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Barcelona? Olè!

(con calma poi qualcuno me lo spiega perchè Youtube lo passa da 16:9 a 4:3 , vero?) 

In otto ore ce la facciamo a vedere: Cattedrale de Barcelona, Museu Picasso, Palau de la Mùsica Catalana, Monumento a Colombo, Spiaggia della Barceloneta, Basilica della Sagrada Familia, La Pedrera, Park Guell, La Rambla, Monastero di Pedralbes, Padiglione della Repubblica, Parc de la Creueta del Coll, Parc Central de Nou Barris e …

?!

E’ o no entusiasmante come domanda retorica? (olè!)

(è ridicolo lo so ma ogni tanto comparirà olè. Come è comparso – purtroppo lampeggiante – durante tutto il soggiorno iberico)

(prometto di non dire anche durante tutta la cucina. Cielo non ce la faccio)

Insomma non ce la si fa. Neanche se Barcellona un po’ la conosci. C’ero già stata due volte io e una volta il Nippotorinese. Entrambi l’avevamo visitata in maniera sfuggente e veloce. Pettegolezzo estivo? avvicinatevialmonitorchevelodicoallorecchio primachecisentaveda. Luicerandatoconlasuaex (perchè non riesce a fare notizia il pelato? perchè non ha retroscena succulenti su cui ciarlare in questi giorni intrisi di pettegolezzo?).

Entrambi piangiamo fortissimo in queste notti afose perchè vorremmo essere lì. Oggi scopro che due più due fa quattro se asserisco con fermezza che Barcellona è bella da far spavento. Lo so. In polposiscion nella top five delle città dove trascorrere almeno dieci giorni, abbiamo deciso di non viverla alla “Pedro” (chi è Pedro?) neanche per due orette proprionononono; decisi nel rifiutarci categoricamente qualora un sosia mechato con capello anni ottanta simil Pedro avesse tentato di convincerci con il suo innegabile savoir faire a fare un mini tour. Era davvero inutile rincorrere la chimera di poter apprezzare ogni angolo di magnificenza. La vastibeltà (appena coniato il connubio: vastità di beltà) troppa e la delusione direttamente proporzionale se solo ci avessimo provato.

Consci quindi del fatto che avevamo davvero del tempo ridicolo, pur essendo capaci di correre come furetti dopati, abbiamo deciso di stilare una personalissima lista di priorità.  A seguire quindi le dieci cose che devi fare assolutamente a Barcellona se hai pochissimo tempo. Che poi insomma sono le dieci cose che ho fatto io con il Nippotorinese. Come trasformare una lista di sì in probabilissimi no, insomma.

Una sorprendente lista double face utile per ogni occasione. Nel caso vi trovaste a Barcellona per otto ore potrete decidere con calma se lanciarvi a capofitto nei miei disastrosi consigli o saltarli a piè pari (è inutile dire che Murphy sosterrebbe come me che è sempre la seconda).

1. Rimanere con la bocca paralizzata davanti alla vastità del Porto di Barcellona tanto per cominciare. Barcellona è una città aperta verso il mare e con la ristrutturazione urbanistica attuata per le Olimpiadi del 1992 ha recuperato tutto il suo fronte marittimo. Fronte diviso essenzialmente in tre aree. Una per il traffico merci dove si gestisce anche il traffico delle crociere. Lo stesso poi che unisce Barcellona con le Baleari e altri porti del Mediterraneo. Vi è inoltre la  Spiaggia della Barceloneta; si trova nel porto vecchio e offre una vastità enorme di spiagge e localini pieni zeppi di interessanti offerte gastronomiche. Dove sfondarsi di tapas, esattamente  sì. Insomma meta principe, questa Barceloneta, dei crocieristi che hanno deciso di sbarcare sì ma non allontanarsi più di tanto. Potreste incontrare tranquillamente il vostro commercialista che è fuggito con i vostri soldi o la vostra parrucchiera che avrà esattamente il taglio che volevate fare voi e che caldamente vi ha sconsigliato. Ma mica è solo spiaggia questa Barceloneta (olè!) ma piena zeppa di strade che si diramano intorno ad un mercato oggi ristrutturato.  Il secondo fronte corrisponde alla Vila Olimpica e comprende il porto sportivo fino ad arrivare al Forum che è la terza e ultima zona del litorale. Se si ha il tempo di sbloccare la paresi alla bocca e fare un tuffo, perchè no?!

