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John e Nancy – Uno Smoothie Puro, Limpido e Coraggioso

Sin City è una serie di storie a fumetti di rara bellezza nate dalla meravigliosa penna di Frank Miller, che amo. Pubblicata negli Stati uniti con uno stile raffinato dark e noir, racconta le storie che avvengono a Basin City (abbreviata in Sin City, per l’appunto). Ambientata nella Gomorra fumettistica ovvero la Città del Peccato dove si intrecciano e diramano storie indipendenti che diventano micro e macro storie le une nelle altre, è di quelle letture che non andrebbero mai tralasciate. Neanche per chi proprio amante del genere fumetto non è. Ero a Rimini quando per la prima volta ho aperto il primo volume. Io e il Nippotorinese ci conoscevamo da poco tempo. Lui lavorava in giro per il mondo con la base a Coriano, paesino che porto nel cuore e nel quale vorrei ritornare; fosse solo per fare un giro al supermercato Boschetto e poi alle Befane (e poi correre dalla mia Luci, sì. E Frugoletto). Lavorava moltissimo quando era fermo in Italia e visto che non poteva sempre lui volare a Catania, a volte per lunghi periodi stavo io lì. Due, tre settimane. Ci vedevamo praticamente solo la sera. Io stavo tutto il giorno ad aspettarlo. Avevo un enorme portatile che pesava dieci chili. Rosso. Si chiamava Kokoro e una delle prime chiavette fiammanti che mi permetteva di connettermi. Stiamo parlando di dieci anni fa nonostante sembri proprio pochi fogli girati di calendario fa.  Non sono mai stata particolarmente amante di questo genere e il Nippotorinese lo sapeva eccome; solo che il disegno e i colori, era sicuro, mi avrebbero fatto completamente perdere la testa. Nonostante le storie fossero troppo forti. Lontane anni luci da quello che mi piace, pur trattandosi di dark, mi sono raffrontata sin da subito con qualcosa che visivamente ha cambiato moltissimo il mio modo di concepire il fumetto e l’arte infinita che vi è intorno. Non ero ancora appassionata di Graphic Novel. Non c’era stata ancora la Satrapi che mi aveva fatto commuovere come poche volte e non conoscevo neanche il mio mito Delisle. Era proprio tutto agli inizi in fatto di fumetti. Fino ad allora. Fino a quando non è intervenuto il Nippo, intendo. Io non avevo ancora bene capito le potenzialità e l’impatto che da lì avrebbe avuto tutto questo nella mia vita e nelle influenze visive che ne sono derivate.

Ricordo che allora non sapevo cuocere un uovo bollito. Era proprio la prima volta che uscivo di casa. Nel senso letterale del termine. Non mi vergogno ad ammettere che io non ho mai fatto nulla in casa. Sono sempre stata una stupida bimba viziata e stracoccolata, servita e riverita. Trovarmi di colpo fidanzata e in una casa che dovevo gestire completamente da sola con una persona che chiaramente non conoscevo come adesso è stato a tratti delirante e difficile. Divertente per certi versi ma molto forte. Ricordo che stavo ore e ore al telefono con mamma per farmi spiegare come si stiravano le magliette. Volevo fargli delle sorprese. Dimostrargli che fossi brava e grande e non solo una bimba incapace di stendere i calzini (anche se in effetti non li avevo mai stesi). Dovevo aspettarlo per la cena perché all’epoca mi rifiutavo di accendere proprio il gas. Non avevo mai cucinato. Non sapevo neanche la differenza tra bollire, friggere e tagliare. Le nostre cene erano a base di pane, formaggio e insalate e se proprio ci lanciavamo in qualcosa di articolato e cotto era chiaramente sempre e solo lui che preparava. Sotto i miei occhi sbigottiti. Per me era proprio un eroe. Sapeva fare la pasta! No dico sapeva fare la pasta al pesto e la lavatrice da solo! In uno di quei giorni mi regalò Sin City. Improvvisamente la mia passione per diventare una brava e perfetta casalinga scomparve.

Assorta e presissima ricordo di averli letti continuamente e maniacalmente. Stando lì a disegnare con l’album e il cartoncino (uno dei miei primi regali disegnati per il Nippo è stato appunto un ritratto di Sin City e per chi avesse curiosità di vederlo è qui su Flickr, uplodato nel 2006 – prima fotoseconda foto terza foto). Io mi vedo ancora. Obesa, sorridente, impaurita e felice con quel foglietto in mano. Sulla porta che lo aspetto. Per darglielo. E vedo ancora i suoi occhi. Che mi guardavano come fossi una cosa bella. La cosa più bella.

