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Una semplicissima insalatina con fagiolini lessi in abbondante acqua salata e fragoline di bosco opportunamente lasciate raffreddare in freezer per almeno 12-15 minuti prima di servire perché adoperarle molli, inconsistenti e che si spiaccicano nel piatto è un’immagine esteticamente orrenda e anche il gusto ne risente. Sarà perché mangio tutto praticamente crudo (i fagiolini potrebbero risultare leggermente crudi se cotti da me *disse fischiettando mentre guardava il Nippotorinese con i canini rotti in seguito all’ingurgitamento fagiolinesco*) ma l’idea del fagiolino sfatto e scotto con le fragoline molli buttate nel piatto mi fa correre un brivido lungo la schiena che non si limita solo a salire velocissimamente per poi raggiungere un culmine di dolore. Piuttosto sale come se fosse nelle montagne russe con triplo salto mortale e rifà il giro almeno un centinaio di volte. Un fastidio infinito. Ecco potevo dire solo questo (sottotitolo: se avessi un cervello funzionante).

Ho una scusa oggi però. Per i miei neuroni stanchi.  A Torino è Natale. Piove, fa freddo e per strada i bimbi si rincorrono lanciandosi vicendevolmente (devo usarlo più spesso) palle di neve. I negozianti tirano fuori le luci di Natale e i primi vischi fanno capolinea all’entrata degli esercizi commerciali. Il gusto del mese di Grom sarà panettone ne sono sicura e non è colpa mia se adesso sarò costretta a un sano shopping invernale perché non avevo minimamente preso in considerazione di dover mettere in valigia un maglione a collo alto e i moonboot pelosi fucsia.

Parlare di insalatine estive con fagiolini e fragoline mentre decido se avvolgermi i fuseaux a mo’ di sciarpa è surreale ergo in linea con questo meraviglioso e vaneggiante viaggio che sto compiendo e di cui parlerò nei dettagli al mio rientro (purtroppo per voi).

Evvabbè il titolo più lungo della storia. Sembrerebbe così complicatissimo ma santocouscous è solo un lettino di questo delizioso cous cous biologico integrale che accoglie un’insalatina leggera dal sapore acidulo dovuto al radicchio e yogurt che contrasta fortemente con la dolcezza esagerata e gustosissima di questi ciliegini di Pachino. La nota croccantissima e fresca la regala quella meraviglia che è e rimane la cipolla rossa di Tropea. Dolce e cipollosa al tempo stesso. Una sonora pernacchia alla fazione “la cipolla e l’alito cattivo!”. Un po’ di serietà. Dà più fastidio dire sciocchezze. Conosco tante persone che non mangiano cipolla per non avere l’alito cattivo e la verità è che se dicessero cose intelligenti con l’alito cattivo da cipolla sarebbe molto meglio che dire fesserie con la bocca profumata.

Più cipolle e cervello per tutti! Bisogna attuare una campagna con tanto di striscioni. Ci organizziamo?

Il doppio carboidrato potrebbe fare inorridire un po’ ma in realtà i tocchetti di pane abbrustolito e croccante, soprattutto se ai quattro cereali, daranno quella nota davvero particolare a questa elaborazione semplicissima che ho fatto per un motivo: avevo solo questo in casa. Essendo in partenza non ci si dedica all’immagazzinamento ma piuttosto alla sfoltimento selvaggio ergo il risultato è questo. Spesso vengon fuori gradite sorprese durante l’impappettamento di roba a caso che deve essere smaltita per tempo.

– Lessa il cous cous seguendo le indicazioni.

– Taglia i pomodorini, i finocchi (il Nippotorinese mi ha odiato ma io non ne avevo proprio voglia e uno stava perendo), la cipolla, il radicchio rosso.

– Tosta con pochissimo olio dei tocchetti di pane tostato.

– In una ciotolina versa dello yogurt bianco naturale non zuccherato, un po’ di sale e del sedano ridotto in poltiglia con qualche fogliolina di menta freschissima tritata.

– Disponi il letto di cous cous. Versa sopra le verdure. Aggiungi lo yogurt e i tocchetti di pane e servi freddo.

