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E dopo uno straziante giorno di navigazione: Palma de Mallorca

Devo sistemare otto ore di video e 89 giga di foto. Ah no. Non si inizia così.

Fa caldo e non ci sono più le mezze stagioni. In centro non si parcheggia e i ragazzini sono tutti maleducati. Ah no. Non si inizia così.

Pare che le creme detergenti per il viso contengano nonsocosa e facciano tutte ingrassare. L’hanno detto ieri al telegiornale. Maledizione! Vuoi vedere che è colpa delle creme che si mettono sul viso e non di quelle dentro i maritozziconlapanna? Ah no. Non si inizia così.

Maiorca è la più grande delle isole baleari e ha una superficie di ben 3.640 chilometri quadrati, con 554 di litorale costellato di baie, cale e magnifiche spiagge di arena bianca. Il poeta Rubèn Dario la chiamò “l’isola della calma”. La popolazione sfiora quasi gli 800.000 abitanti e sono la maggior parte impegnati nel settore turistico proprio perchè Maiorca vive di questo. Il turismo è diventato il principale motore economico dell’isola tutta,  insieme alle famosissime perle.

La sindrome della guida turistica fallita si è appena impossessata di me, già.

Ero già stata a Maiorca. Avevo poco meno di dieci anni, una tuta rosa con su scritto Winner che credevo essere il gelato, un taglio di capelli dal sapore anni ottanta leggermente gonfio sulla frangia e scalato sul dietro dal fantomatico nome “alla selvaggia” (come le patatas bravas di oggi) e un paio di scarpette da ginnastica comodissime che ancora ricordo come le migliori in vita mia. Pure “qualche” chilo di sovrappeso perchè adoravo spalmare nutella sul pane e imbottire pane con tonnellate di maionese e pomodoro. Bei momenti, sì.


Siamo arrivati al porto di Maiorca intorno alle otto del mattino con in corpo neanche un panino imbottito di pomodoro e maionese; da qui ho potuto provare la nikon d5100 che ho portato dopo eccessive titubanze perchè mollare la d90 era utopia (era già assurdo lasciare parcheggiata la d700 ma troppa paura). All’azione con il suo obiettivo carino ma non troppo, friendly insomma. Miniature, effetti stravaganti ed eccessivi e attese per lo sbarco. Non avendo prenotato alcun tipo di escursione, perchè già ostaggi della nave non ci andava proprio di esserlo anche durante le ore di libertà, eravamo finalmente slegati da qualsivoglia vincolo. “Liberi! Siamo Liberi!” con voce fantozziana mi pare di aver gridato mentre le scale mobili mi allontanavano dalla prigione galleggiante.


Se non che una coppia di sposini ci ha offerto di dividere a metà il prezzo complessivo del taxi per girare la città. Rifiutato con garbo abbiamo dribblato con l’astuzia di volpi e velocità di giaguari ben quattro coppie e un’allegra comitiva ottantenne. Due delle quali alla serata di gala aveva indossando un frac di Carnevale del costume Conte Dracula. Certo è che la sposina con i pinocchietti bianchi e le infradito dorate con farfalla, cappello di paglia e fiori finti applicati con maglietta strapiena di strass con scritta “I’m the best” stava per farmi capitolare. E mentre sognavo di condividere la giornata con lei e il suo ego sbirluccicoso e suo marito (canotta verde pistacchio con bordini fluorescenti gialli e cappello con visiera arancione) mentre mi assalivano  gli interrogativi “machevuoldiregirocontaxigirocittà” ci si è parato davanti Pedro. ( e che lo dico a fare che per tutto il giorno ho cantato questa?  Pedro Pedro Pedro Pe ! Praticamente il meglio di Santaf..ahem Maiorca?) 


Tassista di Maiorca, quarantenne piacevolmente tondetto e cuccioloso con acconciatura anni ottanta leggermente mechato, ci offre di condividere con una coppia di mezza età un giro di due ore e poco più per la città di Maiorca. La coppia è quella in fondo lì. Ci guarda già sorridendo. Crede già che ci scambieremo i numeri di telefono e passeremo perchè no il Capodanno 2012 attendendo i Maya insieme. Pedro ci promette di toccare i punti nevralgici, fermandosi per foto, degustando tapas, illustrandoci luoghi dando cenni storici e quantaltro. Pedro, una mini guida turistica mechata in formato mignon tondetto taxi munito che riesce a conquistare il Nippotorinese con il suono: tapas e me con: fermareperfoto. Un uomo che sa ben sponsorizzare le sue capacità di guida/tassista/fashionista anni 80.

