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I broccoli li ho semplicemente sbollentati in acqua bollente e salata. Li ho conditi con succo e scorza grattugiata di limone biologico non trattato, un filo di olio extra vergine d’oliva e abbondante sesamo nero (doveva esserci del tofu ma per una serie di ragioni di cui sotto: feta sbriciolata). La particolarità però è la Frolla Salata di Montersino di cui ho parlato qui e che ripropongo come idea anche oggi perché a Natale è sempre una fida alleata.

Pasta Frolla Salata di Montersino (ingredienti per 4 chili di pasta frolla salata. Io ne ho fatto 1/8 della dose): 1600 grammi di farina 180 W, 175 grammi di fecola di patate, 1000 grammi di burro, 350 grammi di maltitolo, 45 grammi di latte intero in polvere, 180 grammi di Parmigiano Reggiano, 350 grammi di uova intere, 270 grammi di tuorli, 30 grammi di sale, 1 grammi di noce moscata in polvere.

Impasta il burro morbido a temperatura ambiente con la foglia del robot insieme al latte in polvere, il maltitolo, il sale, la noce moscata e il Parmigiano. Aggiungi poco alla volta le uova intere e una volta assorbite aggiungi un terzo della farina. Lascia girare la macchina per almeno 15 secondi e poi aggiungi la farina rimasta. Lavora per bene fino a quando ottieni un composto piuttosto omogeneo e avvolgi nella pellicola trasparente. Conserva dentro il frigo per almeno 30 minuti e poi lavora aiutandoti con un mattarello e della farina in modo che la frolla non si appiccichi a questo e al piano di lavoro e dai la forma che preferisci. Inforna a 180 per 10-12 minuti circa. Dipende però dalla grandezza e altezza che avrai dato alla tua frolla. Controlla quindi la colorazione e quando vedrai un dorato appena accennato sforna e lascia raffreddare. 

Di necessità si fa virtù.

A me un po’ viene da dare un mal rovescio fortissimo sulla guancia per poi afferrare il cranio e sbatterlo ripetutamente su uno spigolo leggermente appuntito a chi mi chiede “ma come fai a mangiare il tofu? (troppo violenta? No. Quando ho la febbre sono diplomatica. Si vede? E ce l’ho alta anche oggi, Ho omesso di dire che strapperei i denti con le mie mani e ne farei collanine e che dopo aver rotto a caso gli arti ci giocherei a shangai. Ho voluto mantenermi sobria e stoica soprattutto). Mica te lo chiedo come fai a mangiarti cadaveri nel pentolino e carcasse di animali ammazzati nel peggior dei modi mentre dici “che profumino!!” offendendo (e molto) la mia sensibilità. Taccio. Addirittura cucino. Sto zitta. E siedo alla tua tavola di cadaveri. Fingo. Perché RISPETTO.

Io RISPETTO. Abbi almeno la bontà di non farmi domande idiote.

Il tofu lo mangio prima di tutto perché chi sceglie di vivere come me senza nutrirsi di derivati animali (e non lo fa per moda; che alla prima festa “ehhhh però il cotechino a capodanno me lo sono mangiato eh. Una volta l’anno si può”. Per me è cadavere a Gennaio. Alla Vigilia. Per le feste. Stessa cosa per latte-yogurt e compagnia cantante. Così per precisare) comunque qualcosa la deve mangiare se non fosse molto chiaro e poi perché alla lunga, visto che è sempre tutto questione di abitudine (per questo motivo non mangi il coccodrillo o il gatto. Se fossi nato in Australia o in Cina lo avresti fatto additando chi mangia il Coniglio e il Cavallo come accade qui), ci si abitua e sa di buono. Di alleato. Come il seitan. Che non sia buono come una bella bistecca fumante, lasciatelo dire, è un giudizio chiaramente soggettivo. Perché il sapore sarà pure buono ma se lo fosse anche quello di un bambino di tre anni marinato nella curcuma dubito fortemente che me ne nutrirei (mi sono alzata bene, vero? E’ che a domanda “macomefai. maperché? machesensoha? MA NON NE HAI DA FARE? Mi verrebbe di urlargli contro alitando addosso una ventata di aglio). Fatto sta che non accetto più nessun tipo di contestazione reale nei confronti del gusto del tofu (l’unico che può farlo è il mio amico Daniele; sia chiaro). Si può assaggiare e non provare più. Si può non assaggiare e farlo poi. Si può tacere e rispettare. Proprio come faccio io condividendo la mia vita con persone carnivore. Sempre con il sorriso. La gentilezza. E la cordialità. Sii gentile con me e non dirmi niente sul tofu e le mie meravigliose “schifezze” e io lo sarò con te e non ti parlerò di cadaveri, alto tasso tumorale e pelle rinsecchitabruttavizzaorrida come la Strega di Biancaneve (riè).

(ci voleva proprio tiè, vero Ombrellina?)

Cinquanta giorni capisci? Ne mancano tanti al Natale. Ho già il planning pronto e pure il Calendario dell’avvento. Ho già il cavalletto montato per le Rubriche video e  i glitterini. Ieri Alessandro e Seby mi hanno pure trovato le mollette per fare il presepe (sì farò il presepe con le mollette) e moltissime proposte che mi gira anche un po’ la testa, tante sono.

Sono così felice che l’idea della collana di arance sia finita su CasaFacile di Novembre (hai visto?) a dimostrazione del fatto che.

Il passato torna e quello che hai fatto i frutti li dà. E se non li dà è inutile perder tempo a crogiolarsi nei perché. Sono ovvi e semplici. Una cosa stupida come la collana di arance può diventare nel tempo una porta di accesso a meraviglie. Una mancanza, un’assenza e una dimenticanza o la poca voglia di fare può essere il passaporto per l’inferno.

Fortuna che in mano ho chiavi solo per un Natale dove la parola (chiave *tuttotorna) è solo una: Sorrisi. Progetti Nuovi e non dimenticarsi di quello che si può fare.

Per tempo.

Mai dopo.

Uhm poi il peperone ha rovinato tutto e mi sono anche arrabbiata un po’. No dai, molto più che un po’. Avevo letto su una bibbia di cucina orientale però che per i contrasti visivi e per l’armonia della cucina taoista e tutte quelle meraviglie celate tra gli odori, i piatti e i contrasti appunto, occorreva necessariamente una punta di colore. E io di colore in quel momento avevo solo un triste peperone verde abbandonato che era stato escluso da una peperonata selvaggia confezionata con Mamma. Robina leggera sempre la nostra impavida Nanda.

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