Wax Museum, capitolo 5 e 6

 

5 IMMAGINARY

Dora salì le scale lentamente gustandosi ogni particolare e accarezzando il corrimano in legno sapientemente spolverato e lucidissimo. Cercava di appoggiare i tacchi sul tappeto di velluto perché altrimenti avrebbero fatto troppo rumore sullo sfavillante marmo bianco. Gli occhi erano felici e le pupille danzavano in mezzo a tutte quelle meraviglie. La scelta di proseguire quest’avventura era stata una buona idea, pensava. 

Alla fine della prima rampa di scale c’era un quadro molto grande che raffigurava Madama Cristina. Nel catalogo questa raffigurazione era indicata come una tra le più celebri della Madama che sfruttava pienamente il potenziale magico della sua residenza, Palazzo madama, non solo per ospitare alchimisti che rimpinguassero con l’oro le casse del Ducato ma anche con sedute rivolte all’occulto. 

Donna bella e sensuale, sempre al centro di feste balli e pettegolezzi di corte, divenne reggente in nome prima del figlio Francesco Giacinto e poi dell’altro figlio Carlo Emanuele, che salì al trono come Carlo Emanuele II di Savoia. 

Dora era affascinata dal dipinto magistrale e conosceva benissimo tutta la storia da grande appassionata proprio come l’amato Nonno, che amava raccontarle tra le sue braccia gli aneddoti della Torino antica e magica. 

Gli occhi erano vivi, la superbia e l’eleganza pure. Dora cominciò a leggere ancora qualche informazione sul catalogo, intenta e curiosa.

Quando li rialzò per poco non svenne. La Madama Reale stava bevendo del tè e le sorrideva. Dora non credeva ai suoi occhi. Prima di abbassarli era ferma, immobile e senza mani. Adesso aveva una tazza di tè fumante in mano e sorrideva. Era stata una mattina particolare, d’accordo, ma questo non giustificava l’accaduto: Il quadro si muoveva. 

Non riuscì neanche a urlare per paura che arrivasse Leopoldò o Madame Gianduja. 

Incredula e imbarazzata sorrise a Madama Cristina e senza ben capire cosa stesse facendo e dicendo abbozzò un sottomesso “Buongiorno Altezza”.

 “Bonjour”, rispose Cristina di Francia, affabile e gentile buttando giù un’altra generosa sorsata di tè. 

 “Mi scusi altezza se la importuno…”.

 “In realtà Madame Royale, Marchesa di Saluzzo, Principessa di Piemonte, Contessa d’Aosta, Contessa di Moriana, Contessa di Nizza, Regina Titolare di Cipro e Gerusalemme e reggente in nome dei miei due figli, quindi sì. Altezza reale. Altezza reale, grazie”.

“Mi scusi tantissimo altezza reale…”,

Sorrise buttando giù un bignè. 

Era proprio un enorme bignè alla crema e l’altezza reale lo ingoiò con una voracità che fece molto divertire Dora.

In un primo momento si chiese dove avesse preso il bignè e dove fosse finita la tazza di tè, ma onestamente in quel contesto c’erano così tante domande senza risposte che non indugiò ulteriormente e senza neanche capire cosa stesse facendo e dicendo confessò:

 “Sono un po’ confusa, Altezza Reale”.

 “Ma cara, lo siamo tutti. In una giornata uggiosa e così buia non può che essere così. Si diverta. Il museo è un luogo affascinante e ricco di sorprese. C’è gente molto simpatica. Poi so dai miei fedeli informatori che prenderemo un tè insieme, sa? Stia attenta solo ai fantasmi. Quelli sì, che sono fastidiosi”.

“I… i fantasmi?”.

“Sì, quelli mezzo uomo mezza fantasma. Quelli con il lenzuolo, invece, sono simpatici. Ci gioco a carte ma per carità stia attenta “ai mezzi”, dico sul serio. Soprattutto a un tal Conte, uhm. Camillo…”.

“La ringrazio” disse Dora sempre più costernata.

“Hai una pasta di meliga, vero?” disse avvicinandosi quasi a sbattere la fronte contro il vetro.

“Sì altezza reale, sono le mie preferite. Non so se ne ho qualcuna in borsa perché stamattina andavo di fretta e…”, disse Dora tutta nervosa mentre le cercava nella borsetta. 

“Tenga!!!”, quasi urlò tutta eccitata e sbattendo la mano contro il vetro. C’erano! C’erano due paste di meliga! Non aveva guardato bene. 

“Cara, c’è il vetro. Come può darmi le sue paste di meliga? Sono dentro un quadro. Non se n’è resa conto?”.

Era una domanda effettivamente lecita. Non se ne era resa conto? 

Madama Cristina la guardò ridacchiando e andò via.  Nel quadro rimase solo lo sfondo nero e ricomparve la tazza di tè fumante. 

Dora non sapeva più cosa pensare. Si ripetè in testa di stare attenta a quelli mezzo uomo mezzo fantasma e di stare serena per quelli con il lenzuolo. Perché erano simpatici e la Contessa, Marchesa, Principessa, Regina titolare e reggente nonsocosa ci giocava pure a carte. 

Era proprio strano quel giovedì.