“Ok è andata Pedro!”, esclamo in maniera molto friendly dopo non aver neanche consultato il Nippotorinese; sapevo già che tapas gli aveva fatto perdere ogni cognizione.

“A patto però che non ci sia la coppia di mezza età”. Pedro con il suo spagnolo-italianeggiante mi ha spiegato in maniera molto pacata come fossi una scema senza precedenti. Avrei pagato una cifra eccessiva. Sarebbe stato meglio formare un gruppetto e bla bla bla. Quando gli ho spiegato in metà spagnolo-italiano-inglese-siciliano che avrei pagato il doppio per non trascorrere neanche un’ora di più con qualsivoglia passeggero di quella folle città navigalleggggiante, il fragore della sua risata mi ha fatto capire che sì.

Con Pedro sarebbe stato un bel giretto. E così è stato. 

La coppia cinquantenne ci ha odiato e non rivolgendoci parola per il resto della crociera; neanche durante la colazione al ristorante. Anzi a dirla tutta la signora mi ha pure fregato una fetta di ananas ma è comprensibile. E’ quasi ovvio detestarmi e allora un’ondata di comprensione mi ha travolto. Niente Capodanno attendendo i Maya e niente socializzazione. Sono un’antipatica sociopatica e ne vado pure parecchio fiera.

Pedro non è mai venuto in Italia e il suo sogno è fare una crociera. Pedro spera di vedere Firenze, Milano, Torino, Roma, Venezia dicendo bellabellabella. Poi per farmi felice suppongo dice anche ” Sicilia. Sicilia bella pure!”. In quel “pure” ha la mia comprensione mentre mi racconta di come suo cognato dopo anni di lavoro si è concesso il sogno di tutti i Maiorchini. Sì perchè a quanto pare suo fratello vuole fare la crociera. Sua sorella vorrebbe fare la crociera. Suo zio vorrebbe fare la crociera e il sogno di sua moglie è?

Fare la crociera.

Quando serio ha fissato lo specchietto retrovisore ponendomi, come supponevo sarebbe accaduto, l’interrogativo retorico “è bellissima la crociera, vero?” non me la sono sentita di infrangere un sogno di tal portata. Addirittura un sogno cumulativo familiare. Composto da aspettative assurdamente magnifiche e racconti pazzescamente idilliaci. Un sogno come il mio. Quello di Love Boat, già.

“Sì. E’ bellissima la crociera. Un sogno”. E il suo annuire bramando che quel tempo arrivasse in fretta mentre guidava mostrandoci le magnificenze gotiche maiorchine mi ha anche un po’ commosso. Mi ha fatto ricordare che di certo non ero partita per una guerra e che Pedro doveva avere a bordo ventimila stronze come me prima di andare a bordo di un sogno che con molte probabilità gli sarebbe piaciuto da morire. Non avrebbe avuto nulla di cui lamentarsi e via. Mare profumo di mare. Con l’amore io voglio giocare è colpadelmaredelcielodelmare.

Ma la colonna di questo post è Pedro di Santafè e non certo Mareprofumodimare (sto divagando?)

Palma di Maiorca o Ciutat de Mallorca si estende sui 20 chilometri dela sua meravigliosa baia. Vi convergono la parte vecchia perfettamente conservata e quella nuova accogliente con strutture alberghiere moderne e vialoni dove potersi sbizzarrire a fare shopping.

