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(domanda retorica) Ma vero o no che sta venendo fuori una bella rubrichetta yogurtosa questo mese di Settembre? Esattamente quattro ricettine velocissime da cui prendere spunto per rimpinzarci di dolcetti ipocalorici senza troppe pretese dal punto di vista della preparazione ma certamente non da quello

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E non si può proprio mollare. Anche quando (e soprattutto) si crede di doversi dare una regolata, respirare, prendersi del tempo, ragionare. E.

E non sono affatto una fautrice del “siediti e ragiona”. Con calma. Rifletti per bene e valuta. Pondera.

( la sedia la piglio. la lancio in aria. la spacco sulle ginocchia. emelamagno!)

Santapizzetta occorre logica, razionalità e maturità. Ed io nei saldi non l’ho mica trovate nei cestelli queste cose. Non sono neanche al banco frigo. E neppure tra le borse. Mi venisse indicato allora dove potere acquistare questi prodotti perché altrimenti proprio non saprei.

Fatto sta che bisogna alzarsi. Darsi una bella mossa. Stringere i denti e tutta quella serie di ovvietà e: andare avanti come un caterpillar.

E lo sto facendo.

Questo per dire che io al momento vorrei che non mi si dicesse più di stare calma, respirare, prendermi il mio tempo e. Nonostante non possa godo ugualmente delle idiozie che professano i tronisti di Uomini e Donne. E mi concedo già tanto. Ne guardo esattamente quindici minuti tentando di capire chi è il tronista, chi è Maria, chi è l’assistente di studio e se Tina è quella tra gli over settanta o ancora seduta come opinionista. E.

Lo prendo il mio tempo e faccio qualcosa per me: guardo quindici minuti di uomini e donne ! cosa altro dovrei fare? Detesto andare dal parrucchiere perché è già difficile che qualcuno che non conosco riesca a mettermi le mani tra i capelli. Non mi rilasso ma al contrario mi inalbero quando la ragazza comincia a massagggggggiare fortefortissimo e dice ” ti piace? va bene così ? è fredda ? è calda? “. Perché come glielo spiego che a me piace solo l’acqua ghiacciata sulla testa eh? E.

E’ quasi assurdo anche solo confermare il mio amore viscerale per la cultura orientale, altrimenti non starei aspettando una proposta da uno che oltre a rispecchiare tutti le caratteristiche e peculiarità dei torinesi abbraccia amabilmente la suddetta cultura. Ma quella vera però eh. Non quella che crede che le geishe siano donne schiavizzate che preparano il tè e si trasformano in dive da lap dance dopo la cerimonia.

Ecco, giusto per non cadere in enormi equivoci. Un po’ come dire che il sushi  è riso appallottolato e avvolto in un’alga con un pezzo di salmone a caso o che l’involtino primavera è l’unica cosa che sanno cucinare i cinesi insieme al gelato fritto.

Chiarito e sottolineato questo può pure cominciare il delirio. La cucina giapponese di Casa di Karumi Kurihara edito da Guido Tommasi ha un prezzo non troppo basso e corrisponde esattamente a 25 euro; forse che forse facendo un giro su Amazon qualcosa in meno lo si trova. Io che sono la solita furba l’ho comprato a prezzo pieno ma se devo essere onesta li vale tutti.

Il titolo riassume tutto quello che c’è di più importante da sapere. Harumi Kurihara è famosissima proprio per le sue ricette casalinghe che sono facili da seguire e con ingredienti che non ti fanno fissare le pagine facendoti comparire un punto interrogativo sulla testa.
Anche chi ha non ha un tatami culturale (meglio di bagaglio no? ok la smetto) tale da comprendere cosa sia esattamente Tonkatsu non ha da preoccuparsi perché la nostra adorabile casalinga nipponica dal sorriso dolcissimo ci aiuterà. Prendendoci per mano e non facendoci confondere. Una breve introduzione fa sì che il lettore venga immerso nell’atmosfera del piatto. Ci sono indicazioni precise qualora dovesse fronteggiare per la prima volta il termine ma senza troppi dettagli. Si va dritto al punto ma non per questo si viene fuorviati o confusi.

Certo è che le persone più avvezze alla cucina orientale, tra termini e ingredienti, si destreggeranno molto più velocemente. Una sottolineatura importante è che queste non certamente rimarranno deluse perché in questo libro, da possedere per chi ama il genere, si trovano chicche semplici e particolari allo stesso tempo.

Lungi  sostenere che a me molte siano sembrate “viste” anche se distrattamente potrei farlo ma giustappunto perché così non è mi impegnerò a fondo per ravanare in un concetto che di per sé è semplicissimo; ovvero quello che sì. Molte sono “viste” ma vi è un ingrediente. Un passaggio. Una frase e una presentazione in più che aggiungono un quid a questo volume interessante.

La cosa più importante e che mi ha fatto innamorare delle quasi 200 pagine è proprio il voler volutamente rimarcare più volte che la cucina giapponese non è sushi e mini roll. Che non è mettersi un vestito alla moda e andare a mangiare con le bacchette con la 2.55. E’ una filosofia. E’ arte.

E’ proprio brevettata la ricetta della Banana Split eh. Mica bananeecioccolato (perché non riesco a fare un inizio come si deve? e soprattutto: come si deve?). Insomma. Dicevo.

