Home Blog Page 270

Tortino di Carne (umana)- Sweeney Todd

38

Di countdown non ne faccio mica parecchi. Nella stragrande maggioranza per quelle poche ricorrenze personali che ne valgono davvero la pena;  ammetto talvolta anche per alcune  feste comandate di cui subisco  sin da piccola l’innegabile fascino. Troppe renne saltellanti e scoiattoli felici su abeti però mi fan venire voglia di colpire tutto il reparto casa della Rinascente o Coin con una mazza ferrata per poi passare allo squartamento con la motosega *Faccia di Cuoio docet * dell’allestitrice di vetrine  ma. Ma placo questa violenza improvvisa puntando gli animaletti come Doug in Up. Sick  grida “Scoiattolo!” per distrarmi ed io  fisso inebetita l’animaletto ed il resto diviene ricordo (questo “Scoiattolo!” lo dedico a Ilaria, inciso). Se c’è qualcosa però capace di rendere questo countdown un masochismo crocettoso su calendario è senza alcun dubbio un’opera burtoniana. Perchè sì Lynch, sì Miyazaki (vogliamo parlare dell’imminente Porco Rosso?) ma ammetto che l’ansia cresce in maniera esponenziale se si tratta del  padre di Staring Girl.

 Nonostante mi abbia deluso più volte (che il cielo mi perdoni per questa affermazione) mai ho pensato che in quella successiva non potesse esserci una strabiliante sorpresa. E in un modo o nell’altro sono stata comunque  ripagata. Quando mancava ancora un po’ per la visione di Sweeney Todd tra la sofferenza più cupa, perchè si sa che gli ultimi giorni sono terribili assai e il tempo tende a rallentare manco fosse al raccordo anulare durante l’ora di punta, ho divorato nel giro di qualche ora uno di quei libruncoli sfornati per l’occasione rivelatosi illuminante. Al contrario dello stupido  fumetto di Alice con disegni francamente insulsi ma in contrapposizione con  un’encomiabile trasposizione fumettosa di Nightmare Before Christmas . Insomma entusiasmi, letture, approfondimenti e sì. Ne subisco irrimediabilmente il fascino.

Come con Sally  e Emily non è stato difficile identificarsi in Miss Lovett. Incosciamente qualsiasi personaggio femminile il Maestro *inchino* faccia rivivere si impossessa un po’ di me. Roba che dovresti parlarne con uno psicanalista direte. E lo faccio, dirò (Foto esplicativa di Possessione durante la profanazione di Emily in The Corpse Bride alla vostra sinistra Sior e Siore). 

Mentre mi chiedevo quanto realmente scomodo dovesse essere indossare abiti vittoriani succinti durante il massacro di un simpatico ometto che sarebbe diventato una succulentissima pietanza da asporto nel giro di pochi minuti o una sorta di avo del finger food da gustare nella locanda sotto il barbiere Sweeney ho capito che sì (riesco a fare anche periodi più lunghi e incomprensibili senza punteggiatura eh). Al più presto devo tirar fuori macchina da cucire, ago e filo e dedicarmi seriamente alla realizzazione del suddetto. Sperando che Sick  da bravo bambino voglia indossare una parrucca che ricordi un po’ Crudelia Demon. Tra l’altro gli si addice di più ma credo sia un’altra storia. Quando faremo dalmata in brodo approfondiremo (ma io e Bigazzi abbiamo lo stesso destino forse?)

Questa ricettina facile e veloce entra a far parte della categoria Cibo e Cinema dopo la Cherry Pie.  In verità fremo all’idea di digrignare i denti e dire “ffrrrrr un buon fegato e fave con un buon Chianti” come sagacemente mi ha segnalato il prezioso amico Black, al quale sono riconoscente perchè nell’elenco che continuo a stilare giornalmente stupendomi continuamente per quanti la memoria me ne stia suggerendo questo mi era proprio sfuggito. E il nostro dolce bravuomo Hannibal  Lecter non può certo passare inosservato.

La ricetta l’ho scovata su  un blog americano che poco sagacemente non ho aggiunto ai preferiti. Mi dispiace non poterne citare la fonte. Suppongo che verrò relegata in qualche segreta e ridotta in brandelli qualora il tizio in questione finisse qui. Essendo improbabile mi rassereno e vado avanti impavida.

driiin. citofono. “chi è? “ “sono l’americano a cui hai rubato la ricetta sul tortino di carne” “ma ho messo un uovo invece che due!” ” ah ok. allora torno in america.ciao” “ciao”.

Fortuna che non sia ricordato. Anche lui ne consigliava proprio uno di uovo (e cominciare con Anche è a dir poco prodigioso). Dicevo ? Ah sì. Gli ingredienti sono: pasta brisè (Il Bimby era impegnato a fare crema inglese e senza troppe paranoie ho usato due rotoli già pronti da 230 grammi che corrispondono ad un diametro di circa 30 cm),  300 gr di carne tritata di fidanzato nippotorinese, 4 patate medio-grandi, 1 bicchiere di latte, 60 gr. di formaggio (qui si è usata una toma piemontese) , 1 uovo, 1 cipolla, 1 carota, 3 cucchiai di concentrato di pomodoro,spolverata di pepe nero, paprika, 1 cucchiaio di cannella, 1/2 cucchiaio di  noce moscata, 1 cucchiaino di zenzero in polvere.

Lessare le patate. Soffriggere la cipolla, carota e i 3 cucchiai di concentrato di pomodoro in olio extra vergine d’oliva (no. Non l’ha detto l’Americano. In un’eventuale citazione in giudizio potrò portarla come prova schiacciante che codestaricettaèmiaa!* risata malvagia) . Non eccedere con quest’ultimo ma nel caso si volesse sentire un po’ di più il gusto del pomodoro aggiungere altri due cucchiai. Appena il soffritto sarà a buon punto aggiungere la carne tritata e le spezie secondo i proprio gusti. Insomma non sarò io ad insegnare a qualcuno come fare un raguettosempliciotto, insomma. Cuocere per almeno 20/30 minuti girando senza farla attaccare alla padella (perchè finiamola con la storia dell’antiaderenteceramichecippelippe a me si attaccano anche se le minaccio con il coltello. Quello di ceramica pericolosissimo eh. Niente. Si attaccatuttomaledizione!*si ricompone. Ci prova perlomeno). Finita la cottura della carne inserire in una ciotola abbastanza capiente insieme all’uovo leggermente sbattuto , la toma tagliata a cubetti piccolissimi e il latte. A questo impasto andranno unite le sei patate precedentemente lessate e schiacciate. Ovviamente per la grandezza delle patate basterà regolarsi soggettivamente. Ottenuto l’impasto che andrà a riempire i nostri tortini di carne procedere alla stesura della pasta brisè che verrà chiaramente ricoperta dalla carne e successivamente dalla pasta brisè ancora una volta. In forno a 180 per almeno 40/45 minuti. Ho dimenticato di spennellare la superficie con un uovo. Avrei dovuto, dannazione. Avrei dovuto.

Io ho preferito fare dei piccoli tortini monoporzione. Primo perchè sono fissata con la monoporzione e poi sinceramente perchè sono fissata con la monoporzione. Terzo ma non in ordine di importanza perchè sono fissata con la monoporzione. E mi sembrano essere tre ottimi motivi validi. Articolati e validi, sì.