Pocopocopocopocotempo. Ma proprio pocopocopocopocopocotempo. Ma così pocopocopocopocopocotempo che suppongo sparirò a breve per un po' *disse sotto un applauso scrosciante al grido di "e finalmente!".  E insomma sì alla fine ho fatto pure la mousse di cavolfiori giusto per non smentirmi; produrre budinetti  salati oltre che

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Un gran parlare sui pomodori neri. Quelli ritratti in foto lo sembrano poco in effetti, ma quando ho deciso di fotografarli (e smetterla di mangiarli incessantemente)  il mio Santo Fruttivendolo di Fiducia ha deciso di portarne di meno neri. Un bell’equilibrio tra noi, insomma.

I primi che ho visto erano talmente neri che per un attimo ho creduto che mi si stesse tirando un bello scherzetto. Così non è stato. Me ne sono talmente invaghita che in casa aleggia l’ipotesi che abbia sterminato questa rara tipologia e  il poveretto sia costretto a dipingerli nel retrobottega per accontentarmi. Il fatto è che il sapore, santo cielo, è pazzesco. Insuperabile. L’unica pecca, che doveva pur esserci, è che sono sodi e gustosissimi ma dopo due giorni si rammolliscono moltissimo . Uff, per questo ne devo mangiare due chili in ventiquattro ore! E’ una questione logistica.

Papà ormai mi fissa incredulo e pronuncia la fatidica frase “e allora questo fa dimagrire?”. Qualsiasi cosa io gli proponga in tavola lo attanaglia il quesito “fa dimagrire?”.

Se qualcosa viene mangiato da me ormai per tutti significa solo che: fa dimagrire. E’ ipocalorico. Molti seppur velatamente aggiungono il sottotitolo: e fa discretamente schifetto.

Potrei pure mangiare un pezzo di lardo di Colonnata fritto nell’olio ma ormai la mia credibilità in fatto di cibo ipocalorico mi permette un’attendibilità talmente smisurata che potrei pure spacciarlo come “il cibo più magro del mondo”.

A volte mi vedo proiettata su uno schermo sorridente (dopo aver fatto un trattamento sbiancante all’arcata superiore e inferiore) mentre asserisco puntando gli occhioni da cerbiatto (che non ho) in camera con accento fastidiosamente minaccioso “vuoi perdere ottanta chili? ti spiego io come!”.

Certo per tutte le donne è già un’eroina chi perde cinque chili, nei momenti di particolare stress. Se becchi quella che ne ha persi ottanta  e passa ti viene voglia solo di fare due cose:

– erigerle una statua in gesso con tanti nani da giardino intorno (viste le circostanze mi parrebbe una bella iniziativa quella di accompagnarla a siffatta dolcissima compagnia)

– picchiarla a sangue, strapparle i capelli e urlarle in faccia “maledetta ti odiooooooo! come hai fattooooo str****** bipppppp * bipppppppp * BIPPPPP* !!!!”

Considerando il fatto che ben conosco l’universo femminile mi pare che la seconda sia quella più accreditata ma è anche vero che si riesce a fingere benissimo e si passa alla prima opzione per decoro.

Io, ad esempio, durante il mio dimagrimento ho avuto delle persone marce di invidia. Piuttosto che incoraggiarmi avrebbero voluto confezionare per me panini con maionese e salame e tante patatine fritte. Fortuna che il ricordo  è diventato barzelletta ed oggetto di scherno da qui alla mia dodicesima generazione. Ricordi ridicoli a parte credo fortemente di non avere nessuna nozione specifica in fatto di dieta ipocalorica. Non mi sono mai nascosta nè mai mi sono vergognata ad ammettere di stare al momento combattendo contro un disturbo alimentare totalmente diverso.

Oh mi piace tanto averne che ho voluto proprio farmi tutto il catalogo. Sono un tipo preciso che non lascia nulla al caso. So ‘na professionista io ahiò! (come sto andando? Romano e sardo in colpo solo. Max e Cri staranno applaudendo).

Per dire che mi terrorizzano un po’ queste email che mi ergono a eroina dei nostri giorni che dovrebbe dispensare consigli. Il mio consiglio, vero e sincero, è non seguitemi. Non sono un esempio. Sono tutt’altro. Il mio percorso è stato complesso, difficile e troppo repentino. Quello che ne è conseguito è stato drammatico e faticoso. Non essendo ancora un cammino finito mi riservo quindi di parlarne in futuro. Sta di fatto che in nessun modo io posso essere d’aiuto. Incoraggiare sì, santo cielo. Sarò la vostra fan numero uno. Si potrebbe pure organizzare un gruppetto con “ciao sono Pina e ieri ho mangiato otto chili di panettone con la panna. Ho esagerato?” e “ciao sono Lina e ho perso tre chili con fatica ma adesso mi sparo un’impepata di cozze e al diavolo tutti”.