La ricetta della banana split è brevettata agli inizi del novecento da un certo David Evans Strickler che lavorava nel bar del padre in Pennsylvania (c’è bisogno che tedi l’universo con quello che sto per dire? No. E proprio per questo lo faccio. Perché io quando sento Pennsylvania penso sempre alla Transilvania. E mi stupisco ogni santa volta quando mi si dice “in America!” e allora dico ma “Dracula non era mica americano” e parte una serie di misunderstanding travolgenti che fanno girare la testa. Potevo risparmiarla sì?).

Insomma. Banana Split. Dracula Americano. Ah sì.

La brevettò prendendo spunto da un venditore di gelati che ne faceva una versione simile ma per qualche oscura ragione usava banane non sbucciate (ettecredochenonfacevasuccesso!). Nel 2004 il centesimo anniversario della Banana Split non è mica passato inosservato, anzi (perché in America sanno a cosa dare priorità. Abbiamo solo da imparare, noi).

Come in ogni “scoperta-invenzione” sono in molti a reclamarne la paternità. E allora dalla città di Wilmington in Ohio fanno a botte con i Draculesi… ahem no… con i Pennsylvanesi (si dirà così di certo) e tra zuffe a colpi di banana, panna e cioccolato non se ne viene proprio a capo. Pare che il genio e inventore della banana split tagliò semplice longitudinalmente una banana e aggiunse gelato come ripieno e poi via di cioccolato e panna come se non ci fosse un domani e un colesterolo da preservare.

Ormai si trova un po’ ovunque ed è davvero difficile non conoscerla come dolce. La Banana Split dagli anni ottanta in poi, proprio perché un bombardamento visivo c’è stato nei serial e in tv in generale, è un simbolo culinario inattaccabile.

Premesso che la banana è in assoluto il frutto che detesto di più e che preferirei essere travolta da una mandria di cinghiali piuttosto che assaggiarne un pezzetto, confesso che nei momenti di allenamento pedana-mattino-fosforo-blablabla qualche volta con il naso tappato e dopo una serie di vergognosi capricci, in età adulta (quale età adulta?) l’ho (ri)assaggiata.

Per confermare che: meglio i cinghiali.

Certo la granita di banana da Torre in quel di Torino brutta non è ma. Non mi fa peeeeeeeeeeeeeeeeeeeeerrrrrrrrrrrr nulla simpatia. Ma proprio per nulla per nulla. Oggi, contravvenendo ad ogni regola che vuole la Banana Split un dolce godurioso, ipercalorico, devastantemente (?) meraviglioso per le papille gustative ne faccio una versione: light.

Perché qui si è trasformato in light pure la finanziera e il fritto misto piemontese. Si è trasformato in light pure il fritto di calamari nonfacendolofritto. Si è fatto di tutto (forse troppo) e quindi perché non la versione light della Banana Split? A maggior ragione quando la rubrichetta yogurtosa che ne è venuta fuori in questo ultimo periodo si è fatta davvero corposa e interessante (non è vero ma tutti elogiano il proprio lavoro e devo farlo pure io. Anche se non mi piace. E vabbè ma dicevo?).

Complice come sempre quel pacchettodirobainscadenza che perisce lì tra scaffali, dispense e cassetti, comincio giusto dagli amaretti. Sono amaretti semplicissimi acquistati alla Metro in un tristissimo pomeriggio in quel di Catania. Perché non è mica sempre festa e c’è la spesa fescion in quel di Eataly a Torino. Senza sminuire la mia terra di lava e cenere, of course (of course è antipaticissimo ma qualche volta è giusto adoperarlo).

E’ il classico dolcetto di quando “non ho voglia di fare un dolcetto e perdere tempo ma ho voglia di un dolcetto”.

E quindi che si fa? Si fa che:

Si prende. Ah no prima di cominciare. Visto che non ho visto (vistovisto) suddetto scempio culinario in versione light da nessuna parte ma che è un parto culinario improvvisato, come sempre non ho preso appunti frizzi e lazzi. Perdo tempo a disegnare, fotografare, dire stupidate ma le cose importanti non le faccio mai (è proprio una religione la mia) quindi come sempre mi scuso per l’approssimazione (ma tanto ci capiamo no?).

E allora.

Per due persone circa:

250 grammi di yogurt naturale non zuccherato (per chi non è intollerante io direi quello intero naturale della Stuffer che santocielo è buonissimo. Se non morissi dopo un cucchiaino giuro che farei fuori il barattolo da 500 grammi in un sol colpo)

una manciata di amaretti dipende dalla golosità ( 3 chili vanno bene?)

50 grammi di cioccolato fondente nero (io uso sempre quello della Lindt con la carta argentata, ecco. E 50 grammi è metà tavoletta ma se si è nella fase “chisenefregadelladietaipocalorica” cento grammi e tanti saluti. Crepi l’avarizia!)

2 banane

per dolcificare lo yogurt andrà benissimo del miele leggermente sciolto per far sì che si amalgami meglio (che conosco una che mi somiglia che l’ha messo nel frigo e ora ha un mattone per cementare la casa del nano da giardino) oppure un generoso cucchiaio di zucchero di canna integrale (vabbè pure bianco sì) per ogni porzione. O anche solo un cucchiaio. O anche senza. O insomma. Viene troppo dolce e nnnamoci piano! (quanto sono professionale)

Adesso potrei dire: sbatti tutto nel bicchiere e ciao. Ma mi impegno e faccio “quella che ne capisce di elaborazioni culinarie ” (non posso riuscirci)