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L’Insalata di Cleopatra condita con i neuroni provati dalla psicosi della doppia personalità nanogiardinosa

Esiste qualcuno al mondo che sentendo parlare di Cleopatra non canticchi

“Il leone di Cleopatra ha una voce di Tenor. Canta meglio di Sinatra e non soffre il raffreddor” ?!? (documento visivo)

(qui in casa si fa anche “waawawawawarararara a due voci. Ma siamo chiaramente dei professionisti dell’idiozia)

Esiste altresì qualcuno al mondo che oggi non abbia piazzato quattro croci sul “sì” senza pensarci due volte?  

Su questi due retorici quesiti comincia un altro Lunedì, preludio di una settimana sconvolgentemente frenetica a dir poco; se crogiolarmi sul dondolo la notte scrivendo capitoli su capitoli mi rende adorabilmente sociopatica (non conferisco neanche con le margheritine, sorprendentemente sopravvissute al caldo assurdo e all’assenza di acqua) l’insonnia accenna ad aumentare in maniera preoccupante. Questo fa di me un essere orribilmente catatonico immerso in un mondo parallelo con capelli sconvolgentemente scompigliati. Nulla. Ormai sono lì. Con i miei personaggi. Le loro storie. Vite. La mia è stata affidata al Nano da Giardino che la gestisce, proprio come la grammatica e la sintassi di questi post (siamonellemanidinessunosantocielo). Questo per dire che le scarpe acquistate sabato pomeriggio oscenamente sopra le righe non le ho acquistate mica io. Con il corpo ero lì ma non certo con la mente e il buon gusto (maledetto nano da giardino fetish!)

Dondolo le mie stanche carni mollicce decidendo le sorti dei personaggi che ormai vivono di vita propria; prendendo talvolta il sopravvento.

Tipo che (cominciare con “tipo che” fa molto linguaggio giuovanile, ok?) alla cassa self-service mentre passo il codice a barra del detersivo per i piatti un’idea malsana giunge e mi blocco. Fissando l’etichetta. Resto  ferma lì.

Se la signora dietro non mi avesse detto “Tutto bene signorina?” sarei ancora lì. Del resto, mi dico ,  è normale-plausibile che fissare il codice a barra di un detersivo ti faccia venire in mente come debba morire finalmente quello stramaledetto personaggio. Vigorose auto-pacche sulla spalla e via. Verso nuove incredibili avventure di autoconvincimento.

Ma non è questo il punto. Il punto è Cleopatra ed io devo procedere per punti altrimenti rischio di sembrare vagamente confusa (chi ha pensato che io lo sia  di default e che neanche procedere per punti sia risolutivo,  è un essere pragmatico al quale va tutto il mio dissenso-disprezzo).

OOOOOOOOOOOOOOOOoooohhhh basta. Cleopatra.

Sembra che il Cuoco di Cleopatra fosse Apollodoro, un siciliano nato nel catanese, citato da Plutarco, che con i suoi piatti stimolanti ed afrodisiaci aiutò l’enigmatica e affascinante regina che mirava a spostare il centro dell’Impero di Roma ad Alessandria, a conquistare Cesare e Marco Antonio, che morì a causa dell’attrazione fatale per la caschettata più glamour che il passato ricordi. Colei insomma che inventò il carrè. Altro che Posh Spice, sior e siore (cosa sto dicendo?).

Cleopatra pare andasse matta per l’insalata che Apollodoro le preparava appositamente con estrema cura e dedizione. Trattasi di insalata di mellone e cipolla. E mellone non è un errore di battitura, cominciamo subito con il dire questo. Il Mellone in gergo siculo sta ad indicare l’anguria; difatti il Gelo di Mellone altro non è che il Gelo di Anguria. Non è difficile anche nella sicilia orientale sentirsi offrire del mellone e vedersi arrivare dell’anguria. A scanso di equivoci, qualora vi trovaste in quel della Trinacria, sarebbe opportuno quindi usare la terminologia “Melone bianco” per non sbagliarsi (Cantalupo ancor meglio).