Ma è perfetta anche in versione integrale; fatta e apprezzata moltissimo qui.

Chiamarli Gyoza è avventato, forse

29

Piccola premessa: Non ho mai guardato le statistiche del blog. Perché i numeri mi annoiano da quando sono nata e perchè in sei anni ho sempre creduto non fossero queste le cose su cui perder tempo. Sono stata poi sempre una blogger (odio questa definizione ma occorre sintetizzare*risate registrate)  che ha scritto unpoquandoleandava e nonaggregandosianienteenessuno per non trasformare un passatempo in un business di link e marchette. Solo che quando in quel coso rettangoloso c’è un grattacielo altoaltoaltoaltoalto e un banner lampeggiante del Signor WordPress che ti scrive testuali parole “Ma quanta gente bizzarra  c’è in giro che ha il coraggio di leggerti? ” non puoi fare a meno di notarlo. Per dire che. Insomma grazie. Ammetto che se già c’era un po’ di timore nel pubblicare quello che sinceramente è stata una prova non provata e nulla di più, adesso c’è terrore. Di quello puro che ti fa fissare il vuoto mentre farfugliando e vaneggiando ti chiedi “cielo. ma mi hanno guardato tutte quelle persone davvero?”.  E collassi con lo stesso sguardo fisso che ha la mucca mentre guarda i treni passare. Fine della piccola premessa. Potevo solo dire grazie ma in realtà c’è tanta preoccupazione. Sento il peso della responsabilità dopo aver ricevuto i saluti delle adorabili mamme, mogli e bambini. Cielo! Tenete lontani gli innocenti da questo canale vi prego! 

Grazie davvero*asciugandosi il nasino sulla nuova magliettina

Scribacchiavo un po’ sul moleskine circa il progetto libroso, classificabile alla voce “priorità assoluta”, mentre mi documentavo sul Hanami in Giappone. Qualche volta lo tengo tra le mani, lo accarezzo un po’ e sorrido. Come una psicopatica, sì (in quale altro modo potrei del resto?!).  Svegliarsi alle cinque del mattino per riuscir a far tutto rende le giornate sfiancanti ma tanta è l’adrenalina e l’entusiasmo che le endorfine sembrano sguazzare manco fossero in una piscina olimpionica di cioccolato fondente  nell’ala sinistra della Fabbrica di Wonka. Si aggiunge poi la notizia che un mio disegno farà il giro della Sicilia e il mio più bel regalo di Natale/Compleanno/Pasqua/Esoloilcielosacosa l’ho già ricevuto da qui fino ai prossimi due decenni. La Mondadori poi stamattina mi informa che con i  punti accumulati avevo diritto ad un buono consistente e torno a casa felice a dir poco con “Le mie ricette da Italia, Marocco, Svezia, Spagna, Francia, Grecia” di Jamie Oliver e Sapori D’oriente della Giunti che non avevo mai visto ma che pare essere fiquo con la q, a dir poco. Non posso lamentarmi quindi per quei stramaledettisssimissimi gyoza. A questo volevo arrivare, sì.

Mi sono imbattuta in una ricetta non proprio tradizionale dei Gyoza. Rielaboro: ne possiedo una in realtà ma con materiale difficilmente reperibile. Ho deciso quindi di provare questa che come sottotitolo ha proprio: ricetta con ingredienti facili da reperire in Italia.

Non è facile reperire un altro critico gastronomico nel mio caso, invece. Proprio oggi chiacchierando con un’amica esprimevo proprio il reale disagio di avere accanto un uomo che non solo non si accontenta di gusti insulsi e comuni ma possiede la capacità di far riemergere non solo  un ricordo legato al gusto ma diversi. Con aneddoti, racconti e ragguagli circa “la patata è stata introdotta nel. il peperone in latino peperonus in realtà era. Nel milleseicentoblabla nei latifondiblabla i contadinitrullalà, facciamo un funguspletauruscarotosum della famiglia dei plettorinausususu”. BASTA! Che stress, sì.

Ognuno dei ricordi-conoscenze-aneddoti-esoloilcielosacosa mi appaiono come in un diagramma di flusso che ricollego poi con calma per rielaborare  sensazioni e considerazioni. Ok su non è vero. Che rielaboro in confusioni che mi vedono protagonista di imbarazzanti siparietti tipo” Il sushi è l’alimento più famoso nella Penisola Iberica e la paella si fa a Oslo”. Roba così.

 Il Tizio pelato elabora e trasforma destreggiandosi con una maestria che francamente lascia un po’ allibiti. Certamente il merito (?) è suo se in questi due anni sono passata da : insalata in busta già lavata a decorazioni con la pasta di zucchero ma è pur vero che denoto ancora poca furbizia perché c’è da dire che confrontarsi con uno dei suoi piatti preferiti tanto scaltro non è.

I Gyoza il nippotorinese li ha mangiati in tutte le salse e quando ha vissuto in Oriente. In Piemonte, a Canicattì bagni e credo pure in un paesino sperduto dell’Andalusia. Proposti in talmente tanti modi che la proporzione gyoza: nippotorinese = paste di mandorla: sicula sembrerebbe in questa notte buia e tempestosa calzare a pennello (sì mi sono fissata con la notte buia e tempestosa E’ indiscutibilmente un’ambientazione che mi si confà. E mi si confà volevo usarlo già da un po’). Il fatto che io sia sicula e che detesti le paste di mandorla e stia digitando in una mattinata di sole sono dettagli.

Ora per prima cosa c’è da dire che: è impossibile dare la forma dei Gyoza ai Gyoza la prima volta. Ho paura che in un secondo post scriverò lo stesso. In un terzo anche e forse anche in un quattrocentoventottesimo. Ho paura che quando aprirò un blog apposito che chiamerò laformaesattadeigyozanonesiste.com sarò già in una clinica psichiatrica. Perchè seriamente la domanda da porsi oggi è: perchè non esiste un manualetto sull’esatta elaborazione della forma esatta dei gyoza? Passo Passo con la manina e schemini disegnati?

Ma soprattutto se esistesse perchè non ne sono a conoscenza? E soprattutto (ma quante cose ci sono sopra questo tutto?)  su tuttotutto perchè non ritorno alle mie insalate in busta per il bene dell’umanità ? Queste e altre domande nell’interessantissimo inserto speciale di Dicembre con 1923192381023 uscite settimanali. Dicevo? ah sì.

Impavida però e senza vergogna sono qui a ticchettare ugualmente dei gyoza. Invece di buttar via le foto e vergognarmi in qualche angolino buio per la ridicola forma. Sono qui. E Sel mi odierà, inciso.

E’ stato uno di quei momenti che si ricorderanno per tutta la vita. Sì esattamente uno di quelli che poi racconti ai tuoi figli, i tuoi nipoti, i conoscenti e la signora al supermercato che ti spintona con il carrello(dopo averla chiusa nel portabagagli mentre ti dirigi verso la prima discarica per sbarazzarti del corpo). E’ stato indimenticabile perché dopo il primo boccone ho chiesto con uno sguardo a dir poco dolcissimo” ti piacciono i Gyoza?”