Perché potrei alzarmi pure io e dire “ciao sono Iaia. E non sono maestra di niente. Sono malata ma non ho paura di ammetterlo e quindi guarirò”.

Vento  a più di 60 km/h. Allarme meteo in Sicilia, scuole chiuse e plaid-piumoni buttati addosso per proteggersi nella terra del sole dove già a 15 gradi gli indigeni locali battono i denti all’unisono lamentandosi “brrrrr che freddo”. Se per certi versi ero felice stamattina all’alba perché speravo di poter rispolverare le mie doti da Mary Poppins aprendo un ombrello, acchiappando una borsa e volando verso i tetti, quello che mi si è poi presentato davanti agli occhi è stato uno scenario raccapricciante. Non è volato il gazebo. Non è volato il dondolo. Non è volato il tavolo e neanche le sedie a sdraio. Avevo puntato sul fatto che sarebbe volato il bonsai ma  nemmeno quello. Nella mia stoltezza non ricordavo i nanetti piccoli nell’angolo del Gazebo. Quei nanetti che da anni vivono lì.

Leggerissimi e piccoli. Li avevo acquistati dal signore che vendeva nani sul cofano della macchina ( non ci credi? diffidente! clicca qui!) e confesso. Un significato e un affetto particolare. Oggi mi ritrovo con cocci di nano da giardino tra le mani invocando la tragedia e maledicendo questo stupido vento. Doveva servire a dimostrare che con quello giusto si può volare e andare a fare la baby sitter in paesi pieni di pinguini che fanno i camerieri e invece no. Nefasto. Giorno nefasto, questo.

Oh ma ve li ricordate i pinguini che facevano i camerieri, vero? Perché se così non fosse direi di dare una ripassata a Mary Poppins che è sempre cosa buona e giusta. Prima di trascorrere la giornata piangendo, incollando e litigando con il vento lascio giusto due appuntini velocissimi in cucina.

Uh, la vecchiaia quasi dimenticavo. Ieri su Twitter ho fondato il PDC– Il partito del Cuoricino. Il programma devo ancora presentarlo ma nonostante questo molte adesioni sono state fatte con mia somma gioia; a dimostrazione del fatto che:

“Più cuoricini per tutti”, è la soluzione per salvare l’Italia. E’ un lungo percorso e anche discretamente faticoso ma pian piano, coadiuvata dai miei nani da giardino ( anche morti-risorti-zombie) conquisteremo il mondo e porteremo il giusto apporto cuoricioso per un quieto vivere.

 たまご Tamago=Uova e やき Yaki=alla griglia letteralmente “Frittatone”; un malloppotto uovoso giapponese perfetto per essere conservato nei bento box. Generalmente vengono mischiate uova, salsa mirin e diversi componenti senza dimenticare la soia e il sakè che in alcune elaborazioni è onnipresente. Non volevo che mancasse questa base in archivio, un po’ come l’okonomiyaki (cliccca qui per la ricetta), solo che poi piuttosto che fare il classico roll tamagoyaki è venuta fuori questa sorta di pasticcio molto usuale anche in Oriente. E rimandiamo il tamagoyaki originale, va. Incredibile come io non l’abbia mai fotografato. Mi sono talmente stupita che poi per riprendermi ho dovuto schiaffeggiarmi; ma sono retroscena inquietanti che potrei omettere.

Certo non avevo la piastra di Marrabbio (il grembiule di Licia, gatto Giuliano sul telefono rosa e Mirko in arrivo dopo il concerto e il colorante per capelli di Satomi) per cuocere degnamente e il sapore ne ha di certo risentito ma rimane un’idea base velocissima ed etnica.