E comunque alla parrucchiera quel taglio stava male, è un dato di fatto. Tranquillizzatevi.

 2. Percorrere La Rambla da Mirador de Colom a Pl. Catalunya. Non troppo velocemente però. Ma se fa caldo, sì dai. Perchè a Barcellona non esiste un’altra strada come la Rambla. Un circo variegato di esseri magici e non. Individui in giacca e cravatta che si mischiano a emo punk e vecchiette che tirano un carrello. Ma non semplici vecchiette con lo chignon. Vecchiette con ciocche rosa. Artisti che tirano linee su tele mentre altri ti propongono a 20 euro una bellissima caricatura. E fiori. Tantissimi fiori ed edicole. Con versioni spagnoleggianti di Novella 2000-Eva 3000-Vistodivadonnablablbla con starlette sconosciute ai miei occhi; se fossi stata la donna di cultura di una volta ne avrei preso giusto un pacchetto da studiare a posteriori. Ma ahimè, no.

Percorrere la Rambla non troppo velocemente con lo sguardo intendo, perchè con i piedi è meglio di sì. Si è ancora all’inizio di tutte le meraviglie e non ci si può fermare. Destra e sinistra con le pupille giranti velocissime cogliere ogni palazzo, angolo che si intravede; cercando il palazzo degli ombrelli. La Rambla non è solo un generoso viale pedonale che divide il Barri Gotic (il cuore dell’antica Barcellona) dal Raval e collega il mar Mediterraneo con L’Eixample. E’ proprio un mondo  a parte. Ogni ramo che si snoda nasconde e racconta un viaggio a sè. Poterli solo intravedere e immaginare è tanto bello quanto doloroso.

3. Ammirare la Cattedrale di Barcellona. Gotica con tre navate coperte da volte a crociera e la facciata fiancheggiata da due torri ottagonali. Nella stessa benedire l’uomo che ha inventato le ballerine confezionate a Palma di Maiorca. Nonostante si rimanga senza parole alla vista di questo imponente luogo (confesso di aver più apprezzato la Cattedrale di Maiorca, ma tant’è. Le ballerine artigianali comode credo abbiano un ruolo ben preciso in tutto questo) è il chiostro quello che mi ha conquistato. Sarà per i tratti romantici che odorano di storie ma l’omino con la pompa che annaffiava sul rialzo le piante e le oche tutte messe nell’angolo perchè non avevano proprio voglia di fare un bagnetto, mi ha letteralmente rapito. Ne avevamo contate dodici e ne ero straordinariamente entusiasta. Erano tredici, però. Nella foto però sembrano 11 e mezzo. Insomma: parte il gioco quante oche ci sono nel chiostro? 

4. Museu Picasso. Occorre del tempo. Quasi due ore (e mezzo?!) per farla breve ma sono le due ore meglio spese della propria esistenza. Una tappa fondamentale nella città di Barcellona. Avevamo deciso con netto anticipo che poco importava del resto. Il Museu Picasso aveva assoluta priorità su tutto. Come si conviene ai più grandi nessuna foto all’interno, tanta sicurezza e nessun trasgressore fortunatamente. Perchè chi osa farlo di nascosto e per giunta con il flash oltre al mio totale disprezzo assoluto si meriterebbe una sonora sberla in faccia (le foto a seguire sono iphonate da cartoline acquistate al BookShop che costano cifre vergognosamente esose; a risoluzione bassissima e si nota senza particolari delucidazioni, in effetti). Gli esordi su dei piccolissimi quadernetti, le tele dipinte su dipinti precedenti, le primi visioni e gli autoritratti. Per il genio assoluto di Picasso. Foto. Tantissime foto. Di lui con il fido assistente e di lui. Nella sua folle semplicità.  La prima cosa che ti viene in mente è quanta stoltezza nel pensare che siano pasticci. Cosa passi nella bieca mente della vastità umana. Il suo tratto preciso e assurdamente reale quasi quanto il cubismo finale.

