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Le Ricette di Downton Abbey – Shepherd’s Pie

Ho scoperto Dowton Abbey da poco tempo e ancor in meno me ne sono affezionata. Serie televisiva Anglo-Americana, nell’ambientazione che preferisco in assoluto e prodotta per un network britannico, ha sbancato premi e ottenuto riconoscimenti altissimi. Con ascolti record sempre in ascesa pare che sia in assoluto la serie in costume di maggior successo mai mandata in onda. Emmy Awards come fossero biscottini cadono su questa trama mai noiosa, anche se apparentemente così innovativa proprio non è. Ambientata nella tenuta di campagna del Conte e della Contessa di Grantham nello Yorkshire a partire dalla tragica notizia dell’affondamento del Titanic nel 1912, si susseguono e scorrono le vite di aristocratici e domestici con una finezza però che non fa urlare alla telenovela, per quanto mi riguarda. Visivamente ci si trova sin dalle prime inquadrature davanti a qualcosa di simile a Gosford Park; ne avevo già decantato le lodi e passioni con la marmellata di arancia, qui. I costumi del tardo periodo edoardiano sono quelli che mi bloccano le vie respiratorie (gli stessi poi che la Maison Valentino ha ricalcato sulle passerelle per la Primavera Estate 2014. Incredibilmente abbottonati, chic ed esclusivamente in bianco e nero). Quando la rigida regola incontra il contrasto della protesta. La gonna leggermente si stringe e tutto diventa quasi più comodo. I corpetti si slacciano lasciando respirare le dame che cominciano l’impervio cammino per l’emancipazione reclamando diritti sino ad allora negati. Siamo proprio catapultati all’inizio e al fermento della rivoluzione. La donna voterà, diventerà crocerossina durante la prima guerra mondiale e dismetterà gli abiti di bamboletta soprammobile incipriata con i capelli abboccolati.

Non mi annoio mai in due casi; ovvero se la visione è ovviamente eccelsa o di bruttezza spudorata. Mi piace l’immensa beltà e il ridicolume. Per questo passo con disinvoltura da Kim Ki Duk alle repliche di Uomini e donne. Downton Abbey non appartenendo né all’una né all’altra nei pensieri del Nippotorinese poteva trovarsi in quel limbo pericoloso dove continuo a bocciare qualsiasi visione. Forte della mia passione per la moda e storia dell’epoca e i rimandi al giallo d’eccellenza nonché l’ambientazione britannica, che rappresenta in assoluto una vera e propria perversione, aveva degli assi nella manica a favore di questo prodotto che semmai dovessi consigliare lo farei senza riserve. E così è stato. Non mi ha annoiato neanche per una puntata. Perché basta quello per farmi rinunciare a una visione. Se sbadiglio la prima volta è l’inizio del tracollo. La fine. Di sbadigli in Downton Abbey non ce ne sono. Tutt’altro. Certo non è il genere di visione che ti lascia con il pathos e il patema d’animo. Non stai lì con sguardo ebete per cercare di capire cosa accadrà e quale incredibile colpo di scena avverrà; anzi pur non volendo peccare di presunzione mi sento di asserire che a momenti è quasi ovvio. I movimenti visivi sono prevedibili, ecco; mettiamola così. Ma non per questo scontati che è diverso.

Non conosco il romanzo di Julian Fellowes da cui hanno tratto parziale ispirazione e quando avrò la serenità e il tempo sarà mia premura leggerlo perché mi incuriosisce a dir poco. Si è già arrivati alla quarta stagione, formata da otto episodi più uno speciale natalizio che va in onda da Settembre 2013, ambientata negli anni Venti. Attualmente io mi trovo proprio a ridosso della fine della prima guerra mondiale, quindi al termine della seconda stagione e sto per accingermi alla terza in originale. Pare che sia stata già confermata la quinta stagione (se confermeranno la sesta e l’ottava mi perderanno perché la mia soglia di attenzione non è così longeva, confesso. Mi ha annoiato Dexter nelle ultime due serie tanto da non incuriosirmi neanche un po’ se alla fine è con la sorella a Miami o ad accartocciare serial killer insieme o semplicemente esamine in qualche discarica). IMDB gli da 8.7 e spero che questo numero, simile a quello che ho in testa io, rimanga tale e che il “brodino” non venga allungato.

