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Gomez e Morticia – La torta di Rose (decapitate)

Ero ipnotizzata. Dal divano marrone di pelle (che compare pure sul mio libro in un piccolo pasticcio dove ho scarabocchiato la mia Nonnina Grazia. Era proprio così il divano. Proprio. Proprio) guardavo quella che rimane in assoluto la mia prima, nonché preferita, serie Televisiva. Erano gli anni ottanta e non c’era così tanta “carne al fuoco” in fatto di suddetto genere televisivo (nel week end abbiamo fatto full immersion con Top of the Lake e ne sono delusa a dir poco. Sette episodi da 45 minuti che avrei potuto impiegare per fare altro. Tipo i boccoli o operazioni di questo tipo); a maggior ragione se si pensa che la Famiglia Addams era completamente fuori da ogni tipo di schema familiare nell’immaginario comune. Una sorta di rivoluzione visiva e narrativa. Mandata in onda tra il 1964 e il 1966 sul network televisivo statunitense ABC, è ancora oggi un cult irrinunciabile che continua a essere mandato in onda senza mai stancare su Sky, per dire. E’ stata ispirata all’omonima striscia a fumetti creata da Charles Addams che veniva pubblicata sul New Yorker e si parla del 1912 (fino al 1988).

In pratica quando Rose e Jack (che no. Non compariranno in questo gruppetto) erano avvinghiati a Prua e il Titanic collassava negli spazi aperti dell’oceano. Incredibile come negli anni (anni detto con molta nonchalance ma si parla di un secolo. Novantottolunghissimianni, insomma) rimanga sempre una commedia atemporale e ricca sotto ogni punto di vista. Culturale, intrigante e intelligente la serie televisiva sulla Famiglia Addams non ha certo nulla a che vedere con i flop assoluti (a mio modestissimo avviso) a cui ahimé siamo stati sottoposti con le versioni cinematografiche (ci sono scene esilaranti anche e soprattutto nel secondo episodio ma niente di memorabile). Ricordo che al primo Addams Family mi catapultai al cinema manco ci fosse un mio parente nel ruolo di protagonista. Commossa e piena di aspettative affogai i miei dispiaceri in un pacco enorme di pop corn (ahia! beccata! sììììììììììì Anche io mangiavo i pop corn al cinema. Adesso tedio l’universo sul fatto che non si fa ma. Ma ero adolescente santocielo! Una gioventù bruciata, la mia. Pop corn al cinema. Confesso. Peggio però non ho fatto).

Morticia e Gomez rappresentano in assoluto la complicità e l’arguzia. Il rapporto ironico, coinvolgente e strampalato; la loro coppia ha dei tratti così ben delineati e poco confusi che ricordo di aver più volte pensato quando ero piccina di voler avere un amore così. E poi è successo. Mai scontati e divertenti. Un po’ fuori di testa (un po’, eh) ma uniti sempre nelle decisioni importanti e con una carica di ideali fermi e costanti. Ricchissimo e sempre con outfit impeccabili, Gomez ha rappresentato nel mio immaginario (da sempre) l’ideale di uomo che volevo accanto. Curato, stoico, innamoratissimo e servizievole ma al tempo stesso deciso, intelligente, colto e grande complice. Non a caso ne ho uno accanto ancor meglio di Gomez (oh Nippo a ‘sto giro mi offri un succo di arancia, eh). Il fatto che anche al Nippotorinese piacciano da impazzire i trenini (anche se ahimé non vuole farli esplodere) e che ami una pallidissima Donna Dark (ma non magrissima come Morticia, ahimè) di nero vista piena di hobby e interessi bizzarri (in effetti anche a me piace strappare i petali delle rose) che ama vivere in casa e non apprezza molto il mondo esterno mi fa seriamente intuire che proprio lontana dal mio sogno di bambina non sono andata. Morticia e Gomez davvero rappresentano allegoricamente la mia famiglia. Strampalata e assurda (Nanda sarebbe la Nonna che cucina pezzi di animali a caso e li frigge. Uhm. Guarda un po’ che altra stramba coincidenza. Turi non riesco proprio a collocarlo però; aggiungerei “e menomale”). Ricordo, in una delle prime puntate della prima serie televisiva (ho ovviamente tutti i cofanetti originali e in religioso silenzio faccio delle maratone visive), che Morticia, benché appassionata di cucina, non si dedicasse moltissimo alle faccende domestiche; Era più che altro compito di Lerch e della Nonnina ma in quelle poche volte era dedita alla preparazione di ricche zuppe con ali di pipistrello e occhi di bisonte. Poco interessati al denaro, nonostante la vita abbiente alla quale erano abituati, continuavano a ottenere successi su successi. Gomez del resto era un abilissimo ed eccentrico multimiliardario che investiva e vendeva e comprava. Quando perdeva denaro rideva un pazzo alternando momenti di euforia ed eccitazioni a piccolissimi scoraggiamenti.

