I benefici meditativi del tè e il mio bisogno vittoriano

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Iaia
Una che disegna, scrive, cucina e fotografa ma non fa bene nessuna della quattro cose.

 

img_4694Ti avevo annunciato che l’ora del Tè si sarebbe trasformata ed evoluta ma che fondamentalmente sarebbe rimasta sempre la stessa in un luogo senza tempo.  Ricordo con amore la scatola di cioccolatini da scartare con Poirot e tutti i disegni mai pubblicati che giacciono nei miei archivi. Eravamo al Palm Court sedute nelle poltroncine Luigi XVI a sorseggiare tè bianco. Sembra che sia passata un’eternità, ma come è giusto che sia nella stanza senza tempo e orologi ne sono accadute di cose tra un sorso e l’altro. Te ne voglio raccontare una, oggi. Come ai vecchi tempi. Ti va? Se mi leggi da anni sai quanto l’interminabile avventura di casa nuova mi abbia affranto, sconfitto e lacerato. Non per il cambiamento, la stanchezza o la futilità di non avere una cucina per otto mesi. Quanto per il fatto che in quei mesi (per non dire anni) di cantiere perenne vivevo gli ultimi attimi con mio papà. La mia vita era allo sfascio totale. In senso figurato e non.

Qualche giorno fa mi sono guardata intorno e mi è venuta nostalgia. Ancora più nostalgia di quella che provo giornalmente intendo. Mi sono girata tra grandi e piccoli spazi per rendermi conto che era tutto così immobile. Tutto così silenzioso. Tutto così fintamente perfetto. E fissando quel soffitto, come faccio sempre, mi sono detta che per fare tornare un pochino papà avrei solo dovuto fare una cosa: buttare giù qualche muro. Avrei dovuto distruggere una cosa vecchia e trasformarla in nuova. Avrei dovuto dare vita a qualcosa che era dentro di me. E dentro di me c’era questo. Una scatola di cioccolatini di Poirot al Palm Court. Da mangiare lentamente e anche avidamente. In poche ore si è delineato quindi il nuovo Iperuranio, che voglio portare da tutt’altra parte. E che voglio diventi l’Iperuranio Vittoriano. Ho previsto che ci sia un pavimento a scacchi di diversi tipi. La carta da parati Fornasetti dell’Opera, gli uccelli e quella con i fiorellini blu piccoli tardo ottocento inglese. Le poltrone Chester, la cucina come quella di Downton Abbey e le tendine. Pure il salone come in Dorian Gray di Penny Dreadful e mi fermo (prima che chiami l’emergenza sanitaria mentale).

E con l’aiuto del mio amato cugino Guido, affascinante mente e architetto, ho cominciato a delineare una sala da tè. Un Palm Court senza ora. Degli spazi che mi portassero così indietro nel tempo e capaci di stordirmi che quasi mi sento pronta agli altri sette pianeti e all’arrivo definitivo degli Alieni, che spero apprezzino il tè bianco o i fiori di tè.

In questo nuovo video -la smetto di annoiarti con il mio Iperuranio vittoriano tanto lo farò con qualche foto e video nel futuro imminente- chiacchiero circa le tipologie dei tè. Il procedimento della lavorazione del tè che è il fattore determinante per la differenziazione e la macrocategoria al cui interno vengono raggruppate tutte le diverse e infinite varietà.

Nel tè ho trovato un momento di meditazione, riflessione ed espiazione di colpe, anche. Mi sono ritrovata a sniffare dei lucha (tè verde) e sentirmi quasi ubriaca -io che neanche so che vuol dire- di serenità. Ci sono così tante leggende, oltre quella di Bodhidharma, e incredibili racconti che non si smette mai di imparare. Credo che tutto sia partito da Jeong Kwan. La prima puntata della terza serie di Chef’s Table mi ha ribaltato le idee, l’iperuranio e i pensieri. Non accadeva da anni che qualcosa mi colpisse così nel profondo. Come è stato con Dolls e Samaria. Come è stata la prima volta di 2001 Odissea nello spazio. Come è stato con Mulholland Drive e pochi altri momenti. Come il nano di Twin Peaks tra le tende rosse e il pavimento nero e bianco. Scacchi? No. Ma ci somigliano.

Adesso sembra quasi che buttando giù questi muri e ricostruendoli sorseggiando una tazza di tè, io forse stia un po’ tornando la vecchia me. Lo so che non esiste e niente mai è uguale -fortunatamente- ma mi piace pensare che quella vecchia me in realtà corrisponda con il punto felice che poche volte sono riuscita a sfiorare. Afferrare no. Ma sfiorare, sì.

Non getterò le Pupille per far crescere foglie di tè come Bodhidharma ma ne disegnerò con Ombretta per far crescere quel punto felice. Questo sì. Eccome se sì.

*** Questo post lo avevo ticchettato a Marzo. L’ho rivisto adesso, dopo il trasferimento al sito nuovo. Con la cucina e il salone vittoriano siamo a buon punto. Manca davvero poco e ti ci porto. Ho pure fatto una piccola sala da tè. Forse sto perdendo il controllo.

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5 COMMENTS

  1. cucina e salone Vittoriano. Sono così eccitata che non vedo l’ora, davvero. Anche io negli anni ho sentito questo bisogno, e se la mia prima casa era la sintesi della geometria quella di adesso è quanto di più classico ci possa essere (io volevo ancora più classico in casa eh, ma mi hanno imbavagliato e fermato).
    Non vedo l’ora di vedere il tuo teatro, la tua opera. Quanto ti voglio bene amica mia, te lo dico davvero troppo poco.

  2. Amò qui ormai con tè e tisane stiamo tutti impazzendo (io che taglio i filtri e semino polvere di tisana ovunque, per la storia dei ftalati) ne parleremo bevendo un buon te

  3. Non vedo l’ora di vedere il risultato… ne è passato di tempo da quella scatola di cioccolatini!!! <3

  4. E io adoro il the, adoro i tuoi video (lo sai che mi rilassi da morire? E’ come trovarsi in un salotto con un’amica di vecchia data e discorrere tra chiacchiere e risate) che vedrò non appena riavrò la casa ristrutturata e il mio amato wifi… e mi piace il blog rinnovato, così essenziale, pulito e pieno di luce! Anche le foto riflettono qualcosa di diverso e ricco di sfumature… insomma, mi piace tutto! Quindi lasciami un posticino sul divanetto da the che arrivo anch’io 🙂
    Un bacio!

  5. sala da thè vittoriana? fighissima..ma capisco perfettamente lo stress dei “lavori in corso”, ma alla fine dopo tanti respiri profondi -e ogni tanto anche qualche minaccia può aiutare- vedrai un bellissimo risultato, che ovviamente vogio vedere anche io

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