Ferma immobile stretta in quelle storie un po’ troppo forti con tematiche certamente pesanti (rimango sempre una piccola bimba sicula bigotta che su L’estate di Kikujiro ha avuto da ridire pure per la scena della toilette al parco lamentandomi). Per questo quando ho pensato di dedicare una ricetta a una coppia fumettosa non ho avuto dubbi. Niente può equiparare e superare Sin City. Per il ricordo che porta dentro di sé. Per quella Grazia piccola e indifesa tra calzini e pasta al pesto. Per quella Giulia che cominciava a muovere i primi passi su Splinder. Mi sono apparsi loro due. John e Nancy. Sotto forma di fumetto e poi come Willis e Alba nella pellicola. Sin City infatti è poi diventata una trasposizione cinematografica. Non sono una che si è schierata solo per il fumetto. Solo per la pellicola. E’ chiaro che per una ragione meramente affettiva rimango legata indissolubilmente alla carta ma devo ammettere che il visivo tra le poltroncine della sala non mi è dispiaciuto affatto. L’emozione di rivedere quello che avevo sfogliato, disegnato e inciso nel cuore non mi ha provocato rabbia o delusione. Anzi.

La trasposizione cinematografica anzi ha mostrato quello che oggettivamente era un culto di nicchia al grande pubblico. Ha portato a conoscere e idolatrare un genio della penna e del racconto. Frank Miller è una divinità da idolatrare. Speravo in cuor mio che Sin City non finisse mai. Che le avventure continuassero in un infinito e oltre. Nonostante mi annoi tutto quello che si protrae, di Sin City non ne ho mai abbastanza. Nonostante io non riveda mai un film o rilegga mai un fumetto e un libro, capita spesso di trovarmi lì con il Bastardo Giallo in mano.

E’ una storia che ti tormenta e tocca le corde più profonde della sensibilità. Un argomento tra i più forti, se non il più in assoluto, che riesce a commuoverti fino a straziarti. Il cuore me lo ha disintegrato e lacerato. Questo amore tormentato di John e Nancy fatto di gratitudine e passione. Di paura e coraggio. Di atti eroici e promesse mantenute, è quanto di più bello e struggentemente romantico e passionale possa esserci. Un serial killer ha rapito la piccola Nancy e John, poliziotto, tenta in tutti i modi di salvarla. Il maledetto psicopatico è figlio di un potente politico e per questo la farà franca al contrario dell’onestissimo eroe che verrà incastrato. Verrà infatti macchiato del crimine più vergognoso; quello di cui si era macchiato il corrotto malato di mente. Con la minaccia che anche Nancy finisca male qualora lui dovesse confessare la verità, trascorre moltissimo tempo in carcere. E ogni giovedì riceverà la lettera della sua Nancy. Che rivedrà. E mai si dimenticherà di lui.

E’ davvero qualcosa di poeticamente struggente la storia d’amore tormentata piena di sangue e violenza su cui poggia le fondamenta il battito del cuore di John e Nancy. Non è un amore convenzionale tutto bacetti, abbracci e favole. E’ un incubo nell’incubo come se lo stessi vedendo in tutte le sfaccettature di un caleidoscopio impazzito che gira senza mai fermarsi ma che anzi aumenta sempre più la velocità. C’è terrore e paura. Ti mette davanti ai crimini più vergognosi e colmi di nefandezza. E’ la melma e l’istinto animale dell’uomo che stupra le anime innocenti che si mischia al mare pulito pieno di onde pure, forti e coraggiose. Il Bastardo giallo è una Bibbia dell’amore. Va letto e riletto. Osservato e capito da tutte le angolazioni. Ricorda che non vi è un tempo e un’età. Che non c’è paura e timore. Che non esiste altro se l’amore vero ti esplode nel sangue. 

Io di John e Nancy porterò nel cuore tutto ma soprattutto quello sguardo dopo l’attesa. Al locale. Tra il suo ballo di dolore e sensualità, nella bolgia infernale di falliti, sul bancone del bar. E il coraggio di lui. Di mostrarsi senza paura agli altri. A lei. A se stesso.

Non c’è una vera ricetta in Sin City e neanche qualcosa che possa lontanamente avvicinarsi. C’è solo alcool in cui affogare il vuoto. C’è solo una bottiglia da scolarsi. C’è tutto da prendere con forza.

Potrei lasciare una ricetta alcolica, no? Un Cocktail? Del resto in questa esatta immagine, del loro primo incontro, volano solo boccali di birra, biccheroni pieni di succo di illusione. Ma è questo l’alcool. Obnubila i sogni.

E io sono per incentivarli. Proprio come John e Nancy fanno tra corruzione, malvagità e crimini nefandi. Da bere sì. Ma uno smoothie dolce e delicato. Puro ed etereo. Come il loro amore.

Senza zuccheri artificiali perché contiene in sé la dolcezza della purezza. Quella vera e mai contaminata.

Per due Smoothie piuttosto generosi occorrono: 2 banane, 450 ml di latte di riso (anche quello di avena è perfetto), 6 cubetti di camomilla ghiacciata (in alternativa del ghiaccio normale e un po’ di verbena, facilmente reperibile in erboristeria). Nessun tipo di zucchero. Meglio un po’ di miele.

Cubetti ghiacciati di Camomilla.

Frulla tutto insieme. Diventerà denso e liquido. Aggiungi il miele. Anche lo zucchero andrebbe bene ma il miele con la camomilla e il latte vegetale conferiranno un carattere rilassante e calmante a questo celestiale smoothie. Lo zucchero purtroppo eccita l’organismo. Se raffinato e bianco, ancor peggio.

Una che disegna, scrive, cucina e fotografa ma non fa bene nessuna della quattro cose.

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