“Ti prego. Non chiamarli Gyoza. Potrebbero essere dei ravioli cinesi fatti al massimo da un thailandese”

“E perchè thailandese? sono bravi a fare i gyoza?”

“No. I thailandesi non ne capiscono nulla di cibo cinese”

Così. Tanto per gradire.  Che ci faccio a fare qui io quindi ? Il Titolo della ricetta per dovere di cronaca è quindi per esteso: I Gyoza che volevano essere i Gyoza giapponesi ma che in realtà potrebbero essere dei ravioli cinesi fatti da un thailandese che non ne capisce nulla di cucina cinese.

Nel caso in cui preparaste questa meravigliosa e riuscitissima ricetta e doveste in qualche modo scriverlo su un menù basterà abbreviare in Igcveiggmcirpedrcfdutcnncndcc (le iniziali di I Gyoza che volevano essere i Gyoza giapponesi ma che in realtà potrebbero essere dei ravioli cinesi fatti da un thailandese che non ne capisce nulla di cucina cinese. E ho pure controllato se le lettere fossero giuste. Roba che non ci si crede)

Ricetta tratta dal Libro (saggiamente bruciato sul terrazzo) di Kyoko Asada (che spero non me ne vorrà se le faccio un presente: prrrrrrrrrrrrrrr) “Il giappone in cucina” Ricette facile di realizzare in Italia edito da Hoepli.

Alla voce difficoltà scrive  “un po’ difficile” (altro presente: prrrrrrrrrrrrrr)

La Ricetta

Ingredienti: 500 grammi di farina manitoba, 200 grammi di maiale macinato, 1 verza piccola o cavolo cinese (ahhh. e se dipendesse da questo?), 2 cucchiai di erba cipollina o porro, 2 cucchiaini di zenzero, 2 cucchiai di sakè, 1 cucchiaio di olio di sesamo per il ripieno e 3 cucchiai di olio di sesamo per cuocere.

Ingredienti per la pasta sfoglia in casa: 200 grammi di farina manitoba, 100 grammi di acqua, mezzo bicchiere di fecola di patate (forse io avevo un mezzo bicchiere diverso. Dare la grammatura no? altro presente: prrrrrrrrrrrrrrrrrrr)

Preparazione della pasta: Mischiare l’acqua con la farina poco alla volta. Mescolare con cura e bene. Lavorare il composto sino a che diventi una palla e il composto piuttosto omogeneo. La pasta ( ci avverte) viene leggermente più dura dei ravioli italiani (nutro fortissimi dubbi che Kyoko ne sappia di ravioli italiani ma voglio darle fiducia).  Riposare per un’ora coprendo con la pellicola trasparente (non in frigo eh)

Preparazione della farcia raviolosa: tritare molto finemente il cavolo , lavarlo e salarlo un po’ lasciandolo riposare qualche minuto così. Bello lavato e salato in accappatoio ( se non avete un accappatoio per il vostro cavolo o verza la ricetta ne risentirà. Inutile dire che sì. Io lo possiedo ma non sono riuscita a trovarlo). Aggiungere la carne, la soia, il sakè, lo zenzero, sale, olio di sesamo e erba cipollina e mescolare bene bene bene (ora dice pure che si può anche cuocere prima tutto questo ambaradan. E io ho preferito fare così). Dopo aver proceduto alla realizzazione di dischetti con la pasta che ha riposato un’oretta (e se fosse stata lei a rubare l’accappatoio alla verza?) dal diametro di circa 10 cm (SOTTILISSIMI*grida la nostra Kyoko)

Bella la vita Kyoko. E com’è la realizzazione dei Gyoza? Ci spiega soltanto che le dita devono essere inumidite nell’olio e ci consiglia di guardare la foto per i dettagli. Vi giuro che in questa fantomatica foto c’è solo un raviolo già arrotolato (argggghhh).

Scaldare la padella su un fuoco alto finchè non prenda a fuoco la casa e solo dopo gettate della benzina. No. Scusate. Dicevo. Mettere l’olio di sesamo e poi subito i ravioli. Aggiungere immediatamente dopo una tazza di acqua freddissima e lasciare cuocere a fuoco alto con un coperchio chiuso bene. Quando l’acqua scomparirà i ravioli saranno pronti. Servire intingendo ogni raviolo nella salsa di soia e aceto ben mescolati. Una porzione media di quelli piccoli equivale a quindici ravioli circa. C’è l’alternativa anche di cuocerli a vapore eh. Perché Kyoko non si è risparmiata. Ed io ho fatto anche quello. E devo ammettere che sia nell’uno che nell’altro modo ho ottenuto grandissimi risultati.

Sì. Risultati disastrosi.

Ma non finisce qui con Gyoza. E’ guerra aperta*accarezzando con cupidigia la ricetta della sua adorata Sel

Colgo l’occasione inoltre per unirmi ai festeggiamenti del Sacro Giorno della Liberazione della mia Bibi prima di correre a festeggiare la mia mammina.

Potevo farle una torta di gyoza ! *va via farfugliando

Cherry Pie and damn fine cup of coffee (2010)

48

 

Sì avevo detto che nel Week end non avrei scritto per fare riposare un po’ i neuroni altrui ma essendomi svegliata alle cinque e avendo a disposizione una mattina per me tra libri e disegni, eccomi qui a ticchettare.

“Spaghetto m’hai provocato e mo’ me te magno!”. C’è tutta l’italianità in quel gesto quotidiano e semplice di Sordi intento ad ingurgitare con voracità lo spaghetto. C’è la gelatina che Mickey Rourke spetascia sulle labbra della Basinger davanti al frigo nella scena cult che ogni casalinga sogna di fare. Con Rourke, mica con il marito(regia è possibile farla con Jack Nicholson? no. credo che quelle pernacchie significhino no). C’è quello spaghetto in cui piovono polpettine che viene servito a Lilli e il Vagabondo. Ogni volta che vedo una botte non posso far a meno di pensare che vorrei apparecchiarla con una tovaglia scozzese, metterci su un fiaschetto di vino e succhiare uno spaghetto per baciare un vagabondo. Disney riesce a farmi desiderare  una polpetta, dell’alcool e lo scozzese che detesto in egual modo tanto da non riuscire a fare una classifica tra i tre. Ci sono pasticcini e un’imbarazzante varietà di dolcetti sul tavolo del Cappellaio Matto che ricorda un po’ il vomito pasticcioso in Marie Antoniette. Come ci sono le diverse varietà di sugo e ragù nei film americani che ricordano l’Italia. Come non citare il Padrino ma anche quell’impagabile pellicola satirica che è Mafia!. Ci sono anche Ragù speciali a casa dei Roses con tocchetti di cane investito dalla macchina nel vialetto d’entrata. E la ratatouille del topetto che manovrava tutto da sotto il capello da chef?