Maggie Smith da sola vale la visione. Unica insieme a Ingrid Bergman, Meryl Streep e Jessica Lange (nominiamo Meryl e Jessica che ho sul comodino e venero con altarino) ad aver conquistato il Premio Oscar sia come miglior attrice protagonista che non. Ha più Golden Globe, Emmy Awards e riconoscimenti internazionali che zuccheriere in casa. Eccezionale avere una delle più brave e grandi attrici del cinema, con partecipazioni a teatro e palcoscenici importantissimi, in una serie televisiva. Nota che dimostra ancora una volta la potenza che ha raggiunto in questi anni questa formula televisiva (sapere che Jessica Lange abbandona American Horror Story fa sì che per me l’era finisca. E su American Horror Story ho tanto da dire in fatto di Cibo. E chiaramente altro).

In Downton Abbey si può ammirare il lusso sfrenato per l’apparecchiatura, la maestria del Maggiordomo Charles Carson nello scegliere ben sei tipi di vini decantatati in diverso modo per le portate e l’organizzazione nei minimi dettagli. Dal tovagliolo al candelabro. Dalla corretta posateria posizionata minuziosamente con il piccolo metro. Non è semplice e pura utopia-schizofrenia misurare la distanza dal sottopiatto al coltello e dal terzo calice al secondo. Nulla è lasciato al caso nelle cucine e negli alloggi dei domestici che estenuamente lavorano affinché lo sfarzo già ostentato si rifletta anche in una semplice portata. A tavola servono solo gli uomini in livrea e a stento si accettano le donne in tempo di guerra quando i camerieri indossano divise. Non più damerini stirati, inamidati e spazzolati sulle spalle ma servi del paese con pantaloni insanguinati. Molti più a terra e in barella che in piedi con vassoi di argento. Tutta la gestione domestica, affidata a Carson e coadiuvato da Elsie Hughes, la governante, è impeccabile.

La figura del Maggiordomo tipicamente stereotipata si riflette molto in questo personaggio simpatico seppur severo e amorevole ai limiti dell’abnegazione nei confronti della famiglia per la quale lavora. Il personaggio del Maggiordomo, che ho sempre trovato affascinante tanto quanto un componente del circo, dal prossimo anno poi grazie anche all’uscita del Libro (leggevo sul Venerdì di Repubblica proprio in questi giorni) assumerà sempre più un carattere specifico. Accade spesso che in determinati periodi infatti una “figura” emerga e prevalga e pare che il 2014 sarà proprio il Maggiordomo a farla da padrone (un controsenso divertente, no?). Carson attentissimo alla scelta dei vini e dell’argenteria naturalmente sovraintende la colazione, il pranzo, la cena e non da meno l’ora del tè. Diciamo che l’intera giornata a Dowton Abbey si svolge nella preparazione dell’evento culinario successivo. Grande fermento quindi nella cucina, indiscussa protagonista della casa dove si sentono e vedono gli odori tipicamente British. Si passa dalla meringata ai lamponi all’ovvia ma non troppo torta di mele sino ad arrivare ai classici pasticci di carne e alle minestre. Ci sono torte nuziali ma non voglio fare spoiler e dunque freno la mia voglia di blaterarne (ma solo per adesso) preparate con farina che sa di gesso e canditi scaduti del dopo guerra quando il mercato parallelo e nero fa gola. Si parla di whisky invecchiati e dolci succulenti. La cuoca Beryl Patmore, protagonista naturalmente, con una propria storia viene affiancata dalla piccola “tuttofare-sguattera” Daisy Robinson. Come nel caso del maggiordomo anche la cuoca appare stereotipa nel ruolo di “comandante” tra i fornelli. Inflessibile e battagliera in nessun modo vuole cedere il proprio mestolo e mattarello. Una figura forte che non vuole abbandonare il proprio piano cottura neanche quando la salute, quella seria, ci si mette di mezzo. Adorabile la figura della Signora Patmore, a mio avviso. Riesce a strapparmi un sorriso proprio per l’ovvietà dei movimenti in cucina. Ogni donna, in qualsiasi contesto e cucina si trovi, riconosciuta come “cuoca” difende con gli occhi e con i denti il suo sacchetto di farina, zucchero e burro. La Signora Patmore ne prepara di leccornie e anche se una volta butta giù del sale in una meringa le si perdona tutto.