Rimango impressionata davanti a Los Pichones (1957) e Las Meninas (1957). Mi conquista Busto de mujer con sumbrero (1962) . Sono inquietanti e infantili e riescono a strappare un sorriso come Hombre sentado. La scena a Villa Scott, Profondo Rosso, torna prepotente. Il disegno di Carlo, esattamente. Mentre pensi che no. E’ assurdo pensare che siano pasticci. Riconosco una sguardo ne La dona del floc de cabelis  e mi innamoro del Retrato de un desconocido al estilo del greco. Mi rapiscono i colori di Las Meninas (numero 4 e numero 3) e mi paralizzo davanti al Caballo Corneado. Ho paura di quel blu deprimente che mi angoscia e deprime mentre ho quasi conati di vomito nel pensare che lui questo lo sapeva. Quella freddezza che ti invade e ti senti impotente. Mentre gli odori dei turisti si mischiano, un suo sorriso fotografato distrattamente ti turba e pensi se lui sia lì. A guardarti. A ridere di te. Di quello che non sai ma che lui ben conosceva. La vita in un pasticcio. In un delirio. La vita in una farsa.

5. Alla fine della Rambla c’è Plaza Catalunya e il Corte Ingles, giusto? Anche perchè è difficile che passi inosservata una piazza grande quanto la Trinacria intera. Andando al Corte Ingles si potranno comprare una miriade di vestitini al terzo piano in saldo. Tanti gioiellini della nuova collezione di Juicy Couture che sono sempre belli e pure delle scarpette interessanti…ahem no. Dicevo. All’ultimo piano una vetrata pazzescamente enorme affaccia e sovrasta dall’alto questo immenso spazio visivo circolare di Barcellona.

(altro pettegolezzosulnippotorinese? uno poco interessante ma tant’è? parechecisiastatoconlasuaex. Per questo si è beccato un bel ceffone di default sulla vetrata. Così, giusto perchè mi piace essere una fidanzata comprensiva che non guarda al passato)

Ti puoi prendere il caffè, se non soffri di vertigini e agorafobia quindisenonseime, o degustare un paninozzo proprio a filo vetrata. C’è da rimanere inebetiti giusto un po’. Per l’altro po’ si può scegliere se sconvolti o scompaginati (a me piace proprio il termine scompaginato che ho scoperto da troppo poco). Giusto per non deludere le aspettative del Nippotorinese che si annoia mortalmente mentre armeggio con la reflex, mi sono esaltata non poco al grido di “tilt shift! miniatura! tilt shift!”. Abbiamo perso giusto qualche quarto d’ora perchè “l’autobus londinese rosso due piani machecentrabarcellona con il tilt shift è una figata” e “guardaquellominolicomevienebene”;  era troppo bello per non essere ripreso e così via per ogni oggetto in movimento e non che scorgevo dall’alto di Barcellona. E continuo a ribadire che in Spagna ci sono bellissime scarpe. E che se si capita ad inizio saldi in quel di Barcellona un Dio ti ha voluto non bene. Di più. (olè!)

6. Andare ai Quattro Gatti e piangere lacrime amarissime perchè non c’è posto per pranzare con la consapevolezza che non arriverai a prenotare neanche per cena. In quell’esatta ora starai per l’appunto ri-piangendo lacrime amare perchè sei segregata su una nave dove sfornano solo pizza in mezzo al Golfo del Leone in preda a mareforzanove. Ma ti aspetta il bingo al ponte 4 con i novantenni eh! Coraggio! 