 

Escargot che volano dalle forchette di un’indimenticabile Roberts. La stessa che si paragonerà ad una crepe suzette piuttosto che ad una creme brulè davanti a Cameron Diaz che sosteneva di potercisi trasformare“ma una creme brulè sarà sempre una creme brulè. Non potrà mai essere una crepe suzette” . Sempre della Roberts (fermatemi) la misteriosa ricetta della Mystic Pizza ! Ci sono tavole imbandite con tre amiche che diventeranno poi le Streghe di Eastwich. Quelle due indimenticabili scene  stomachevoli   dove la Pfeiffer rimette ciliegie Nicholson viene colpito durante la scelta del gelato tra piume e vento. Ci sonoi pomodori verdi fritti alla fermata del treno con storie drammatiche e amicizie importanti. C’è Bagdad Cafè che rimane un ricordo di una videocassetta. I pasticci di carne umana sapientemente preparati daMiss Lovett. L’entrata della città incantata dove il cibo si riversa in ogni sua forma e colore. La zuppa di porri colorata dallo spago di Bridget Jones e quelle padelle enormi di fagioli nei Western.  I due innamorati in The Mood for love che scendono le scale per andare a comprare cibo da asporto in quella cornice indimenticabile. Il bento di Sushi che prepara il padre in Samaria (fermatemi vi prego)

Sino ad arrivare al sanguinolento uovo all’occhio di bue nella sigla iniziale di Dexter che riassume superbamente, i cestini colmi di pasticcini di Bree Van De Kamp e  i tacos in Ugly Betty . Più ticchetto e più me ne vengono in mente.  La zuppa della Nonna della Famiglia Addams? Gli onigiri di Coccinella? I Ramen di Lamù e i bento per il suo Tesoruccio?  (da oggi cucino solo questo. ho deciso). Non che stia facendo la scoperta del millennio per carità. Pour parler in primis e poi non che ce ne fosse bisogno ma per ribadire questo legame indissolubile che il cibo ha anche con il cinema. Pochi giorni fa con la voglia irrefrenabile di preparare la Cherry Pie dell’Agente Cooper mi sono imbattuta in un contest dell’anno scorso catturata proprio dalla partecipazione della mia preziosa amica Lisa. Mi sono resa conto sin da subito quanti siano gli appassionati di questo genere e la varietà delle ricette (sono una tipa scaltra*risate registrate)

Non credevo certamente di compiere un’impresa originale nella realizzazione della Cherry Pie in memoria di Twin Peaks ma sono rimasta confesso piacevolmente colpita da questa esagerata moltitudine. Mi aggiungo quindi in punta di piedi apportando nel mio piccolo anche queste “ricette dedicate” con il tag “Cibo e Cinema” per materializzare un po’ quella che senza dubbio è diventata una passione intensa. Grazie al nippotorinese, sembra quasi superfluo dirlo. Il cinema.

Accanita sostenitrice da sempre di Lynch e Burton ho potuto però apprezzare, grazie a lui,  maggiormente sia i due miei idoli in assoluto che  quell’inesplorato mondo che è il cinema orientale (e anche lì sul cibo ce ne sarebbero di cose da dire). Era una delle peggiori punizioni che mi si potessero infliggere nei primi anni: guardare un film orientale in lingua originale sottotitolata con lui. Ricordo anche di aver litigato per la prima volta in vita mia durante una visione al cinema perchè cielo “Il gusto dell’Anguria” era francamente inguardabile. Con il tempo e un’illuminazione neuronale improvvisa ho capito che quella pazienza viene poi talmente ripagata che non ci si può non colpire con oggetti contundenti in ricordo di quella stoltezza.

 Comincio questa sezione “Cibo e Cinema” con la ricetta di un serial. Per far capire sin da subito quanto io sia coerente. Son cose belle queste. Chiamare Serial Twin Peaks è talmente riduttivo tanto quanto dare del serial killer a Dexter anche se oggettivamente lo è. La signora con il ceppo, il nano, Bob, Lawrence  Jacoby, James Hurley, Donna Hayward, Ronette Pulaski, Benjamin Horne, Leland, Norma e . E non c’è neanche bisogno di cercare i nomi su Google perchè indiscutibilmente è la visione che sino ad ora mi ha colpito di più. Come se fossi stata lì. A seguire le indagini. Tentando di dare un volto all’assassino di quella che sembrava essere la fatina bionda dagli occhi azzurri che portava il cibo ai malati e preparava limonate da vendere a bordo strada per ricavarne spiccioli per il sostentamento dei cani abbandonati. Roba che Barbara D’Urso potrebbe farci quattro domeniche al mese 20 ore filate di diretta nazionale e 14 ore ininterrotte di collegamenti e video con musiche deprimenti. Accusando una persona a caso e chiamandola “Orco”. Con l’intuito dimostrato ultimamente avrebbe accusato il Ceppo della Signora con il ceppo.

Ero l’unica ad avere il diario di Laura Palmer in classe perchè mamma non si è mai fatta tutti questi problemi di censura;  non cadendo in quel bigottismo “mia figlia non guarda twin peaks perchè è troppo piccola” tipico di altre madri (che poi come da copione avevano figlie che fumavano, leggevano il diario di Laura Palmer e guardavano le puntate registrate a casa mia. Ed emulavano Colpo Grosso in classe “assaggia e poi mi dici. ti din. evviva la fortuna e lallalala”). Ho avuto e ho l’immensa fortuna di avere come genitori due colossi di coerenza che non mi hanno mai imposto nulla. Al massimo se ne è discusso prendendo in considerazione le varie ipotesi avendo tutti e tre lo stesso diritto di replica. Dove nessuno è padrone dell’altro. Quindi sì guardavo Colpo Grosso con nonna (e non sto scherzando) e non ho neanche tentato di dire a mamma che quelle sigarette in borsa erano di mia cugina-della mia vicina di banco o che un extraterrestre fosse entrato lì per nascondermele gelose del nostro rapporto madrefiglia per farci litigare blablablabla. Ma dicevo. Ah sì.

Il genio di Lynch e l’ineguagliabile parto di quei personaggi così stupefacentemente visionari: la signora con il ceppo, il gigante, Nadine e la sua benda. Quella Diane che ho cercato di immaginarmi. Se fosse bionda. Se fosse mora. Se fosse il suo primo vero amore. Se fosse il suo nano da giardino. Il suo cane. La vicina di casa.

Alla quale confida quanto buona fosse la Cherry Pie servita con una dannata tazza di buon caffè. Starei ore a sproloquiare qui su tutta questa pappardella ticchettante irrefrenabile ma. Credo proprio che oggi a pranzo preparerò al mio Vagabondo degli spaghetti con le polpette, quindi smetto (alleluja!) . Devo solo trovare un’orrenda ma indimenticabile tovaglia da tavolo scozzese come quella.

 

E si comincia con questo omaggio a Dale Cooper (ovviamente ne ero innamorata. Mai quanto Jack Nicholson e Frank Further, chiaro ma. Discretamente innamorata è sufficiente). La ricetta l’ho trovata su questo sito e l’ho mischiata ad un’altra di cui francamente non ricordo il link e non riesco a recuperare ed infine sì. Ho messo anche del mio. Cosa a dir poco preoccupante. Il risultato però è più che soddisfacente  e nonostante l’abbia sfornata stamattina è già quasi a metà.

Chiaramente io non c’entro nulla*disse fischiettando

Non che il fatto ne attesti la bontà ma basandoci sulla pignoleria del nippotorinese, del mio nano da giardino e di due passanti capitati “per caso” qui alla quale è stata offerta. Beh. Perlomeno commestibile, mettiamola così. Non dovrebbe in teoria procurarci allucinazioni del tipo: stanotte Bob sotto il letto. Ma seriamente voi guardate qualche volta sotto?