La cucina di mamma come tutta la casa è completamente diversa dalla mia. Ho sempre vissuto in una casa enorme, calda e accogliente. Con i tetti alti di legno e travi. Camini e forni e cappe giganti. Finestroni da dove vedi il mare e l’Etna in eruzione con spazi inutilizzati grandi e freddi. Poltrone antiche e tavoli di cristallo dove non si è mai pranzato e bagni senza alcuna ragione di esistere. Camere per gli ospiti e luoghi dove mettere scarpe, vestiti e amenità. Terrazze, balconi e.

E ogni volta che entro in quella che ancora è e rimarrà per sempre la mia casa mi perdo un po’. Abituata ormai all’asetticità della mia. Fredda, moderna, lineare e senza gingilli, soprammobili, barattoli per lo zucchero e il caffè; entro davvero in uno stato confusionale. Ci sono i piatti appesi al muro che ho dipinto per mamma quando ero piccola. Ci sono i quadri che mamma ha appeso per mostrarli orgogliosa ad amici, parenti, conoscenti mentre io vorrei solo nascondermi.

A venti anni ho disegnato un quadro orrendo con una sorta di Cleopatra e tanto di tappeto simil tigre peloso. Ai limiti dell’osceno sta lì tronfio all’entrata dello spogliatoio e mamma dice “Bellissimo. Bellissimo” ogni volta che passa dopo che io gettandomi in ginocchio l’ho supplicata di buttarlo nel camino.

E’ un po’ un mausoleo la casa di mamma. E’ diventata una vetrina che racconta la mia vita. Una sorta di timeline con orari precisi e periodi e c’è un misto di tristezza e malinconia quando vago tra quelle mura. Non mi piace molto cucinare  a casa di mamma. Non c’è lo sbattitore elettrico e le fruste e non ci sono i coltelli di ceramica. Le forchette non sono perfettamente allineate e nessuna cosa è sistemata per nuance di colore. Capita addirittura di aprire un cassetto e trovare una pentola fuori posto non perfettamente sistemata in ordine di grandezza. E allora mi giro e dico a mamma “sistemiamo?”. Lei mi guarda e dice sempre la stessa identica cosa “non pensavo che saresti diventata così”.

E se certi giorni è un complimento, altri no. La conserva di cipolle caramellate l’ho cucinata da mamma. Avevo voglia di mettere un barattolo su una mensola ed io che mensole non ho se non librerie Kartell arrotolate un po’ come mi gira, ho deciso che dovevo tornare lì, nel mausoleo di ricordi dove quella Cleopatra non scomparirà.

La luce è completamente diversa e senza il bianco non so fotografare. C’è troppo marrone, vita e colore. C’è un vissuto che non ho e barattoli di ricordi che ancora devo riempire e catalogare e anche forse ridurre in pillole perchè al contrario di mamma io spazio ne ho poco. La mia casa è totalmente diversa;  per scelta l’ho voluta piccola, asettica e maniacalmente ordinata ( ora non che mamma non sia maniacalmente ordinata eh! Parliamo di due psicopatiche ma con un modus operandi diverso).

Anche se un trasferimento è previsto perchè i pupazzetti hanno davvero bisogno di spazio. Lo faccio per loro. Solo per loro.

E’ una ricetta semplicissima quella delle cipolle rosse di Tropea caramellate. Mentre le affetto mamma mi racconta di quando da piccola andava a Tropea. Spostandosi nella sua terra da Scigliano al mare. Mi racconta delle partite di pallone e di quando papà la faceva soffrire. Di quando rubava i bocconotti;  io non posso non pensare a Cey che schifata dice “No, io odio i bocconotti”. Eppure sono i dolci preferiti della mamma. E qui si sono cucinati esattamente un anno fa ( clicca qui per la ricetta dei Bocconotti)

La ricetta la prendo proprio da un regalo meraviglioso fattomi da Cey e Fab, ovvero le Stagioni di Donna Hay dove le immagini somigliano molto più alla cucina di mamma che alla mia. Dove vi sono cestini colmi di prelibatezze, bimbi e vecchi.

A casa di mamma si entra con le scarpe, e da me non si fa. I bacilli e i batteri sono fuori. A casa di mamma si mangia in un tavolo grandissimo dove ci possono essere forchette di colori diversi, e da me no. Ci sono forchette uguali e allineate. A casa di mamma ci sono tanti quadri ai muri che raccontano diverse storie, e da me no. Solo due stilizzazioni rosse e nere senza storia, identità e vita. A casa di mamma si può essere vivi, da me eterei e senza corpo.