(olè!)

I Quattro Gatti (Els Quatre Gats) – dove pare che si mangi malissimo pur avendo fama internazionale- è un ostello inaugurato nel 1897 che divenne in brevissimo tempo luogo di incontro degli artisti più in vista della città. Picasso espose per la prima volta lì, tanto per dirne una. La copertina del menù dei Quattro gatti, disegnata da lui medesimo, è anche esposta al Museu Picasso. Insomma si mangerà pure male per il prezzo ma a me anche solo l’idea di star dentro quella locanda faceva star bene. Nonostante il menù fosse messo in bella vista è stato davvero impossibile anche solo poterlo intravedere. Troppa gente-confusione-spintonamenti e inspiegabili luci natalizie (sì. luci natalizie) che trionfavano all’entrata. Diciamo che questa bizzarria mi ha giusto intimorito un po’. E spintonare con dei turisti per leggere un menù sotto il sole che picchiava manco fosse Tyson in mezzo alle luci di natale proprio non mi andava. Di farmi un’altra granita al mango, quello sì. Avrei potuto pure farmi largo a suon di ceffoni.

7. Mercat de la Boqueria? assolutamente e indiscutibilmente sì. Altro luogo dove abbiamo impiegato più tempo e non rimpianto di avervelo dedicato. (olè!)

Perchè pur sapendo che Barcellona si distingue dalla maggior parte delle grandi città del mondo occidentale proprio per la sua vasta e curata rete di mercati di alimenti freschi, non potevo certamente immaginare quello che immaginabile non è. Ve ne sono una quantità invereconda e noi ne abbiamo oltrepassati tre. Credevo che tutti e tre fossero proprio La Boqueria. “ma è grandissimo questo! è la Boqueria?” “no!”- ” Oh questa è la Boqueria è piu grande di quello di prima !” -” No”- e così via.(olè!)

Quando mi si è parata davanti ho capito la differenza. Il mercato di Sant Josep, noto appunto come la Boqueria, è il più grande mercato di Spagna e con i suoi 6000 metri quadrati di superficie lascia sbigottiti. Solo che se non lo vedi mica lo puoi immaginare. Una struttura di ferro imponente copre il mercato insieme a scintillanti vetri colorati. Se inizialmente ho dovuto combattere con la mia claustrofobia-agorafobia , dopo pochi secondi mi sono ritrovata a girovagare incessantemente con scioltezza tra un banco e l’altro. Sotto lo sguardo frastornato del Nippotorinese che non credeva ai suoi occhi.

La prima cosa che colpisce è l’ordine. La seconda la sorprendente coreografia di buonissimo gusto soprattutto nel settore ortofrutticolo e terza ma non ultima per importanza la vastità e ottima qualità di prodotti. Mi viene fame solo a ticchettarne ma vi erano dei ghiacciolini composti solo da frutta e ghiaccio senza zucchero, tenuti su da uno stecchino di legno, buoni da far paura. Una varietà di smoothie e frullati freschissimi infilati tra nuvole di ghiaccio buoni da morire. E vaschette. Infinite vaschette con miliardi di combinazioni. Che si trattasse di verdura cotta-cruda o frutta. Banchi di pesce freschissimo e carni. Per non parlare delle uoverie. Mai viste le uoverie, santo cielo. Angoli di uova di ogni genere e sorta.