 Ingredienti: 550 Grammi di ciliegia fresca o amarene denocciolate (io ho usato le ciliegie della fabbri sotto spirito che ho lavato 9319238138 volte), 200 grammi di marmellata di ciliegia (io ho usato hero diet alla ciliegia senza zucchero 71 kcal per 100 grammi. Primo perchè è buona. Secondo perchè se avessi usato quella zuccherata che ne so della Santa Rosa 250 kcal per 100 grammi di cui il 90% del contenuto  è puro zucchero ci sarebbe preso un colpo iperglicemico), 30 grammi di tapioca (o amido), 1 pizzico di sale, 1 cucchiaio di succo di limone, 150 grammi di zucchero, 1 cucchiaio di vaniglia, 30 grammi di burro a tocchetti, pochissima essenza di mandorla. Infine 1 uovo e dello zucchero semolato per spennellare e ricoprire prima di infornare.

Ingredienti per la pasta brisè ( l’ho fatta con il bimby ed è stato talmente facile che ho pianto per la commozione); 500 grammi di farina OO, 200 grammi di burro morbido a pezzetti, 1 pizzico di sale, 140 grammi di acqua freddissima. Tutto dentro venti secondi velocità 4 e la tiri fuori direttamente avvolta dalla pellicola (e me ne è rimasta un bel po’ uffa)

Preriscaldare il forno a 205 gradi. Se siete fortunati, scaltri e soprattutto avete acquistato le amarene denocciolate versatele in una ciotola ed è fatta (le ciliegie in questo periodo, nonostante il mio ortofrutta di fiducia abbia le arance ad agosto e le fragole a capodanno, sono una chimera. Potevo aspettare un po’ a farla. Ma sarebbe stato logico ed io alla logica rinuncio per politica). Nel mio caso ho diligentemente denocciolato una ad una la caterva di amarene inveendo contro il nippotorinese che saggiamente le aveva prescelte tra gli scaffali. Unire la marmellata di ciliegia, l’amido che andrà a sostituire la tapioca perchè siamo seri si potrebbe anche non avere della tapioca in casa, lo zucchero, il succo di limone, la vaniglia e l’essenza di mandorla. Girare con cura il tutto finchè non diventi un composto piuttosto omogeneo. Stendere nel frattempo la brisè su di una teglia tonda e versare il composto di amarene precedentemente mischiato agli altri ingredienti. Ricoprire il tutto con i 30 grammi di burro tagliato a tocchetti cospargendo equamente le diverse zone della superficie. Ricoprire con l’altro foglio di brisè per intero premurandosi di chiudere lateralmente. Fare un’incisione ad ics sulla superficie della nostra torta e dopo aver sbattuto un uovo ricoprirne la superficie che andrà poi spolverizzata con un po’ di zucchero semolato.

In forno a 205 per 15 minuti e dopo a 180 per 30/40 minuti. L’aspetto è talmente simile che quando hanno suonato alla porta. Ho proprio sentito ” Sono Il nano di Twin Peaks”.

Fortuna che era solo Bob*AIUTO.

Rame di Napoli per il mio Papà

15

Le Rame di Napoli sono un dolce tipico catanese che si prepara soltanto in occasione del giorno dei Defunti.

Si tratta di un biscotto ovoidale al cacao morbidissimo dal cuore davvero tenero. Speziato con cannella e chiodi di garofano con un retrogusto d’arancia. In realtà non è un biscotto ma quasi una fetta di torta monoporzione che generalmente conquista sin dal primo assaggio. Ricorda vagamente la Sacher per capirsi. Le Rame di Napoli industriali che spesso spopolano ai centro commerciali rovinano la fama di questo non-biscotto che al contrario potrebbe avere tutte le potenzialità per essere annoverato senza alcun dubbio alla voce: dolcetto delizioso a dir poco. Con il the, a fine pasto, in borsetta e inzuppato nel tomato, ecco. E un po’ innervosisce come cosa. Immagino spesso la cassata pavoneggiarsi in abiti fashion e succinti nella vetrina di una pasticceria mentre in un angolo desolato la povera rama subisce la spietata concorrenza, con il suo abbigliamento casual e casalingo. Non in questo periodo, certo. Una piccola rivalsa sì ma questa discriminazione mi infastidisce e parecchio* ticchettò ingurgitanto due gocce di calmanti.

 

Diverse sono le ipotesi sull’origine del nome. Una delle più accreditate sembra essere riconducibile al regno delle due Sicilie e un omaggio a Napoli. Sono molto legata alle rame di napoli; in primis perchè mio padre le adora letteralmente e ogni anno ne fa una scorpacciata tale che ogni volta asserisce con convinzione “mai più! non ne mangerò mai più!”; per poi ritrovarsi ogni anno a mangiarne l’esatto quantitativo dell’anno precedente più un centinaio. Non avevo mai provato timorosa di profanare una delle ricette più famose qui nella mia città. Non credo ci sia un catanese che in vita sua non abbia mai  provato una rama di napoli. Al contrario ne esiste una che non ha provato la cassata siciliana : ” IOooooo” , gridò orgogliosa. Faccio parte del comitato anti cassata. Tana per Giulia.

Al contrario delle mie disastrose aspettative è filato tutto liscio a dir poco. L’impasto oltre a sprigionare sin da subito quello splendido odore speziato al retrogusto di arancia è facilissimo da lavorare. Non occorre una frusta ma un semplice cucchiaio di legno e non so perchè a me piace usare solo il cucchiaio di legno. Giravo l’impasto e sbigottita continuavo a ripetermi “non è possibile. è proprio l’odore della rama di napoli”, come un’invasata. Quando poi nel forno ho infilato lo stuzzicadenti per controllare la cottura pensando che non tutto potesse andare davvero tanto bene ho scoperto con raccapriccio che no. Era morbidissimo e soffice da far paura. Credo di aver quasi pianto per la commozione a quel punto continuando a farneticare farfugliando frasi tipo ” non è possibile è proprio l’odore e la consistenza della rama di napoli”.

La Ricetta

Gli ingredienti per le Rame di Napoli sono: 500 gr di farina 00, 100 gr di margarina, 3 cucchiai di lievito,180 grammi di zucchero, 400 gr di latte, 120 gr di cacao in polvere amaro, buccia di arancia grattugiata (ma proprio tanta eh), Chiodi di garofano tritati (una manciata), cannella in polvere (a piacere. Io ne ho messa un quintale), 2 cucchiai colmi di  di miele, 2 cucchiai di marmellata d’arancia amara (a scelta)
Per la glassa: 60 gr di margarina, 300 gr di cioccolato super fondente, Pistacchi sgusciati tritati

Dopo aver setacciato la farina, lo zucchero, il lievito e il cacao, aggiungere la margarina leggermente ammorbidita e girare. Pian piano versare il latte facendo amalgamare il tutto. Buccia d’arancia e aromi alla fine. Ottenuto un impasto  liquidosomolliccio ma dalla consistenza abbastanza compatta (sono chiarissima eh!?) versare sulla carta da forno due cucchiaiate di impasto cercando nel possibile di dare una forma vagamente ovoidale. La rama di napoli si allargherà parecchio in cottura quindi è bene mantenere una certa distanza di sicurezza. A 150 gradi per 15 minuti ma dipende sempre dal forno e gnam. E’ pronta e sofficissima. Ah già la glassa, santa pazienza.