Dopo aver percorso il porto e la baia arriviamo alla Cattedrale che definirefavolosa è riduttivo. Pedro ci spiega che il mare arrivava proprio fino all’entrata della Cattedrale ma che si era costruito questo enorme vialone per agevolare le operazioni del porto. “Era l’unica Cattedrale sul mare” ci spiega mentre notiamo una diga artificiale simile ad un laghetto, costruita artificialmente per ricreare visivamente quello che l’uomo aveva distrutto per comodità. La tradizione racconta che nel 1229 Giacomo il conquistatore stava navigando verso Maiorca mentre fu colto da una tempesta; promise che semmai fosse arrivato sano e salvo avrebbe eretto una chiesa in onore della Vergine Maria. Così fu. Un anno dopo cominciarono i lavori. La cattedrale in stile gotico si estende su più di 7.000 metri quadrati.

E’ composta da tre navate parallele separate da magnificenti colonne ottagonali alte venti metri. Quando ho tirato il naso in su e ho ammirato tanta magnificenza mi è quasi girata la testa. Senza quasi. Come in una sindrome di Stendhal (avvenutami per la verità al museo di Picasso  il giorno dopo in quel di Barcellona) sono stata preda di tremori. La luce filtrava coloratissima attraverso dei finestroni enormi intagliati con vetri colorati che si riflettevano sulle sedute. Donando colorazioni rosa-rosso-ocra-blu ai volti dei fedeli, turisti e curiosi. Della sua ricchezza esterna spicca il Portale del Mirador dove possono ammirarsi le figure di San Pietro e Paolo.

Gli esemplari più belli dell’architettura maiorchina si ritrovano nei palazzi e nelle case signorili costruite nel XV e XVIII secolo. Ca’n Oleo, Ca’n Vivot, La Casa Oleza e Marquès de Palmer, Ca’n Solleric infine. Non dimenticando le case moderniste come Ca’n Corbella, Ca’n Rei, e l’antico Grand Hotel che lascia senza fiato. Ma proprio senza fiato, eh.

Essendo sbarcati alle nove circa e dovendo rientrare per le 17.30 massimo pensavamo che sarebbe stato impossibile compiere l’impresa titanica che invece con scioltezza abbiamo portato nella scatola dei ricordi. Grazie a Pedro abbiamo raggiunto agevolmente il Castello di Bellver che porta con sè ricordi ancestrali miei. Ricordo perfettamente la settimana trascorsa a Maiorca con i miei genitori ma se ci sono dei dettagli vividi e ancora impressionantemente lucidi sono proprio al Castello di Bellver. Lo si raggiunge in dieci minuti al massimo. E’ situato in cima ad una collina di 150 metri circa sul quartiere periferico di El Terreno. Un esempio gotico militare sicuramente meno appariscente da quello che si può apprezzare al centro di Maiorca ma indiscutibilmente affascinante. Un castello circolare che è poi la sua caratteristica che ti consente di ammirare la baia maiorchina dall’alto. Tra vegetazione e parchi si erge questo castello con un cortile centrale dove talvolta vi sono gallerie e mostre.

Il Chiostro del convento Sant Francesc neanche a dirlo in stile gotico con la sua facciata distrutta da un incendio mischiata a barocco presenta un punto visivo meraviglioso. Messi con un grandangolare all’angolo del magnifico chiostro si possono apprezzare prospettive sorprendentemente particolari. A chi piace guardare da un obiettivo, da un grandangolare, da una lente aggiuntiva, il chiostro di San Francesco è una meta irrinunciabile. Ogni foto è diversa. Si fa fatica ad aspettare il momento giusto, quello sì. Per non beccare nessuno nel raggio di venti metri a destra e venti a sinistra occorre giusto qualche attimino (sono stata fortunata. Ho atteso solo 18 minuti). Altrimenti basta portarsi una lupara da borsetta. Sparare a tutti e scattare. Ma poi ci si deve sbarazzare dei cadaveri che potrebbero non entrare nel taxi. Avere dei sacchi neri dove riporli. L’idea della lupara da borsetta è l’ideale per chi non è un turista crocierista, insomma. Si ha davvero poco tempo in quel caso, ahimè. Chi avrà la fortuna di trascorrervi più tempo potrà tranquillamente adoperare questo metodo da me consigliato ( sono orgogliosa di me quando riesco ad essere utile alla società. E’ un bel momento).