Ho scelto di preparare un pasticcio di carne per la prima ricetta dedicata a Downton Abbey (sì perché la prossima è indiscutibilmente un dolce) perché è in assoluto il portabandiera della cucina britannica. Non vi è pie più famosa di quella di carne. E come si fa a non fare un collegamento cinematografica con Mrs Lovett? Sweeney Todd? Una carne speciale quella (ricordi quando nel 2010 ho cominciato questa Rubrica Cibo-Cinema diventata poi Cibo-Cartoon e trasformatasi adesso Cibo-Serial TV?). Certo non che ce la faccia a spendere molte parole su un pasticcio di carne, io. D’accordo la fantasia ma non è che riesca anche impegnandomi. Una volta tanto però dai, ci può stare. La Shepherd’s Pie è sempre nella pole position della categoria e Gordon Ramsay insieme a Jamie Oliver, senza dimenticare la Nigella beneamata, ne fanno un vero e proprio vanto soprattutto adesso che la cucina Britannica sta virando e cambiando. Lo stesso Pierre White (che ho preferito anni fa quando la cucina era agli albori degli schermi tv e sul 109 Sky impazziva Hell’s Kitchen) ricordo che ne fece una versione “innovativa” nella tradizione stessa. Letteralmente torta del pastore, viene confezionata con tenerissima carne di agnello (no vabbè ma d’accordo che. Ma no. Non ho adoperato agnello) accompagnate da verdure e morbidi ciuffi di purè di patate come fossero patate duchessa, per capirci. La Shepherd’s tipicamente identificata come britannica viene poi riproposta nei paesi nord europei in diverse varianti. E’ un piatto tipico e povero che contiene le immancabili patate e carne. Un piatto ricco e povero al tempo stesso che può essere declinato in infinite varianti. E’ senza ombra di dubbio alcuno scenografica come Pie grazie proprio alla presenza di questi piccoli ciuffetti patatosi che in maniera innegabile diventano gli indiscussi protagonisti.

La Shepherd’s Pie conosciuta anche come Torta casolare – Cottage Pie (cottage: modesta abitazione per i lavoratori rurali. E questo ne indica la provenienza) compare nei primi libri di cucina anglosassoni sin dal 1790 e viene poi identificata come Torta del Pastore. Che fosse di montone o manzo poco importava. Leggenda vuole però che venisse identificata come Torta del Pastore nel caso contenesse agnello (il pastore si occupa delle pecore e non del bestiame) mentre Cottage Pie (in maniera non troppo specifica) se contenesse manzo o montone. Scenografica ancor più se immaginata su un vassoio prezioso portato da un cameriere in livrea, diventa perfetta per le feste (ma anche su una bella tegliozza di alluminio portata da una cuoca con grembiule Dmail-Babbo Natale avrà lo stesso successo).

Per una teglia di media/grande grandezza  (6/8 persone):

2 carote, 1 cipolla bianca, 1 sedano,  burro, sale, pepe noce moscata, 600 grammi di carne macinata di primo taglio senza troppi grassi, 1 cucchiaio abbondante di salsa (deve solo colorare e insaporire leggermente), 1/2 litro di brodo di carne, 300-400 grammi di piselli (anche surgelati, ma meglio freschi).

Per la copertura: 4 patate abbastanza grandi, noce moscata, sale, pepe, burro, 2 tuorli.

In acqua bollente fai cuocere le patate fin quando sarà facile infilarci una forchetta. Mettile da parte per la copertura. Fai bollire i piselli in un pentolino con acqua bollente salata e metti da parte. In una pentola metti il battuto sedano-cipolla-carota tagliati a dadini piccoli e lascia rosolare in burro o olio extra vergine d’oliva come preferisci. Aggiungi la carne e bagna con il brodo dopo che questa si sia scurita e tostata. Aggiungi il pomodoro e aggiusta di sale, pepe e noce moscata.
Prepara il purè passando le patate nello schiacciapatate e lavorandole con i tuorli, sale, pepe e noce moscata. Se vuoi rendere il composto più ricco puoi aggiungere anche del burro morbido. Infila il purè nella sac a poche con una punta dentellata.

Composizione della pie: olia per bene (o imburra) e metti la carne trita come base. Versa poi i piselli. Con l’aiuto della sac-a-poche forma tanti piccoli ciuffetti di purè fino a coprire l’intera superficie della teglia. Infila in forno a 200 per 30-40 minuti fin quando i ciuffetti sono belli che dorati. Servi caldo.

Una che disegna, scrive, cucina e fotografa ma non fa bene nessuna della quattro cose.

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