E all’amore mio paposo sono piaciute e tanto. Ed io vivo per il mio papà. E da oggi vivo anche  per preparargli tutte le Rame di Napoli che vuole ( e mi sa che ne vuole tante. Yeah! ) 

I Biscotti Domino

9

Non mi stancherò mai di convincermene: nelle mie vite precedenti sarò stata un’efferata serial killer per meritarmi in questa l’odioso intellettuale nippotorinese. E’ pur vero però che nell’altra con molte probabilità sia  stata un boy scout. E non un semplice lupetto eh. Un dolcissimo capo lupetto (ok non conosco la gerarchia, lo ammetto) che elargiva biscottini al cioccolato agli anziani;  Talmente affabile e professionale che nel caso in cui i biscotti fossero tanto duri da mettere a rischio la dentiera non si perdeva certamente d’animo: li masticava riducendoli in poltiglia lui stesso per poi offrirli con la giusta consistenza. E’ ovvio poi che dopo un’esistenza da boy scout intrisa di buone azioni  si diventi psicolabili e quindi il karma ti dia diritto ad una vita da serial killer. Una sorta di jolly.

Insomma cosa c’entrano i boy scout e i serial killers? Ah sì. Usufruendo del Jolly/Karma ho ricevuto la fortuna nella disgrazia:  la sorella dell’odioso nippotorinese. La Socia, fonte di ispirazione e venerazione, mi ha segnalato il libro “Faccia di Crema. Ricette divertenti per i bambini” di “La Cucina Italiana” con i consigli di Geronimo Stilton, che sarà pure un topo ma francamente qui lo si trova più carismatico di Mattiadettofatto. A me dispiace anche un po’ per Mattia lo confesso. Lo ricordo con estrema simpatia quando insieme ad un ragazzo romano (mi ha colpito così tanto che non saprei dire se fosse biondo o rosso. Ricordo l’accento e basta. E un ridicolo paio di pantaloni color senape ma devo smetterla di dilungarmi) conduceva un programma su sky. Prima di essere conteso dalla Lopez e Madonna, con una foltissima chioma bionda ricciolosa che agitava in mezzo ai  fornelli tra una tagliatella e uno gnocco. Due giovani single in un loft che distribuivano consigli culinari per far capitolare  ignare fanciulle golose (grandissimo successo ! tre puntate). Tagliati i capelli, variazioni di camera da mal di testa e viaggi in barca con Maddalena Corvaglia, hanno fatto sì che io mi trovassi stamattina qui a dar del carismatico a Geronimo Stilton e non a lui. Non facendo per nulla dell’ironia tra l’altro. Mi piace Mattia e molto ma le variazioni di camera mi turbano, è un dato di fatto.

In questo piccolo libro che sogno di poter sfogliare un giorno con un nippotorinese in miniatura, si rimane un po’ inebetiti guardando il Clown di Pizza come anche il coniglio e il gufo. Anche la faccia di crema, il laghetto di carote e il baule del tesoro non passano mica inosservati. Ammetto che “un fiore da mangiare” rimane in assoluto il mio preferito e diverse volte l’ho servito prendendomi meriti  ovviamente non  miei. Fortuna vuole che mi piaccia sempre ribadire quando o no c’è del mio. Posterò al più presto “un fiore da mangiare” così che anche voi possiate cimentarvi in questa chicca facendovi adorare da tutti i bambini del palazzo; gli stessi che vorreste abbracciare fortissimo perchè allegramente vi han sfondato la fiancata della macchina con il pallone. Bene, potete offrir loro del cibo in segno di ringraziamento. Nessuno ha sottinteso con qualche goccia di guttalax ! Sono illazioni vostro onore!

“Cosa c’entrano i domino biscotti maledetta chiacchierona!?!?!”. Vi sento, sappiatelo. Cattivi. C’entrano o perlomeno credo perchè nell’inserto di Ottobre di Cucina Italiana regalano un manualetto picciuino picciuò dal titolo i “Bambini a tavola” dove vengono riprese alcune ricette di Faccia di Crema con l’aggiunta di nuove e succulentissime novità. Una di queste sono proprio i Domino Biscotti.

Essendo finito il cacao non ho potuto preparare la frolla che lo prevedeva. Certo avrei potuto farli dopo l’acquisto del suddetto ma seriamente: una bambina può aspettare o deve farlo SUBITO? E’ sempre la seconda. Con la frolla al cacao la ricetta originale prevedeva infine la glassatura delle palline con tantissimi colori diversi;  che brillavano e risaltavano sul nero. Una figata mica da ridere mi verrebbe da dire in maniera ovviamente professionale. La versione in black quindi la rimando a data da destinarsi e nel frattempo ci becchiamo questa:

 

La Ricetta

Ingredienti :250 grammi di Farina, 200 grammi di zucchero a velo, 150 grammi di burro, 100 grammi di zucchero semolato, 2 tuorli, vaniglia in polvere o cannella.

Preparare la pasta amalgamando in una ciotola la farina, i tuorli, lo zucchero semolato, il burro morbido, la vaniglia in polvere secondo i gusti e un pizzico di sale. Lavorare l’impasto e stenderlo per poi ricavarne tanti rettangolini. Come si evince dalle foto io non ho fatto rettangoli regolari. Potrei dire che si sono poi tragicamente trasformati dopo la cottura ma la dura realtà è che avevo chiesto al mio nano da giardino di aiutarmi con la livella ma essendo impegnato nelle pulizie domestiche questo negato supporto ha fatto sì che io non potessi.  Sono una pasticciona e basta.

A 170 gradi per 15 minuti prevede l’originale ma francamente già a 10 di minuti i miei rettangolini imploravano pietà. Con il cioccolato fondente rigorosamente sciolto nel microonde ( non è vero ma da quando non metto più su il pentolino mi sento irresistibilmente tecnologica) e lo stuzzicadenti si procederà poi alla decorazione.

Infilati in un sacchetto il giorno dopo risultano essere davvero un regalino dolcissimo da fare a chi in ufficio tra una partita di domino, una chiamata e il capo inferocito voglia sgranocchiare qualcosa. Ammetto di averli confezionati con un nastrino e dati in pasto al nippotorinese. Istruzioni comprese per mentire a me stessa facendomi credere che potessi io per una volta insegnar lui qualcosa.

Questo mi fa pensare che in un’altra vita sarò stata  pure un boy scout (ma si dice girl scout, vero? o devo innervosirmi in questa mattinata che mi vede indossare improvvisamente delle vesti femministe? ) e poi un serial killer ma in questa sono senza pochi margini d’errore: un’irriducibile cretina.

Tiramigiù: il dolce immancabile per Halloween

0

La ricetta è della pasticciera Valentina Gigli. Faccio questa versione ormai da decenni apportando qualche modifica e devo dire che non ho mai cambiato perché ha sempre riscosso un incredibile successo.

Ingredienti

500 grammi di mascarpone, 500 ml di panna da montare, 8 tuorli (ma anche meno senza problemi perché la versione principali ne prevedeva tanti), 120 grammi di zucchero semolato bianco, savoiardi, caffè quanto basta. Se non vuoi adoperare la panna, monta semplicemente gli albumi.