Le due ore scorrevano velocemente tra fermate, foto e chiacchierate. Pedro era preparatissimo e le guide da borsetta che custodivo gelosamente non sono servite affatto. Non le ho neanche tirate fuori perchè avrebbe potuto incacchiarsi e diventare il Tassista Killer di Maiorca (ho sempre sognato di incontrare un tassista pazzo squilibrato killer)

(ma solo quando non ci sono dentro, certo)

Il Pueblo Espanol caldamente consigliatoci dal nostro amico maiorchino non è che ci convincesse tanto, a dirla tutta ma. ( e se ci avesse tagliato a pezzi e fatto tapas di noi? ) Ma come non dare fiducia ad un uomo che ha scelto di convivere con delle meches? E allora via verso il Pueblo Espanol. Una ricostruzione delle architetture più famose della Spagna. Il sentitissimo sapore musulmano di cui è intrisa l’isola. Tra vie piccolissime con negozietti dove troneggiano chiaramente le perle di tutti i prezzi-colori-purezze, baretti, piccoli hammam e moschee con tanto di piscinette, si trascorre giusto una mezzoretta piacevole lì dentro. E Pedro era sposato anche con la tizia che vendeva le perle. Tutto aveva un senso ed è per questo che ho finto di rimanere entusiasta davanti ad un braccialetto di caucciù e perle. Carino eh, ma. Acquistati dei souvenir più per fare piacere a Pedro con un bottino di collanine per mamma mia-mamma dottoressasuocera siamo usciti dal Pueblo Espanol che è una simpatica perdita di tempo.

Nel caso però non prendete il gelato al bar della piazzetta, vi prego. Meglio andare incontro ad una morte violenta travolti da una mandria di cinghiali imbizzarriti.

C’è da dire però che in generale  a Palma di Maiorca in fatto di gelato, sanno proprio il fatto loro. Limone e basilico e Arancia e Menta da Iceberg proprio in centro mi hanno conquistato letteralmente. Non avevo mai provato limone e basilico. Leggero, rinfrescante e particolarissimo sarebbe diventato un must have di questa vacanza. Perchè sorprendentemente lo avrei ritrovato in una gelateria emergente (e buonissima) in quel di Torino ma diamo tempo al tempo.

Insomma i Maiorchini con i loro “gelatis italianis” riescono perfettamente a rendere l’idea di quello che può essere anche una granita siciliana. Alcuni dall’aspetto fluorescente ti invitano a correre velocemente verso l’uscita ma se si sa guardare non si corre di certo il rischio.

Nota importante di viaggio non inerente al gelato:  ho fatto la foto con Topolino (sì, dovevo fare la foto con Topolino. Fosse solo perchè stava impazzendo dal caldo dentro quel vestito peloso e non ho saputo dire di no quando puzzososudatostancoesaurito mi ha abbracciato sussurrandomi “fototughedar?”) che è stata poi cancellata inavvertitamente dal nippotorinese (maledetto! era la mia unica foto con Topolino! Dove lo ritrovo un Topolino sudato puzzoso Maiorchino, adesso?).

Crocetta sì sui gelati e crocetta sì sulle scarpe. Bene. Bisogna approfondire l’argomento-binomino gelati-scarpe. Una città si giudica in base a questi due elementi. Ovvero: se una città ha gelati buoni e scarpe belle in vetrina il soggiorno sarà bellissimo e la città di conseguenza potrà essere classificabile alla voce: meravigliosa.

Basta un sorbetto troppo zuccherato o una zeppa volgare con fiori applicati male a rendere degradata una città. E sono sicura che nesusno oserà contraddirmi in questa intelligentissima considerazione.

Inutile specificare che il top della classifica si raggiunge nel fortuito caso in cui a questo binomio si aggiunga l’elemento: borse. Ma è talmente difficile fare tripletta che accantonerei per un futuro approfondimento.

Maiorca sforna (sifaperdire) sorbetti meravigliosi e in ogni vetrina di scarpe non sbaglia un colpo. Confesso che diverse tipologie di borse potevano far urlare al miracolo ed ergerla aunadellemigliorcittadelmondo ma. Ma sarà stata penalizzata dall’inizio saldi-saccheggio che rendeva il tutto eccessivamente commerciale – bancarella-travoltadaunamandriadifashionisteimpazzite. Zeppette strambe di tutti i tipi che riprendono un po’ i modelli classici di Marsell (che adoro) e ballerine a punta tonda e quadrata inusuali con una suola rialzata e non in legno come fosse una punizione peggio del cilicio. Lo shopping a Maiorca è a prezzi vantaggiosi e la qualità è altissima quando non si tratta di grandi marchi. Sorvolerei sul fatto di essere ritornata in nave con solo quattro paia di scarpe.

