissima di lime a patto che non sia trattato perché potrebbe fare male davvero. In quel caso andare di amuchina (vi prego) e ricordarsi sempre di lavare con cura perché è davvero (ma davvero) dannoso. E’ un’insalata fresca, autunnale e insolita che non passerà inosservata. Basta davvero pochissimo per realizzarla e il connubio dell’uva con l’asparago che si spappolerà nel palato con la morbidezza del kiwi non potrà che conquistare  (dopo aver fatto rabbrividire i più puritani). Assolutamente da provare in abbinamento a del seitan reso cotoletta (per quanto mi riguarda) oppure con del pesce magari al vapore (cotto con un po’ di alga nori perché no. Darà un odore davvero particolare al tutto) o al cartoccio.

Uff sì il mio sogno è fare cotolette di cocomero e allora? Sono quella che mette i mirtilli sulle polpette, la mela nell’insalata e il cocomero con la cipolla di Tropea. Quella che insiste che il mango con il caprino ma allo stesso modo con i mirtilli è davvero un ottimo abbinamento e il feta si può davvero servire con tutto, soprattutto con i fichi dopo averli arrotolati nella bresaola e aromatizzati pure con una deliziosa maionese. E allora perché non dovevo prendere un po’ di pere,  tagliarle e farci un’insalata? Del resto lo dice sempre il Nippotorinese “non fare sapere al contadino quanto è buono il formaggio con le pere”.

Forte del fatto che la torta salata con mele e cipolle riscuote sempre un gran successo per non parlare dell’insalata di fragole e fagiolini che non ha lasciato più nessuno sbigottito, insomma.

Tagli le pere, tagli il formaggio (io ho adoperato un pecorino niente affatto stagionato siculo. Dal sapore dolce), sbricioli due noci che se fresche come quelle che avevo io sembrano davvero mandorle appena sgusciate (ma è una considerazione assurda che non importa a nessuno) e un lettino di spinacino fresco giusto per dare colore ma anche la rucola va bene. Il tutto condito con il mio solito dressing di yogurt che ho raccolto in una ciotolina (era Vipiteno magro 01. naturale bianco non zuccherato) con un po’ di olio extra vergine di oliva e sale. Volendo si potrebbe pure mettere un pochetto di pepe nero a patto che sia macinato sul momento. 

No. Il Nippotorinese non mangia solo questa ciotolina. No il Nippotorinese ne mangia quindici. Sì lo faccio solo per le foto. No perchè.

Ah no. Niente giustificazioni, vero *si sbatte la mano sulla faccia.

E allora? Confesso che qui doveva solo servirsi cibo mummioso, occhi putrefatti, ciambelle ammuffite e roba halloweenereccia ma visto che siccome (il che siccome è un marchio di fabbrica registrato) devo sfoltire anche un bel po’ di ricettine che stazionano (nonostante le possa ugualmente programmare per novembre) eccomi qui a destreggiarmi calendario alla mano e planner blogger (perché sì. Senza Planner Blogger non si va avanti).Ed è la volta di una vellutata di fagioli che ho servito con una polpettina croccante di riso e carota. E poi alcune carotine che ho saltato semplicemente nell’olio di sesamo mischiato in una sorta di emulsione con la salsa di soia. Ma procediamo con calma che già mi sono confusa (e vi vedo urlare “ettipareche tiseiconfusasolotu?!”. E lo so. Calma calma).

Allora è una zuppettina cremosa vellutatosa e insomma “una poltiglia” fatta con i fagioli. Quellibianchibianchi. In pratica sono fagioli e panna liquida e un po’ di olio al tartufo (che con i fagioli ci sta bene) e vai di mix. E poi delle semplicissime polpettine che se non si ha voglia di riso ma di carne perché no? Solo che così (in porzioni naturalmente maggiori) si può pensare pure di fare un piatto unico. C’è il riso, il legume, l’ortaggio, pochi grassi, carboidrati, vitamine, proteine. No dico: e che vogliamo di più? (chi ha detto “un piatto di pastasciutta” ha tutta la mia stima ma è pregato di spostarsi nell’angolino buio).E quindi dividiamo un attimo le due cose ed organizziamoci.

Cliccando qui c’è la ricettina facilissima della vellutata di fagioli con olio di tartufo (checistabene).