Sono venuta a conoscenza di questa insalata, che da oggi e per sempre in casa verrà chiamata Insalata di Cleopatra, leggendo un bellissimo libro di un’edizione locale che racconta i sapori antichi della Sicilia. Non specificando l’autore di che tipo di melone-mellone-melone bianco-anguria si trattasse mi sono fiondata su San Gugol e ho digitato a più non posso per saperne di più. Ho sfogliato poi alcuni volumetti anche antichi per capire se davvero ci fossero altre fonti che confermavano ma nulla.

L’insalata di Cleopatra in realtà abbina due ingredienti che non sono mica così bizzarri. Esistono difatti moltissime variazioni sul tema insalata di anguria-melone-cipolla. In giro per la rete con mio piacevole stupore ne ho notati di interessanti e a dir poco. L’uso della feta, dello yogurt magro, anacardi, frutti insaporiti e marinati, con cipolle dolci e caramellate, e insomma ognuno poi ci mette quello che vuole. Un abbacchio mignon? lo proviamo? eh?

Qualsiasi cosa una mente perversa possa  partorire con anguria, melone e cipolla: esiste; e Cleopatra proprio come il suo carrè a distanza di millenni detta moda e convince affascinando le masse.

E affascinerà pure questa insalata che al momento ho scelto di fare nella sua forma più semplice possibile proprio per capirne al meglio l’accostamento di sapori.

E’ risaputo che io con l’anguria abbia un leggerissimo problema di dipendenza. Mi piace spiaggiarmi come una balena a riva dopo aver perso l’orientamento. D’estate me ne piazzo una davanti, mi faccio il segno della croce e dico: olavaolaspacca. Ed io la sacca stomacale la spacco senza alcun ritegno. La faccio gonfiare così a dismisura che non è mi è difficile intuire come sarò quando gravida all’ottavo mese mi accingerò alle ultime ecografie.

A me l’anguria fa gonfiare così tanto la pancia e mi dà un senso di pienezza cosmica ed ilarità che benedico sempre il fruttivendolo. Anche quando rantoli di dolori si odono nella notte. Mentre scrivo storie, ammazzo personaggi e ne faccio resuscitare altri (sì. Sto sceneggiando Beautiful e tuppete! Dharma ritornerà! Pathos alle stell).

Amando spudoratamente anche la cipolla rossa non mi è stato difficile buttarmi a capofitto nell’assaggio. Ne è venuta fuori una roba che va sicuramente lavorata e arricchita (per i palati più esigenti intendo) ma che rimane favolosamente buona anche così. Certo si storcerà il naso proprio come con l’iceberg con la mela, l’arancia con il finocchio, il coniglio con la ciliegia, la pasta con il kiwi. Come certo è che Max sarà nel suo openspeis a gridare “bastaIAIASEIPAZZAAAAAAAAAAAAAAAAA” ma.

Ma non perdiamo la calma. Dirigiamoci velocemente dal fruttivendolo e proviamola questa meraviglia. Consci del fatto che di afrodisiaco non ha nulla. Sfido chiunque con una panza come una mongolfiera e un alito imbarazzante a cercare di sedurre un bel pezzo di Marcantonio.

Ma il problema potrebbero essere i capelli. E quindi munirsi di carrè nel caso in cui lo scopo principale fosse solo: attrarre.

E chi se ne importa della panza gonfia: ammazziamoci di anguria con un carrè fescion!

(non posso chiedere neanche di perdonarmi per questi scempi linguistici velocemente ticchettati per via della fretta. Procedendo con calma sarebbe pressochè uguale. Se non essattamente lo stesso. Conoscendomi riuscirei a far peggio. E’ una dote naturale la mia)

Una che disegna, scrive, cucina e fotografa ma non fa bene nessuna della quattro cose.

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