Solo quattro paia, maledizione.

Pur non avendo potuto attraversare il balcone naturale che Maiorca ha sul mare con i suoi 20 chilometri che si estendono da Ca’s Català all’Arenal, abbiamo potuto gustare tutto il centro e anche un giro veloce alla Corte Ingles che rimarrà sempre nel mio cuore per avermi donato un sogno. Un ciondolo a forma di Nano da Giardino (diapositiva numero 1  , diapositiva numero 2 )  che non poteva non chiamarsi Pedro. Certo è che non è mechato ma è bello immaginare come se lo fosse.

Dal punto di vista gastronomico mi ero giusto informata un attimino. Blaterato un po’ con Pedro al mattino e leggiucchiato qui e lì in una libreria che ho saccheggiato nella speranza che la mia socia cognata possa tradurmi tutto essendo specializzata come interprete spagnola (una famiglia poliglotta insomma). L’isola offre una gastronomia molto variegata. Tra i piatti tipici di rilievo della gastronomia maiorchina ci sono proprio le minestre. Minestrine fatte a base di pane e brodo fatto con un soffritto di verdure varie. Il pane assorbe tutto il liquido vegetale fino a farla diventare una vera e propria zuppetta piuttosto asciutta. Vi si possono aggiungere a piacimento funghi, soppressata, pezzi di salsiccia o verdure che si preferiscono. Il prodotto però più importante senza alcun dubbio è la melanzanza.

La melanzana è proprio la regina della gastronomia maiorchina e diventa protagonista anche del piatto principe per eccellenza che si chiama Tumbet. Il Tumbet è preparato in una teglia di coccio e contiene patate e pomodoro (fritti a parte), melanzane, salsa e uova. Una sorta di parmigiana a dir la verità ma con la presenza delle uova soda sopra. Dentro al tumbet ci si può anche mettere del pesce o della carne.

La salumeria maiorchina è ricca di prodotti. C’è il botifarro che è un salsiccione mentre la botifarra una salsiccia. Il camaiot, ovvero il famosissimo prosciutto e il blaquet che è un insaccato di lardo con pinoli. La regina della salumeria è poi la sobrassada, ovvero una soppressata che a detta del Nippotorinese è magnificissima.

Tra i piatti di carne particolare rilievo ce l’ha l’Escaldum che è un piatto di pollo o tacchino tagliato a pezzi con patate, cipolla, pomodori, pinoli, lauro, mandorle e vino secco. E per finire con una carrellata troppo veloce perchè davvero la gastronomia maiorchina non ha solo questo ma ben altro, si ha la regina indiscussa dei dolci: l’ensaimada.

Il vocabolo “saim” in marocchino significa grasso di maiale, che viene fatta ripiena di “cabello de angel” zucca bollita, crema di frutta e anche soppressata. Insomma l’ensaimada in versione dolce (più famosa) e salata. Noi ci siamo fermati ad una bottega bella da far piangere. Forn des Teatre. Certo è che l’esordio non è stato dei migliori. Appena ordinata un ensaimada con la crema il Nippotorinese l’ha letteralmente schiaffata per terra. Il suo muso e il mio dispiacere non ha fatto commuovere nessuno e ne abbiamo subito ordinato una seconda. Più piccola della precedente, cosa che ci ha fatto anche incacchiare un pochetto ma giusto per lamentarci un po’ e non perdere l’abitudine.

La bellezza di queste ensaimada soffici, enormi e sorprendemente intrise di sapore antico colpisce eccome. La cordialità della signora dietro il banco un po’ meno ma fortuna che è rimasto un caso isolato nella moltitudine di meraviglia conviviale e gioiosa che ci si è parata davanti.