Cliccando qui invece c’è la ricettina delle polpettine di riso e carote (che ci stanno bene).

Entrambe sono tratte, come mi piace sempre sottolineare quando non sono farina del mio sacco, da quelle due meraviglie di libruncoli che adoro. Uno l’ho pure inserito nella Rubrica “La Libreria di Iaia” e parla di polpette (se ti fa piacere leggere la pseudo recensione devi solo cliccare qui) mentre l’altro è sulle vellutate (e a breve comparirà nella suddetta rubrichetta).

Martedì avevo sproloquiato sui fichi “prematuri” e sull’assurda follia di mettere la polpa di fichi nella maionese. In realtà quell’insalata era stata servita al Nippotorinese e al mio papetto, solo che in due versioni diverse. Quella era andata al Nippo mentre quella che si vede oggi al mio papetto Turi. In pratica vi è sempre l’utilizzo del fico insieme al feta con il pane carasau a fornire i carboidrati, solo che l’insalatina semplice e gustosa che l’accompagna è composta da: peperone, pompelmo, rucola e finocchi. Il peperone con il pompelmo (intendo peperone crudo) è davvero un connubio vincente. Avevo pochi dubbi al riguardo appartenendo alla fazione “spremitantissimolimone sui peperoni arrostiti” (anche se dopo ti aspettano l’agonia e lo spasmo); ergo perché mai non il pompelmo? Solo che se l’agrume l’annaffia nella versione cruda il risultato, soggettivamente, lo trovo più interessante. E allora un’altra elaborazione semplicissima ma colorata e divertente dove, dopo aver proposto l’abbinato feta-fico che sorprenderà di certo, non ci si ferma ma anzi: bresaola e pompelmo (condita con tanto limone e succo di pompelmo, olio extra vergine di oliva, poco sale e giratina di pepe fresco) e insalatina di peperone e pompelmo, dove a fare compagnia ci  possono essere anche foglie di valeriana o rucola e listarelle di finocchio (che il finocchio oltre ad andar perfettamente d’accordo con l’arancia fa il suo figurone pure con il pompelmo e il limone. E questo inverno mi sa proprio che provo con il mandarino).

Mi informano dalla Trinacria che un’infinità di pacchi alberga nell’ufficio del Nippotorinese. Lo stesso luogo dove mentono e mi dicono che manco terribilmente  tanto quanto i miei (orrendi) manicaretti e prove culinarie (ovviamente non è vero e festeggiano brindando ogni dì).

Papà Turi minaccia di venirmi a riprendere mentre mi racconta di aver visto i delfini dalla barca e Nanda beata continua a dire “restalllìììì che sono in pace e faccio scarpetta nell’olio spernacchiando la tua gigantografia in casa” (quella ridicola con il cerchietto di piume. Sì proprio questa qui). La cosa che mi preoccupa di più è che sia nel pacco di Luci che in quello di Max (tornati indietro contemporaneamente) avevo messo delle paste di mandorla. E’ chiaro che alla riapertura per cercare di recuperare perlomeno gli oggetti mi ritroverò davanti Slimer come nei Ghostbusters. E non ho neanche una Pistola-Spara-Pastedimandorla-Indemoniata.

Con il caldo che c’è stato (e soprattutto il tempo che è trascorso. Direi abbondantemente più di un mese) ho davvero paura di sapere cosa esattamente accade nello stato di putrefazione di una Pasta di Mandorla.

Dimentico il compleanno di Frugoletto e vengo a conoscenza del primo giorno di asilo dell’Eletto, mio nipote Super Eroe. Vengo a conoscenza pure che in “C’è Torta per te 2” c’è la mia  bellissima Cì e che Pulcetta imbottisce pomodorini senza pane. So per certo che Max continua a mandarmi pensieri che non vedo l’ora di aprire e che la Bionda Ferrarese viene uccisa dalle zanzare Killer Messinesi e pure che Ninphe è lì tra granite e sole. Non sono ancora riuscita a chiamare Katia e neanche a leggere Titti. Se continua così vedrò Hariel a Natale e speriamo solo di trovare la granita. E sogno pensando alle nuove avventure di Cey mentre commento Miss Italia con la mia Cri e Ale che uccide tortore (è una storia lunga). Vengo pure informata che è arrivato Hollo. Anzi! Che ne sono arrivati due e devo ancora estrarre il vincitore (sfortunato) che si vedrà recapitare a casa me e il mobiletto. E solo il cielo sa quanto io sia impedita (oltre a far funzionare i neuroni) nell’assemblaggio di qualcosa. A partire dalle sorpresine kinder intendo.