Monta a neve fermissima la panna che hai messo precedentemente in frigo. Conserva sempre in frigo mentre prepari il resto. Nella planetaria (io lo faccio così ma puoi usare uno sbattitore elettrico o olio di gomito) lavora i tuorli con lo zucchero e quando il composto sta montando aggiungi un pizzico di vaniglia (facoltativo)  e pian piano incorpora il mascarpone senza fare smontare il tutto. Una volta che hai ottenuto un composto denso e compatto tira fuori la panna montata dal frigo e incorpora con movimenti dal basso verso l’alto. Il composto risulterà bello compatto e omogeneo. Conserva in frigo prima di usarlo.
Inzuppa i savoiardi nel caffè.

Procedi adesso alla preparazione classica del tiramisù: Strato di crema sotto, strato di savoiardi inzuppati e ancora crema. Tra uno strato e l’altro una spolverata di cacao amaro in polvere.

Decorazioni

Per le decorazioni ho usato dei savoiardi a metà intinti nel fondente per fare le lapidi. E poi ho scritto Rip con la classica glassa. E degli Oreo per i pipistrelli: le ali del pipistrello sono Oreo a metà e gli occhietti di zucchero li trovi facilmente in commercio praticamente ovunque (altrimenti su amazon)

Fast Cupcakes. I cupcakes che più veloci non si può

8

 

(dalla foto si evince immediatamente che sono stati fatti di fretta. Così tanto per ribadire quello che lapalissiano è. Fa caldo e si vaneggia ancor di più, sì)

Questa ricetta è della pasticciera Valentina Gigli che imperversa su Alice. E questo psuedopostricettoso trascritto a febbraio e ritrovato nei meandri dell’archivio insieme ad altri, giusto adesso. Sì. Credo di aver davvero trascurato questo luogo per troppo tempo. Ogni volta che sono spaparanzata sul letto e lei comincia ad agitare il suo leccapentole sto lì ferma con lo sguardo furbo e attento da cernia lessa e non mi muovo salvo quando dice “Ingredienti”. Afferro il primo foglio o telefono o pc o mano e scrivo a caso. Quindi le proporzioni potrebbero pure non essere esatte. Mi sento in dovere quindi di dirvi che non sono malaccio questi cupcakes ma che se lo fossero non è colpa della Gigli ma del mio neurone poco scaltro nel non essersi organizzato per tempo con taccuino e penna. I mezzi di fortuna di quella sera hanno registrato i seguenti ingredienti.

La Ricetta

Ingredienti per 12 cupcakes circa:

  • 180 grammi di burro a temperatura ambiente
  • 180 grammi di zucchero semolato
  • 180 grammi di farina 00
  • 1 cucchiaino di lievito per dolci
  • 80 grammi di latte intero
  • 3 uova
  • estratto di vaniglia

Sbattere zucchero e burro insieme fino ad ottenere un composto che più cremoso non si può. Ottenuto questo le uova andranno versate ad una ad una ( AD UNA AD UNA*tono minaccioso) . Dopo aver setacciato farina e lievito verranno ambedue aggiunti al composto burrouovoso con i famigerati movimenti dal basso verso l’alto. Aggiungere latte e vaniglia (chi usa vanillina verrà colpito immediatamente con un  mattarello in testa ma anche  a caso su un arto superiore o inferiore a scelta). E girare girare dolcemente dolcemente.

Diviso l’impasto in circa 12 formine ( che Valentì mica abbiamo tutti i tuoi stampini uffa. In quelli classici di alluminio tondi vengono qualcosina in meno. Così senza un perchè. Lamentarsi è un hobby qui in casa. Soprattutto per le inezie) e in forno a 180 per venti  minuti.

Ora i cupcakes si possono decorare con la glassa, la pasta di zucchero, la pasta di marshmallows e solo il cielo sa cosa ma il cioccolato fondente pare essere la scelta giusta quando si ha fretta. E stracaldo, maledizione.

Non che interessi ma io faccio sciogliere nel micro per due minutini tavolette di cioccolato fondente lindt e amen (ho scoperto da poco che la gente si perplime non poco davanti  alla fonduta nel micro. La leggenda metropolitana del solobagnomaria imperversa più delle gladiators questa estate a quanto pare) .

Fiorellini di zucchero e palline argentate buttate a caso e via.

Via a lamentarsi che fa davvero troppo troppo troppo caldo.

Bavarese Yogurt e Fragole della sacra Cognata da Torino

7

Diverse volte ho avuto l’opportunità di scrivere qualche riga circa la mia bellissima cognatina, al secolo conosciuta come: La Socia. Che poi non basti mai spendere parole su Paola è un’altra storia. Il sogno sarebbe stato quello di poter condividere questo spazio anche con lei ma. Si spera dopo la laurea, ecco. A questa ricetta sono particolarmente affezionata perchè rimarrà nel tempo un ricordo. Credo che già lo sia in effetti. Oltre ad essere la “mia prima volta con la bavarese” è la prima ricetta consigliatami in questo ponte virtuale culinario Torino-Catania che rende meno dolorosi i 1.600 chilometri di distanza. Sul sacro libro di Bodrum (dove annoto le ricette per chi si fosse perso fortunatamente le puntate precedenti) tra trenta anni leggerò “Al tizio pelato è piaciuta. La Dottoressa suocera pensa sia un po’ amara ma Piola sostiene essere perfetta così” . E sono cose che mi fanno star bene pensandomi tra trenta anni strapiena di botulino e paralizzata dalla parte destra. Ma anche sinistra.

La divulgo con una sensazione di gelosia. Questo fa di me, oltre che una psicotica certo, una tenerissima romanticona. Altro che Miss Cinismo 2010, tzè.

La Ricetta

  • 500 grammi di yogurt naturale non zuccherato
  • 250 grammi di fragole fresche
  • 30 grammi di zucchero
  • 6 foglie di gelatina (12 grammi)
  • acqua Q.B. ( avevo sempre sognato di scrivere cubbì)

Mettere i fogli di gelatina in ammollo in acqua ghiacchiata perchè quando Montersino ci sgrida e ripete sempre ” In acqua ghiacchiata mi raccomando!” io annuisco e nel silenzio di quello spazio vuoto dove aleggiano due neuroni sussurro ” prometto maestro.prometto”. Quindi mica poi quando devo mettere in ammollo faccio la furba e non uso acqua ghiacchiata, sia chiaro.

In un pentolino picciuino picciuò poi si farà scaldare un dito d’acqua con i 30 grammi di zucchero senza farlo caramellare ma aspettando soltanto che lo zucchero si sia sciolto. C’è da dire che questa bavarese tutto è tranne che dolcissima. Se qualcuno quindi non apprezzasse particolarmente le ricette ipocaloriche ( fortunati. vuol dire che la prova costume, la prova pigiama, la prova jeans, la prova cappotto non vi turba. che  un chilo di grasso vi possa travolgere ora  SUBITO* risata satanica) può andarci giù di brutto aggiungendo un altro chilo o più di polvere zuccherosa. I fogli di gelatina in ammollo ( per almeno 8 minuti) e tuppete (suono onomatopeico che indica: rumore dei fogli di gelatina che interagiscono con acqua e zucchero) dentro.