6 GHOST

Arrivata al primo piano Dora incontrò Leopoldo o quello che teoricamente doveva essere Leopoldó con l’ accento sulla o.

Era sempre con la candela in una mano ma con l’altra teneva e sgranocchiava un’enorme fetta di torta di mele. Dora sorrise chiedendosi da dove fosse salito, ma immaginò che ci fossero diversi passaggi segreti e scale secondarie nell’enorme palazzo Wax. 

C’erano diverse stanze con pregiate boiserie di legno intagliate, intarsiate e incise; alcune le ricordavano molto la Reggia di Versailles. I pannelli erano ricoperti non solo dalle stesse decorazioni delle pareti ma anche da veri e propri dipinti meravigliosamente incorniciati.

C’erano specchiature di rara bellezza con incastonati cristalli e piccoli lumi a forma di candela che rendevano tutto magico e fiabesco. Un caminetto del 1700 troneggiava nella sala centrale, adornata da un susseguirsi di dipinti maestosi con ricchissime cornici barocche.

Leopoldó -o presunto tale- passava lentamente un grande scopone avvolto da una pezza. Incredibile come riuscisse a passarlo con l’unica mano libera. L’altra non smetteva di tenere in mano quella candela; la cosa bizzarra è che non si accorciava ed era sempre della stessa lunghezza. Eppure, Dora non potè fare a meno di notarlo, la cera che si attorcigliava sotto lo stoppino sembrava colare. Erano così tante le domande che si poneva da quando era entrata lì dentro che quella sembrava proprio l’ultima in ordine di importanza. 

Si sistemò i capelli sempre più confusa ma pur sempre incuriosita, quando sentì qualcuno battere sulla sua spalla.

“Buongiorno Madame”, sentì proprio dietro di lei.

Si voltò di scatto e le prime cose che vide furono un panciotto e una giacca. Le pupille schizzarono prima in basso: non c’erano i piedi. Poi in alto: c’era un uomo paffuto che fluttuava. Aveva un viso conosciuto. Paffuto, con guanciotte pronunciate e occhialini tondi molto stretti che aiutavano la vista di due occhi molto piccoli e ravvicinati. Labbra sottili, fronte molto ampia e volto incorniciato da una barba unita alle basette, leggermente riccia e arruffata. Un mezzo busto distinto, nobilmente abbigliato con diverse onorificenze attaccate al petto e al collo, che reggeva una tazza vuota. Al posto delle gambe aveva come una piccola nuvoletta a punta bianca e un piccolo boccolo che tornava all’ingiù. “Metà fantasma e metà uomo”, pensò Dora.

Madama Cristina aveva sostenuto che fossero fastidiosi ma non si fece influenzare nè spaventare.

 “Buongiorno sua altezza”, disse con voce leggermente tremolante.

 “Oh no, mia cara. Presidente del Consiglio dei ministri del Regno D’Italia e ministro degli affari esteri Camillo Paolo Filippo Giulio Benso, conte di Cavour ma anche di Cellarengo e di Isolabella. Può chiamarmi così”.

“Oh. Buongiorno Presidente del consiglio dei ministri del Regno D’Italia e ministro degli affari esteri conte Paolo Benso…” si interruppe Dora con estremo imbarazzo.

“Sbagliano tutti, è molto fastidioso. Mi chiami conte Camillo Benso di Cavour. Ci riesce?”, abbozzando un perfido sorriso.

“Sì, Conte Camillo Benso di Cavour”, tutto d’un fiato disse Dora.

“Bene. Bene. Che piacere incontrarla in questa giornata piovosa. Oggi è davvero noioso stare qui, non trova?” piegando leggermente la testa.

“Non mi permetto di dissentire, conte Cavour Benso Camillo Presidente. Non voglio offenderla. È la prima volta che vengo al Museo e quindi non saprei” rispose garbatamente Dora sempre più rossa per l’emozione.

“Al museo? Quale museo? È una signorina piuttosto singolare, lei”, abbassando leggermente gli occhiali tondi per guardarla meglio negli occhi.

Dora rimase in silenzio tenendo ben salda la borsetta sotto il braccio e muovendo nervosamente le mani.

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Iaia
Grazia Giulia Guardo, ma iaia è più semplice, è nata il 12 12 alle 12. Il suo nome e cognome è formato da 12 lettere ed è la dodicesima nipote. Per quanto incredibile possa sembrare è proprio così. Sicula -di Catania- vive guardando l’Etna fumante e le onde del mare. Per passione disegna, scrive, fotografa, cucina e crea mondi sorseggiando il tè. Per lavoro invece fa l’imprenditrice. Digitale? No. Vende luce, costruisce e distrugge. Ha scritto un libro per Mondadori, articoli per riviste e testate e delira pure su Runlovers, la comunità di Running più famosa d’Italia; perché quando riesce nel tempo libero ama fare pure 12 chilometri. Ha una sua rivista di Cucina, Mag-azine, che è diventato un free press online. È mamma di Koi e Kiki, un labrador color sole e uno color buio, mangia veg da vent’anni, appassionata di cinema orientale e horror trascorre la sua giornata rincorrendo il tempo e moltiplicandolo.

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