Insomma per dire che sto perdendo un po’ tante cose e che non vedo l’ora di recuperarle pur sapendo che non le recupererò e ne perderò altre e sarò sempre in ritardo. E’ la fine. E’ davvero la fine.

E in questa fine sempre in archivio mi ritrovo questa velocissima insalatina di isperazione JamieOliveriana. Il perché non lo ricordo neanche io ma negli appunti del mio Ipad c’è proprio scritto “Musa: Jamie Oliver”.

Sicuramente guardando “In trenta minuti” o sfogliando la sua rivista nell’Edicola Iphone c’erano questi ingredienti o l’uso (che è più abuso) che lui fa della barbabietola o. Insomma mi sono persa pure questa, giusto per ritornare al punto di partenza.

E’ una semplicissima insalatina con la particolarità di usare questi sali un po’ particolari che sulla bianca e nitida mozzarella risaltano regalando un effetto cromatico interessante. A me rievoca un po’ l’immagine della mozzarella marinata fatto lo stesso anno che tanto successo ha riscosso all’interno dell’App Gikitchen (gratis su App Store!).

Ci sarà modo di fare un piccolo trip advisor all’interno del Gikitchen e quindi tediare l’universo circa i luoghi di ristorazione, bar e gelaterie da non perdere a Torino. Come faccio ogni anno del resto; che mette un po’ d’ansia scriverlo soprattutto quando in una stanza di albergo ti rendi conto (e le luci non sono affatto sbagliate. Anzi. Filtra ancor più luce che a 1.400 chilometri da qui dove ho solitamente dimora) che le zampe di gallina ci sono eccome. E quelli che erano tre capelli bianchi sono quattro. Segno che i nani da giardino beffardi sono venuti a trovarti durante la notte trascorsa tra bagordi post bicerin e hanno spennellato per bene cute e fili. Ho voglia di vedere Brave che per qualche inspiegabile ragione hanno tradotto in “ribelle”. Perché ha i capelli rossi e ho sproloquiato (anche semmai a sufficienza) per questa mia fissa visiva. Perché li ha ricci e ribelli e ha le efelidi. E mentre sfoglio Topolino che ha la principessa in copertina e leggo la recensione manco stessi sfogliando i Duellanti come l’intellettuale Nippotorinese sento anche la nostalgia di casa. Del gazebo. Dei Nani da giardino. Di SantasignoraPina. Della tavoletta grafica. Ecco perché è quella che mi manca maledettamente. Sì certo con l’ipad e Ibis paint senza parlare di Sketchbook pro si fanno tante cose. Sì certo anche con i mille moleskine e gli sketchbook di Tiger se ne fanno altrettante altre ma. Mi manca. Il suo filo attorcigliato a me come cordone ombelicale e la freddezza che diventa calore quando tutto prende corpo. Le linee. I punti. I colori anche se pochi. L’effetto di tridimensionalità mentre guardo la finestra che ho opportunamente filtrato con una  tenda tecnica perché lo spettacolo non è che mi interessi molto. Tranne quando la lava scende giù e sta per scoppiare la pioggia di cenere nell’azzurro violento del cielo. 