(non ricordavo di essere arrivata a tanto. E invece)

Quello che è sempre emerso ai miei occhi però è stata la felicità. Di quelle vere e genuine che poco c’entravano con il castello e la possibilità economica. Morticia e Gomez erano appunto: complici. Lo erano in tutto quello che dicevano e facevano. Affrontavano le difficoltà, seppur ai nostri occhi umani incomprensibili ed eccessivi, sempre alleandosi l’un l’altro. Pochi uomini sono stati disegnati “devoti” come Gomez. Attenti alle esigenze della propria amata. Il termine “innamoratissimo” può essere scomodato eccome. Non vi è un momento della giornata in cui Morticia non si senta bella e desiderata. Basta un non nulla per far scattare quella passione irrefrenabile nelle corde da gentiluomo di Gomez. Una parola francese per delirare amore e passione. Gomez è davvero il marito che ti risolleva nei momenti di sconforto. Certo è che indubbiamente Morticia fosse bella ventiquattro ore su ventiquattro ma anche se non lo fosse stata Gomez è il tipo di uomo che mai vacillerebbe. Davanti a qualche chilo in più. Davanti a qualche chilo in meno.

Davanti alla trasandatezza. Agli occhi di Gomez la sua Morticia era sempre la sua Querida. Al contrario del suo nome (mors-morte) Morticia è vita per il suo Gomez e in questa dicotomia lampante. La moda di vestirsi in stile gotico è rivoluzionaria in quel periodo anche perché appunto si parla degli anni sessanta quando il gotico inteso come moda non si sapeva neanche cosa fosse. Gonna aderentissima e forme in bella mostra con la provocazione dello spacco fanno un outfit completamente atemporale (sì oggi è tutto atemporale). Cadaverica, pallidissima ed eterea è diventata senza girarci tanto intorno il mio modello di bellezza. Sì lo so che adesso chi è arrivato miracolosamente a questa frase dopo aver subito il mio delirio (o semplicemente saltando di paragrafo in paragrafo) sta per comporre il 118. Ma non mi vergogno a sostenerlo e pure molto convinta. Nonostante non abbia mai avuto un modello di riferimento (se non diventare una imprenditrice di me stessa e dei miei sentimenti come mio padre. e di diventare una madre almeno il dieci per cento brava quanto la mia) c’è da dire che Morticia ha influenzato e molto il mio modello di riferimento. Non devo certamente a lei i miei problemi alimentari e non vi è nessuna accusa nei confronti di questo meraviglioso personaggio che amo visceralmente ma partendo proprio dal fatto che ho sempre amato il rapporto Gomez-Morticia tanto da desiderarlo più volte e volendo-sperando un giorno di avere accanto un uomo come Gomez, c’è da dire che anche sul fronte fisico provavo una qual certa attrazione visiva per il corpo di Morticia. Non sessuale, chiaramente. Ma di puro gusto. La trovavo/trovo/troverò  fine ed elegante. I capelli lunghi, lisci e non troppo lavorati ma solo con una linea in mezzo. Un pallore accentuato da cipria e toni molto freddi e accecanti quasi abbaglianti. Un trucco leggerissimo basato solo su ciglia lunghe e al massimo evidenziamento delle labbre ma con garbo ( non trucco mai le labbra se non per fare la cretina su Flickr; tanto per dire insomma). Quasi l’annientamento delle labbra per intenderci, Una scavatura. E una magrezza preoccupante. L’abbigliamento total black. Un animo dark. Beh non è che ci sia bisogno di continuare a psicanalizzarmi a fondo.

Ha influito e continua a influire eccome. Perfetta donna di casa e amministratrice di beni si dedica al giardinaggio. Altera e seducente apprezza essere ammirata ma è fedelissima al suo Gomez da cui pretende attenzioni ma al quale dà tutta se stessa. Il ricordo della loro luna di miele in una grotta insieme ai fantasmi e battute esilaranti sul fatto che ai cimiteri lei fosse sempre la più bella e non c’erano cadaveri che potevano eguagliarla fa di questa coppia un ricordo importante nella mia vita. Un cinismo sarcastico che sento di avere. Nel mio umorismo nero. Nel mio cuore nero, come dice sempre la mia Cey. Che lo ha visto, osannato e amato. Rendendomi immensamente felice.