Le uova bianchissime che bramo da tempo e quelle di struzzo più grandi di quelle che immaginavo. Uova di quaglia  piccolissime e marroncine e anche giallastre di non so quale animale. Scommetto che vendessero pure quelle di Drago Volante Rosa. Piccoli angoli di paradiso con prosciutti pregiati dalle cifre esorbitanti (200 euro al chilo) sino ad arrivare ai più commerciali. Pane appena sfornato pronto ad accogliere soppressate e salumi vari. Tante spezie. Papavero soprattutto sui prodotti da forno ma anche valanghe di sesamo. Ensaimadas freschissime e ricolme di ogni sorta di bontà. Ed io che avevo immaginato la Spagna come produttrice sana di prosciutto fosforescente! Quanta ignoranza in me! Una varietà pazzesca e un uso dei pinoli e del lardo proprio come a Maiorca. Un tripudio di colori, caramelle e multietnicità come si confà alle immense metropoli. Una frutta buona così non l’ho mai mangiata in vita mia. Il mango, principe indiscusso delle ricette maiorchine, lo ritrovo anche qui in formato sorbetto, ghiacciolino, tagliato a dadini, rondelle e insalate. Il kiwi è delizioso e l’anguria finalmente sa di anguria. Dopo giorni di stenti mi rifaccio alla Boqueria e prendo esattamente 8 chili di acquafruttaghiaccio suppongo. Tutti santi e benedetti, inciso.

(siamo riusciti a vedere anche il Mercato di Santa Caterina con una struttura ondulata per tetto, davvero adorabile. I suoi colori riproducono per l’appunto quelli della frutta e verdura. Adorabile! E strapieno zeppo di verdure e frutta anch’esso)

Paradiso della frutta e verdura, Barcellona. Paradiso!

8. Sembrerà un punto alquanto bizzarro ma non lo è. Una delle dieci cose da fare assolutamente a Barcellona è aspettare una sommossa. Nel caso non dovesse esserci: farla. Mettere in valigia quindi qualcosa che possa tornare utile per creare un disordine cittadino (cosastodicendo?)

Perchè? Perchè seriamente non si sono mai visti tanti meravigliosi poliziotti in divisa antisommossa. E basta. Valeva proprio la pena dedicargli un assolo. No davvero, eh. Il fatto è che difficilmente mi giro a guardare un uomo. Non mi piace pressochè nessuno (eproprioquellopelatocheparlagiapponesetièpiaciuto?). Il fatto di aver detto nel giro di tre nanosecondi “ècarinoquelloli.santocieloècarinoquelloli.masantapizzettaquellolièpiùcarinodiquellolì” ha fatto per la prima volta dopo sette lunghissimi anni innervosire il Nippotorinese.

Primo: perchè sono gentili con le turiste della Trinacria e sorridono. Secondo: perchè sono gentilissimi con le turiste della trinacria e sorridono tantissimo anche se sono accompagnate da un pelato.

Terzo perchè è innegabile che abbiano i sorrisi più meravigliosi che nel catalogo mondiale “sorrisi meravigliosi” si siano mai visti.

(direi che io e le mie amiche. sistoparlandoconvoi. possiamo tranquillamente organizzare una gitarella sommossaorganizzata in quel di Barcellona)

9. Evitare di andare da Starbucks. Sì perchè quando si è nelle grandi città straniere c’è sempre un po’ questa leggenda metropolitana che fa figo prendersi un muffin da Starbucks e degustare poltiglia acquosa con del fantomatico caffè. E allora mi sono detta: perchè non farlo? Del resto non ero mai stata in uno Starbucks. Cominciare con quello di Barcellona anzichè quello di Londra sarà un inizio comunque decoroso. Bene. Nonostante la mia cognata socia mi avesse buttato le aspettative da una scala 1-10 esattamente al gradino -234 raccontandomi che in uno Starbucks le avevano servito un muffin al mirtillo ammuffito, stoica ed eroica sono entrata ugualmente.

Risultato? Fuggita a gambe levate. Tolto il primo inconveniente di essermi versata mezzo bicchiere bollente addosso (è un vizio, sì) nel rifiuto totale di usare lo “spioncino” microscopico del coperchio e tolto il letterale schifo di essere entrata in uno dei bagni più orrendi di tutta la mia esistenza. Il Muffin al cioccolato e la ciambellina che avevano un aspetto appetitoso tanto quanto la pizza surgelata della nave da crociera sono stati però tappe obbligate per il povero Nippotorinese. Mi occorreva una recensione. Recensione tra urla e disappunto dopo il primo micro morso. E allora la domanda è: chi va da Starbucks ci va perchè è incapace di intendere e di volere o semplicemente perchè fa figo dire vadodastarbucks? mi arrovello la notte in questo amletico dubbio. Salvatemi, ve ne prego.