Ci sarà modo di fare un piccolo trip advisor dicevo e poi vabbè tra rughe, polvere di lava e cielo azzurro mi sono persa. Ma La Deutsche Vita (ne ho parlato qui qualche tempo e fa) si riconferma gestita da esseri adorabilmente tedeschi. Chi anche poco ha avuto la sfortuna di leggermi sa della mia zia tetesca (che adesso ha un pastore tedesco e la cosa chiaramente fa ridere solo me perché sono la stupida della famiglia) e del mio amore nei confronti di questo paese (tranne quando gridavo come un’invasata crucchimaledettiiiiiiiiforzaitaaaaaliaaaaa durante i mondiali e gli europei “sapete solo cucinare i crauttiiiiii noiciabbiamo i friarellllliii e la cicoriaaaaaa tiiiièèèèèèèè!!!” ma sono dettagli suppongo). Ci siamo seduti qualche sera fa. Nelle panche esterne perché nonostante a Torino ci sia stato un Natale precoce nei primi giorni di settembre la situazione pare essersi normalizzata (nel senso che è autunno inoltrato per una sicula) e abbiamo ordinato. Un plurale scenico perché io alla Deutsche Vita vado solo in veste di accompagnatrice purtroppo. Nel menù non è presente una voce che sia una adatta a me. Ho qualche dubbio fortissimo sui crauti; nel senso che non ho nemmeno chiesto se si potessero cuocere senza olio e magheggi ma alla fine seriamente: chi se ne importa? A disposizione difatti ci sono dei barattoli di cetriolini che mi sogno la notte. Sedici calorie per cento grammi. Anche quando te ne mangi nove chili hai assimilato pochissimo, hai un alito pestilenziale che ti provocherà asocialità che è sempre una cosa bella e crampi e spasmi e.
E mica l’ho capito davvero se mi piace o no il cetriolino. Lo dicevo davanti alle facce sbigottite di: nippotorinese, sacra dottoressa suocera, bellissima cognata socia Piola. Senza pudore ho sostenuto con convinzione che non sono davvero sicura del fatto che mi piacciano i cetriolini. E che albergano in quel confine labile e pericoloso (oltre che pericolante) dove stanno i finocchi. Non ho davvero mai capito se i finocchi mi piacciono davvero oltre al turbamento fisico che mi provocano proprio come i cetriolini (anche i peperoni eh. Ma di quelli sono sicura. Mi piacciono davvero e molto e sul gusto punterei qualsiasi cosa. E sì mi sono persa la Sagra del Peperoni di Carmagnola nonostante in albergo continui incessantemente a rigirarmi nella vasca da bagno emulando Superman nella cabina telefonica. Non mi trasformo. Non mi sdoppio. Non riesco ad avere il dono dell’ubiquità. Perché?).

Pionera della frutta nell’insalata e nella pasta (sono sempre quella che ha fatto inorridire tutti con il kiwi nella pasta, ahem). Ecco cosa mi sento*disse sventolando il mantello composto da trama di buccia di mela e anguria* (sì. Ho in circolo troppi bicerin ma santocielo come vivrò al mio rientro in patria senza bicerin e caffè shakerato senza zucchero che mi mandano in estasi?).

Per dire insomma che da un po’ di anni butto giù secchiate di frutta in qualsiasi elaborazione insalatesca (butto giù secchiate di frutta è un termine tecnico culinario) e ritrovarmele adesso ovunque nei piatti di tutta l’umanità che si è finalmente convertita non può che rendermi felice. Assai pure.

A Torino in un localino delizioso [su cui sproloquierò perché al mio rientro, quando avrò l’opportunità di sistemare foto, ricordi e appunti, compilerò il piccolo Mangelo Iaiesco con Relativo IceCreamTour (che mi piacerebbe chiamare iascrimtur)] mi hanno servito un’insalata deliziosa contenente avocado e mela che replicherò non appena toccato suolo siculo.

(notato l’uso delle parentesi quadre? Pani sarà orgoglioso di me. Devo solo capire come fare le graffe ed è fatta)

Questa è una delle tantissime variazioni insalatose proposte al nippo nell’estenuante ricerca di abbinamenti e accostamenti fruttosi per un mio progettino. Ed è stata la volta dell’insalata di rucola con kiwi, tocchetti di formaggio e uva passa (ammollata nell’acqua per 15 minuti almeno). Il tutto condito con pochissimo olio extra vergine di oliva e aromatizzato con un trito di menta finissimo (l’accoppiata kiwi e menta si riconferma vincente, perlomeno per il mio-nostro gusto. Al massimo venite a prendermi a randellate sulle gengive).

Un’elaborazione semplice, fresca e inusuale che potrebbe accompagnare un secondo di carne o di pesce.

Io se dovessi pensare a un secondo leggero e fruttoso direi la Tartare con Zucchine e pompelmo (se ti fa piacere guardare la ricetta e saltare a piè pari il delirio grammaticale, clicca qui ).