Gomez e Morticia in tutta la loro irriverenza ed apparente irrealtà rappresentano al contrario di ogni sguardo approssimativo e veloce una delle coppie più belle e romantiche di tutti  i tempi; capace di oltrepassare la realtà e il pensiero comune. Mano, Mercoledì, Pugsley, Fester, Cleopatra, Aristotele la piovra e Kitty Cat il leone fanno parte di me. Del mio sentire l’amore e la coppia. E la famiglia. Quella che ho sempre davvero sognato e desiderato. E che pian piano “mostruosamente” mi sto costruendo.

La Torta di Rose Decapitate

Ho scelto di riesumare (quale migliore occasione del resto?) la Torta di Rose perché di Morticia la prima immagine che mi appare è proprio nella serra. Mentre decapita rose (operazione tra l’altro di cui mi vergogno ma ahimé mi macchio anche io. Per via di foto e progetti non è poi così inusuale vedermi in lavanderia a tagliare le povere creature. Mi è valso appunto in casa più volte l’appellativo di Morticia). Ma che fine faranno le Rose Decapitate? Mi piace immaginare che finiscano in una torta (in realtà volevo farne una versione salata che ben più si confaceva a questa coppia ma al momento non vi è luce. Non vi è forno. Non vi è cucina. Non vi è casa. Non vi è nulla. Ripristinata la “normalità”, ammesso che io la conosca, sarà mia premura provarla in una versione insolita salata, che ho già confezionato diverso tempo fa e che aveva riscosso successo. Le foto? Perdute, of course).

Ingredienti per 6-8 persone circa

Per la pasta: 350 grammi di farina setacciata con un pizzico di sale, 15  grammi di zucchero meglio se di canna ***, 150 grammi di latte intero, 3 tuorli (anche 2 uova intere di 60 grammi circa vanno bene) , 35 grammi di olio extra vergine d’oliva (o burro se si preferisce) e 1 cubetto di lievito di birra fresco (ma si può adoperare anche quello secco) ed essenza che si preferisce (scorza di un limone grattugiato, cannella, zenzero, qualsiasi cosa. La vaniglia? Perfetta. A proprio gusto).

***molti mettono tanto zucchero anche nell’impasto ma essendo poi farcita con altro zucchero mischiato al burro potrebbe risultare stucchevole.

Per la farcitura: 120 grammi di burro morbido, 120 grammi di zucchero (meglio se di canna ma il bianco semolato fine andrà bene) e se piace l’esasperazione del gusto si può nuovamente insaporire con un’aroma. Altrimenti lasciato così come è.

Nel latte intero fai sciogliere il lievito di birra se lo usi fresco (se lo usi secco salta questo passaggio). Setaccia per bene la farina. Su un piano leggermente infarinato forma  il piccolo classico vulcano (sono catanese e per me è un vulcano. Non una montagna, pardon) e ricava un cratere (e l’ho detto io!) e metti l’aroma che hai scelto (o la scorza di limone), lo zucchero e le uova e con una forchetta nel modo più classico comincia a mischiare tutti gli ingredienti. Aggiungendo il latte a poco a poco lavora con le mani fino a ottenere un impasto. Lavora l’impasto per almeno 10-12 minuti. Devi farlo dolcemente e senza premura. Allarga con i pugni. Riprendi. Fino a quando tra le mani avrai una creatura bella compatta ma soffice. Riponila dentro un recipiente bello pulito e copri con un canovaccio. Lasciala riposare tranquillamente un’oretta in un luogo non troppo freddo. Quando il tempo è trascorso lavora il ripieno, ovvero il burro ammorbidito a temperatura ambiente (come se fosse appunto pomata) con lo zucchero. Anche con uno sbattitore elettrico, che viene meglio.

Infarina nuovamente il piano e con l’aiuto di un mattarello stendi l’impasto e ottieni una forma rettangolare. Spalma tutta la crema di burro per bene e poi arrotola la sfoglia su se stessa come a formare un cilindro, un rotolo. Taglia questo tronchetto che hai ottenuto in parti uguali (o diverse, se vuoi fare delle porzioni grandi e piccole) e sistemale su uno stampo foderato di carta da forno leggermente imburrata. Lascia lievitare il composto nella teglia un’altra mezzoretta e poi cuoci a 180 per 30-35 minuti circa fin quando è dorata.

Una che disegna, scrive, cucina e fotografa ma non fa bene nessuna della quattro cose.

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