Fake (vegan) Carbonara

Roma, perdonami

Litigheremo, a questo giro lo so. E non posso e voglio darti tutti i torti. Amici romani, vi amo. E LO SAPETE! Chiedo perdono in ginocchio sui ceci appuntiti. Però CALMA, parliamone pocopocopoco.

Chi mi segue da un po’ sa che tipo di legame indissolubile ho con la mia Roma, castelli e dintorni. È un colpo basso questo lo so. Vengo in pace! Vengo in pace! Imparagonabile certamente alla regina suprema della cucina italiana – la sacra carbonara- ma confesso, buona (famo accettabile? *disse ridacchiando*). Papà mi prenderebbe a sberle se vedesse il tofu affumicato al posto del guanciale, anche perché era indiscutibilmente -insieme alla norma- uno dei suoi primi piatti preferiti (ha mangiato la versione con tofu grattugiato al posto della ricotta salata dimostrandomi amore imperituro, lo so). Diciamo che si chiama Fake Carbonara per riprodurne “il concetto” non certamente il gusto, ci mancherebbe. Il “concetto” è quello della cremina e dell’accompagnamento all’ingrediente croccante. La cremina io la faccio con farina di ceci, poca acqua e un po’ di panna vegetale (e qui ovviamente mi becco gli insulti di Martina, Giulia e Ombretta che da Roma stanno urlando: TI ODIOOOOOOOOOOO. E pure dal Veneto Sandro Siviero, che la idolatra come una divinità. Lo so lo so lo so. Mi merito tutti gli insulti) e uso il tofu affumicato tagliato a listarelle. Lo faccio saltare in padella con un po’ di olio e via. 

Perché?

Ma perché mangiare una carbonara che non è una carbonara ma una finta carbonara e chiamarla comunque carbonara? 

C’è dell’incoerenza, come spesso mi è capitato di sottolineare pacificamente. E come spesso accade mi rifaccio all’iperuranio di Platone e all’idea immutabile e perfetta del mondo delle idee. Di fatto, pur non mancando la carne (o mancando, dipende dai casi) si è cresciuti con determinati tipi di piatti e ritrovarli può essere ai limiti del catartico. Certo, il gusto è un altro e non ci si avvicina lontanamente ma in quei gesti ancestrali si possono ritrovare anche pezzettini persi di noi. La cucina vegana si avvale e scava chiaramente nella cucina tradizionale. C’è sì dell’innovazione ma anche della fantasiosa replica proprio per i motivi suddetti.

Taglio a pezzetti il tofu affumicato, simil listarelle ma belle corpose e lo lascio andare in poco olio extra vergine bollente. Lo rendo croccante e metto da parte. In una ciotolina metto due- tre cucchiai di farina di ceci (che nella cucina vegana sostituiscono spesso le uova) e un po’ d’acqua fino a ottenere una pastella. Aggiungo anche della panna vegetale da cucina, assaggio e aggiusto di sale e pepe nero. Poi procedo come nella più classica delle ricette. Ovvero riscaldo un po’ la cremina (anche se il tuorlo non si riscalda losossolsosloslo lo giuro losopeddono), condisco, aggiungo tofu e via. È un primo saporito.
Facciamo che tutto questo venga preso alla leggera. Non appesantiamoci gli animi con delle sciocchezze. È già tanto difficile il periodo storico e litighiamo per tutti. La carbonara non si tocca, lo so. Ma è un timido omaggio che ormai all’estero e in Italia fanno in ogni modo da anni. La prima volta che l’ho vista fare è stato in programma televisivo. Un reality simil Masterchef di cui non ricordo il nome (forse era Hell’s Kitchen, in una vecchissima puntata con una cuoca vegana ma non ricordo).

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Iaia
Grazia Giulia Guardo, ma iaia è più semplice, è nata il 12 12 alle 12. Il suo nome e cognome è formato da 12 lettere ed è la dodicesima nipote. Per quanto incredibile possa sembrare è proprio così. Sicula -di Catania- vive guardando l’Etna fumante e le onde del mare. Per passione disegna, scrive, fotografa, cucina e crea mondi sorseggiando il tè. Per lavoro invece fa l’imprenditrice. Digitale? No. Vende luce, costruisce e distrugge. Ha scritto un libro per Mondadori, articoli per riviste e testate e delira pure su Runlovers, la comunità di Running più famosa d’Italia; perché quando riesce nel tempo libero ama fare pure 12 chilometri. Ha una sua rivista di Cucina, Mag-azine, che è diventato un free press online. È mamma di Koi e Kiki, un labrador color sole e uno color buio, mangia veg da vent’anni, appassionata di cinema orientale e horror trascorre la sua giornata rincorrendo il tempo e moltiplicandolo.

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