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Erwitt a Torino ( Palazzo Madama)

Erwitt arriva a Palazzo Madama (no oggi non tedio l’universo farneticando ancora e ancora del mio viscerale amore nei confronti di Palazzo Madama; anche se vorrei). Sarà possibile godere di questa imponente mostra all’interno dei locali fino al primo di Ottobre. Senza indugio quindi chiunque si trovasse a passare (ma anche dirigersi coscientemente pare essere un’ipotesi più che plausibile e saggia) si catapulti dentro senza neanche rifletterci un po’. La casa editrice d’arte Silvana Editoriale insieme alla celeberrima agenzia fotografica Magnum Photos dedica una ricca retrospettiva a Erwitt selezionando ben 136 fotografie, molte delle quali lo hanno consacrato come uno dei più grandi fotografi del mondo.

Il mondo fotografato da Erwitt è di fattura nettamente diversa e se vogliamo opposta da quello fotografato da Capa (ho scritto quattro vaneggiamenti qui, a riguardo) . La vita, i momenti e l’esistenza tutta è raccontata non attraverso il dolore ma più con ironia e sarcasmo; questo non significa per l’appunto che sia meno profonda. Per questo motivo poi quando ti ritrovi, voltando l’angolo dell’allestimento, poco dopo Jacqueline Kennedy al funerale, con uno sguardo negli occhi che difficilmente dimenticherai, la mamma di Capa gettata disperata sulla bara del figlio comprendi.

Quanto di più profondo c’è anche se tutto è condito da sarcasmo, ironia e animaletti zompettanti e pelosi. 

Fort Dix New Jersey 1951

Elio Romano Erwitz, che nasce a Parigi, si specializza negli scatti in bianco e nero in una bizzarra surrealtà   che strappa un sorriso e fa riflettere perché riesce a trattare argomenti difficili: il razzismo, su tutti. Segue lo stile di Henri Cartier Bresson (lo scorso anno a Palazzo Reale). 

Mi ha conquistato la democrazia di Erwitt che pone il chihuahua insieme alle zampe di un cane di grossa taglia e alle scarpe di donna per rimarcare il concetto che tutti sono alla stessa altezza nonostante le diversità. E’ un messaggio forte e importante che andrebbe rimarcato e pure fortemente. Lo fa con la simpatia disarmante di chi ferma il tempo in qualcosa che a primo acchito sembra (molto) ridicolo per poi rivelarsi, attraverso opportuna riflessione, un concetto dalle mille sfumature. Una gettata di acqua e detersivo che se mischiata forte forte crea quei palloncini, microbolle e sfumature arcobaleno.

Io lo faccio sempre. Mischiare acqua e sapone e giocare con le sfumature. Come accade con le nuvole. E tu? 

Membro di Magnun Photo dal 1953 (ferma il tempo ritraendo tutti i fotografi della Magnum mentre si coprono il volto. E trovo l’idea più che geniale. Va oltre proprio) fa della spontaneità il suo punto di forza. Ritrae attimi di gente comune preferendoli alle modelle e alle pose. Un concetto diciamo completamente estraneo a me che il tempo piace fermarlo come dico io. Con manie di controllo e schizofrenie. 

Gli piace svelare con humor freddo quei retroscena che lui riesce a fermare e fotografare attraverso un atteggiamento spontaneo che parallelamente sta avvenendo davanti al suo campo visivo. Nella famosissima foto dei due bulldog dove sembra che l’uomo sia antropomorfo e abbia proprio la testa canina, in realtà spiega che si tratta di semplice spontaneità. Che la foto non è stata affatto costruita o messa in posa. Era un dog sitter che bazzicava la sua zona. Un giorno lui passa. Un cane alla destra del soggetto. L’altro era sopra. Ed è stato facile per lui cogliere questa unione. Come se fossero un corpo soltanto. Una razza unica. 

E di razza si racconta anche in una foto incantevole dove c’è un lavandino per i bianchi e uno per i neri. E un nero quasi sfocato e in movimento aleggia sulla destra. 

Robert Capa Mother Julia Armonk New York 1954 – La mamma buttata per terra mentre abbraccia la lapide del figlio morto su una mina anti uomo. Un ritratto straziante, commovente e indelebile. 

Erwitt dice che fa saltare il cane abbaiando perché ama parlare la sua stessa lingua. Basta dire Bau del resto e comunichi. Come dice pure che gli piace andare al mare solo per fotografare perché altro non si può fare. Sono tutti più liberi, senza maschere, spontanei. Ed è per questo che ci sono molti di scatti tra le onde, giochi e saltelli. E mentre mi innamoro del Motel Room in Texas che ricorda l’Overlook hotel e il televisore spixellato come fosse Poltergeist, ritorno a riguardare la madre di Capa in silenzio. Lo faccio incosciamente. Come se fossi davanti alla bara. Come se sentissi quell’odore noioso di torta di mele. 

La spontaneità lo porta addirittura ad appassionarsi ai campi nudisti cercando di cogliere quello che andrebbe fermato. Evitando volutamente il volgare. Bisogna stare attenti, dice Erwitt, “quando fotografi gente nuda devi essere molto attento a non risultare volgare”.

E ci riesce. In tutto quello che fotografa. Ironicamente. Sarcasticamente. Profondamente. Che denunci o voglia divertire. Che voglia far riflettere o semplicemente raccontare. Che voglia eludere, confondere e a tratti sragionare, Erwitt riesce nell’intento di non farsi dimenticare.

E non riuscire a farsi dimenticare è il passo sicuro per l’immortalità. D’anima e di pensiero

“I cani sono creature amichevoli. Sono persone interessanti con più peli. Non ti chiedono le stampe e non si arrabbiano se li fotografi” (Erwitt)

Ho comprato (ovviamente in francese perché sono pazza ma non c’è bisogno di sottolinarlo) il volume Dogs di Elliott Erwitt’s. Un volume enorme che unito a tutti i regali ricevuti, libri e soloilcielosacosa era davvero l’ultimo dei miei pensieri e il problema “ci entrerà in valigia?” non me lo sono neanche posta. Doveva essere mio insieme a una quantità esagerata di cartoline. Tra l’altro ho trovato anche qualcosa di Capa che mi era sfuggito a Palazzo Reale, ahimè. 

Un volume pazzesco che raccoglie e racconta la genialità e l’umanità (sì umanità) delle creature che rimangono  anche nel mio immaginario le più spontanee e vere. Quelle senza la quali la vita stessa potrebbe non avere lo stesso significato. 

E mi sono ritrovata a pensare alla mia Hydra. A quanto avrebbe potuto piacere a Erwitt in tutta la sua divertente goffaggine.

Una che disegna, scrive, cucina e fotografa ma non fa bene nessuna della quattro cose.

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