Nel frattempo le fragole saranno state lavate e tagliate ricordandosi di metterne da parte qualcuna per la decorazione. In una ciotola quindi versare lo yogurt, le fragole e quell’acqua zuccherosa gelatinosa. Rimestare rimestare girare e rigirare. Ed voitlà questa ricetta complicatissima è finita.

Come mostra la diapositiva io ho versato il composto nella sobria forma hellokittesca ma si può sempre usare qualcosa di più serio. Che ne so Winnie The Pooh o Miss Piggy?

In Frigo per 3 orette ed è bella che pronta.

( Versione extralight. Così light che è senza ingredienti ma quelli immaginari ci sono : se usate lo yogurt Vipiteno 36 kcal per 100 grammi e il dietor liquido e fragole a pezzie. fa da sè che. che. la frase finisce qui)

(ma un pò di zucchero fa bene. che a lungo andare si diventa matti*sale sulla scrivania e si tatua “esempio”sulla fronte)

Exogenesis Part III

0

Delle dita si muovono sui tasti e danno vita a exogenesis. Mi piacciono i Muse, penso.
Se escludiamo a quattordici anni quella imbarazzante perversione per Morrison non mi era mai successo di venerare qualcuno che fa musica. Anche La Roux per carità, ma.
Io che la musica l’ho sempre odiata per quasi quindici anni.

Sono dentro una stanza. C’è un gatto che mi fa paura, una signorina con dei capelli vaporosi e ricci che sembra grande. Avrà  venti anni ma io ne ho cinque.
E’ grande, eccome.
Il metronomo nero ticchetta ed io spero solo che quelle due ore finiscano in fretta perchè poi mangerò  delle cipster con nonna sul divano guardando Leonela. Sperando che Pedro Louis esca dal carcere perchè non è stato mica lui.
Fuori c’è un giardino bellissimo e tanti animali. Non voglio uscire lì e giocare tra l’erba.
Voglio un foglio di carta e disegnare l’erba. E voglio stare da sola. Ma l’erba deve essere rossa. Il verde mi fa paura.
Non voglio battere quattro quarti ma inventare storie, dare un nome ai tasti e saltare gridando pampulu pimpulu palim pampum; ma con qualche variante.
La signorina grande sale su per parlare al telefono, fisso il gatto e spero mi parli come Posi e Mega.
Silenzio.
Maghetta.
Io sono una Maghetta.

Parlo con i gatti e so il segreto della musica. Shhh avvicinati.I tasti suonano perchè sono innamorati delle dita e quel suono è il rumore dei loro baci.
Ed io li faccio baciare quando sono sola.
Le mie dita li baceranno solo con me che fa da testimone.
Ed è il motivo per cui non suono davanti a nessuno.
Cosa?
Al teatro Metropolitan?sì.
Ma erano baci forzati. L’ho fatto per mamma. Costretta. In effetti sarebbe meglio scrivere: costretta da mamma.

Gira la testa. Sono in quella stanza e ho cinque anni ma anche  in una scrivania con dei conigli di plastica. Sono più grande di quella signorina con i capelli ricci e vaporosi.
Ma molto più grande eh.
Quindi sono vecchia?

Mi guardo. Con i miei occhiali finti e il mio rossetto rosso e mi vedo.
Con la mia maglietta “End of the world” e il piccolo mostro godzilloso.
“Sei ridicola con quella maglietta” dice la bambina delle cipster che vuole scagionare Pedro Louis.
Un po’ vorrei picchiarla e consigliarle di uscire. Di giocare, sognare meno. Gridarle “Non sarai mai una maghetta” e al massimo con quella bacchetta ci potrai girare il sugo.
Vivere e suonare senza inventarsi stupidate di baci che hanno il suono di una melodia. Di essere sicura di sè e finirla una volta per tutte.

Un po’ vorrei tenerla stretta e consigliarle di fare esattamente lo stesso identico percorso.
Perchè la sensazione di voler disegnare l’erba rossa sarà la sua unica ragione di vita.

Per la prima volta.
Mi vedo e sento che è irrefrenabile la voglia di piangere.
Un’esplosione di felicità.
Io sono guarita.
Io ce l’ho fatta.
Io sto bene.

Ho comprato un telecomando per fotografarmi.
Non fuggo più. Mi fermo, schiaccio il pulsante e con calma mi riguardo.
Riguardo il mio occhio più piccolo e quello più grande. Le mie labbra troppo grandi e imbronciate. Il mio naso lungo uguale a papà. Il mio pallore preoccupante per la paura del sole.

E le mie prime rughe.

Mi fermo.Scatto.Mi guardo.
E mi impongo.
Devi amarti.

Ed io mi amo adesso.
Mi amo anche se non sono riuscita a trovare esattamente la formula del vero pampulu pimpulu.

Anche se non sono perfetta.

Anche se non sono riuscita a distruggere tutti i microbi del mondo che ti hanno uccisa.

Anche se continuo a lavare i vestiti che ho indossato all’ospedale il tuo ultimo giorno.
Anche se non sono venuta dove riposi.
Che poi falla finita.Mica riposi. Compri scarpe in saldo al settanta per cento e sono tutte 41.

Tutte.

Nessun 36, 37, 39 .

Tutte 41.

Fortunata.
Sei.

Qui non le trovo mai.
Sarà un posto sicuramente più bello.E so che stai ridendo dicendomi “Patata!”.

Riesco a lamentarmi anche nella mia posizione. E’ a dir poco prodigioso, no?

Mi hai detto che ti ho insegnato ad amare il sushi, hello kitty, i nani da giardino, gli gnomi nella mia testa e nella lavatrice, le matite colorate, i fumetti, halloween, i travestimenti mentali.
Che ti ho divertito. Che ti ho fatto tanto divertire.

A tratti non mi diverto più ma poi mi ripeto :
maghetta.
Io sono una maghetta.

Ho fatto finta che tutto andava bene. Che saremo tornate  a casa. Sono stata brava. Ci hai creduto. Mi sono travestita e ti ho fregato!

Ci hai creduto.
Che avremmo finalmente finito di lisciare la parrucca. Ma i tuoi capelli che stavano ricrescendo.
E cielo.
sono patetica, lo so.
Ma gli gnomi scompaiono a volte.
E resta buio.
Resti tu morta.

Pampulu pimpulu.

Ritorni?

Io mi amo.
Io mi amo.
Io mio amo.
Io sto bene.

E tu no.
Ecco sto lavorando sul “e tu no”.
Di non farmene una colpa .
Se vivo.
Se metto il rossetto.
Se mi guardo.
Se sorrido.

Ed ecco cosa mi hai insegnato tu: ad amarmi. Ad amare la vita.

E sto cercando di disegnarti sull’erba rossa con le tue scarpe 41 e i tuoi capelli.
Ecco cosa mi ricorda exogenesis.
Il piano.
E il piano era solo quella bambina che suonava in quella stanza.
Con il gatto.
Ma adesso sei anche tu :
il piano.
Einaudi.
Hai voluto quello come colonna sonora.
“Einaudi che mi ricorda Iaia”.

Adesso a me il piano ricorda te.