Palma de Mallorca, Palma di Maiorca, Maiorca o come la si vuole chiamare merita davvero qualcosa in più di un soggiorno così breve. Fosse solo per ammirare le Grotte dels Hams “Mare di Venezia” che ricordo perfettamente nonostante siano trascorsi più di due decenni e che con enorme dispiacere non ho potuto condividere con il pelato. Le grotte dels Hams si trovano sulla strada che unisce Manacor a Porto Cristo e furono scoperte nel 1906. Stalattiti bianche e trasparenti con il lago sottorrenaeo noto come “Mare di Venezia” che può essere attraversato in barca, lasciano davvero il segno.

Bisogna proprio tornarci a Maiorca. Ci sono ciondoli a forma di nano, sorbetti al limone e basilico strabuoni e scarpe anticonvenzionali e raramente reperibili in italia a prezzi vantaggiosi. No dico: si può davvero desiderare di più?

Che non cadano le ensaimada per terra ma più di qualsiasi cosa che:

la crociera per Pedro sia indimenticabile e bella. Come lui, del resto.

 

E a proposito di Tapas?

Tante sono le ricettine sfiziose, che si tratti di Tapas o Pintxos-maiorchine o catalane, che voglio preparare. Ce ne è però una che da tempo è in cima alla lista. Si tratta di una tapas velocissima che spopola e onnipresente in ogni lista-lavagnetta-menù. Su cosa sto vaneggiando? Ma sulle Patatas Bravas, ovviamente!

Ma cosa sono le tapas? 

Per chi non abbia idea di cosa sia una tapas non c’è mica da preoccuparsi. Parte il tedioso angolo del “ma lo sapevate che”. Durante le giornate più calde i ragazzi spagnoli si riunivano intorno al tavolo di un bar. Le mosche e le zanzare si univano all’allegra comitiva pur non essendo state invitate e talvolta finivano dritte dritte dentro i bicchieri. Del resto anche loro avevano caldo e dovevano refrigerarsi, no? Per questo motivo era abitudine appoggiare sopra il bicchiere un piattino per protezione. Con il passare del tempo su quei piattini da qualche astuto commerciante furono poggiati dei pezzettini di formaggio; via via altre leccornie in formato nettamente mignon. Tanti piccoli assaggini (un nostro aperitivo, insomma) che presero il nome di Tapas. Il termine deriva dal verbo spagnolo “tapar” che significa letteralmente “tappare”.

(e mi sa pure tappare lo stomaco perchè  talvolta ci si può anche pranzare-cenare-strafogare a dismisura)

Ordinare qualcosa da bere senza ricevere qualche tapas come “contorno” in Spagna non si può proprio. E questa meravigliosa abitudine fa parte ormai della cultura e vita di ogni singolo Spagnolo. Anche Jamie Oliver sul suo libro ” Le mie ricette da…” si diletta in diverse preparazioni, Patatas Bravas comprese, e non ha che parole di elogio nei confronti di questi piccoli manicaretti. E come dargli torto? Non vedo l’ora di preparare Le croquetas, polpettine, chorizo e fegatini e calamaretti alla spagnola. Come non vedo l’ora di far fuori tutte le ricette di Tapas di Simone e Ines Ortega. Meraviglioso volume che racchiude stufati di fave (gnam!) , fave in padella, empanada con peperoni di padròn, tortilla multistrato con ricotta e fagiolini, tortilla con fegatini di pollo, montadito di acciughe e pomodoro, riso con cozze e fave, insalata di maiale e terrina di pollo e prosciutto e santo cielo ben oltre 1038 tapas!

La ricetta di oggi, ovvero quella delle Patatas Bravas, come accennavo è una dei piatti principi della tradizione delle tapas. Che sia Madrid, Barcellona o Maiorca ritrovarsi le Patatas Bravas sarà una certezza. Patatas Bravas significa letteralmente Patata selvaggia. In effetti la preparazione oltre che ad essere rustica ha quel sapore antico e selvaggio che conquista e affascina.

Pochi ingredienti, un tegamino di coccio e si dia il via alla passione tapas! 

La ricetta delle Patatas Bravas la trovi cliccando qui >>>

Una che disegna, scrive, cucina e fotografa ma non fa bene nessuna della quattro cose.

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