Ci stava un olè ma non merita di stare nel punto dove si parla di muffin ammuffiti e bagni indecorosi (o era quello dell’autogrill di Lamezia Terme? Uhm. Devo fotografare la prossima volta e decidere con calma).

10. Entrare in un negozietto pieno di salumi -chorizo e pareti di prosciutto crudo pregiatissimo e farsi un paninozzo integrale con semi di papavero croccante caldissimo enorme alla faccia dei vegetariani e vegani (parte il concorso: chi avrà scritto il punto dieci?).

(e chi è che dopo il paninozzo si è strafogato di tapas in un barettino meraviglioso sognando di immergersi nella movida mentre una sicula bramava una sommossa per disquisire di qualsiasi cosa con un poliziotto a caso?)

Il Museu d’Art Contemporani de Barcelona è una spina nel fianco come il Museu d’Història de Catalunya. La Sagrada Familia fa sempre piacere rivederla e La Pedrera , il Park Guell, Casa Batlò e santapizzetta anche l’Hospital de la Santa Creu i Sant Pau ma.

Ma Barcellona merita davvero tempo. E quel tempo deve assolutamente trovarsi.

Vai via lasciandoti dentro un frullato di ricordi. Ghiacciato quanto gli smoothie e caldo come le ensaimadas.

Ho mangiato un gelato da Farggi a Barcellona tanti anni fa. Proprio vicino all’Hard Rock Cafè; quello che piace a mamma, sì. Ci sono ritornata in un altro corpo e con un’altra mente. E’ un gelato orrendo quello di Farggi eppure non troppo tempo fa io non capivo neanche la differenza tra gelato alla crema o alla frutta. Ha un gusto di passato lontanissimo che si mischia al futuro che sognavo. E’ una tela che sembra pasticciata ma che ha contorni precisi e voluti. Barcellona ha fatto da pellicola agli ultimi anni della mia esistenza. Me l’ha raccontata in ogni angolo e in ogni gradino. E’ stata capace di rievocare delle sensazioni ancestrali che sono riuscite a farmi cogliere delle sottigliezze che non avevo ancora valutato. E’ stata teatro di una messa in scena che era una prova per quello che lo spettacolo sarebbe stato. Senza gobbi o suggeritori malsani di vita. Senza copioni che qualcuno aveva scritto per me. Da attrice protagonista di un piccolissimo teatro dove sulle poltrone riesco a distinguere davvero pochissimi volti, ho cominciato. E non è una recita. E’ semplicemente realtà.

La mezza crociera è stata estraniante e straziante e lo sarebbe stata ancor di più l’indomani all’orrendo sbarco a Marsiglia ma. Ma Barcelona mi ripaga di tutto. E’ un biglietto di cuore senza ritorno.

Per la terza volta il suo assaggio sfuggente mi convince fortemente che sia in una forma indissolubile nel mio cuore. Che faccia parte di me, per certi versi.

Mi convince che.

Alla quarta, oltre a soggiornare un giorno intero al Museu Picasso per piangere di commozione davanti ad ogni singola tela, avrò il tempo di comprare un mazzo di fiori alla Rambla senza la paura che possano appassire in viaggio.

Perchè appassiranno lì. Nella loro meravigliosa città dove il Blu deprimente di Picasso è stato cancellato con un colpo deciso di gomma.

E mi sa proprio che un olè qui ci sta bene (o forse no).

Su Kodomoland per i più piccini c’è l’Hamburger !

Una che disegna, scrive, cucina e fotografa ma non fa bene nessuna della quattro cose.

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